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giovedì 11 dicembre 2014

Universalità e pluralismo

Universalità e pluralismo


… il lessico dei diritti è stato contestato in quanto prodotto della storia occidentale, strumento di neocolonialismo e imperialismo culturale e la loro istituzione sovranazionale messa in discussione in quanto espressione di un paradigma evoluzionista, eurocentrico e paternalista, quando non semplicemente un pretesto per giustificare un’ingerenza fondata su interessi per nulla umanitari.
 Nonostante tutto ciò i diritti umani sono sempre più diffusi  in tutto il mondo non soltanto sul piano dei documenti, delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni non governative, ma anche all’interno  delle singole società. Il richiamo ai diritti rappresenta un potente e diffuso vicolo di rivendicazioni, di proteste, di legittimazione di scelte politiche, ormai comune a tutte le parti sociali.
[…]
 Nell’ambito delle istituzioni sovranazionali, come in quello della teoria politica e giuridica si è ormai consolidata l’idea dell’universalismo non come un dato,  ma come un obiettivo raggiungibile  attraverso il confronto  e il dialogo. L’universalismo dei diritti tende dunque ad affidarsi alla ricerca di percorsi di comunicazione che diano ai diritti umani (e alle misure per attuarli) contenuti compatibili con i fondamenti delle diverse culture e ciò può avvenire attraverso una continua e reciproca influenza tra teorie e pratiche, società e istituzioni.
 La dimensione della comunicazione tra culture appare necessaria per lasciarsi alle spalle l’impronta evoluzionista che ancora impregna l’ideologia dei diritti, senza però abbandonare le funzioni che a quei diritti sono state storicamente e sono ancora assegnate.

[da: Alessandra Facchi, Breve storia dei diritti Umani, pag.148-149, Il Mulino, 2007, €11,50, attualmente disponibile in commercio]

 La nostra nuova Europa non è fondata su interessi commerciali, ma sui diritti umani fondamentali riconosciuti alle singole persone. Si tratta di un progresso culturale e politico che è conseguito all’esperienza dei totalitarismi europei sviluppatisi dal primo dopoguerra. Quando si è tratto di ricostituire l’ordinamento dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale lo si è fatto su quelle basi ideologiche, sull’ideologia dei diritti umani fondamentali, nella loro componente di diritti di libertà e in quella di diritti sociali, come quelli che riguardano il lavoro. L’ideologia europea dei diritti umani fondamentali ha natura e origine religiosa. Essa ha natura religiosa perché si basa su principi supremi e irrinunciabili che corrispondono a un’idea di umanità che si vuole affermare, promuovere, a prescindere da qualsiasi conferma per così dire sperimentale, nella storia e nella natura. Ad esempio, dalla storia e dalla natura viene la prova che gli esseri umani sono diseguali, ma noi li vogliamo pensare con una eguale dignità. Ha origine religiosa perché deriva dai principi supremi religiosi della nostra fede, privati della loro teologia di riferimento e della mitologia e simbologia religiosa. Essa ha nell’Europa e negli europei il suo ambiente sociale di riferimento perché è tra gli europei che si è sviluppata la fede religiosa che dell’ideologia dei diritti umani fondamentali costituisce il sostrato originario.
 L’ideologia dei diritti umani fondamentali sta oggi incontrando le medesime difficoltà che la nostra confessione religiosa incontrò negli anni Cinquanta, al tempo della decolonizzazione, in cui emerse la sua connotazione imperialistica, legata alle ideologia delle potenze Occidentali, espresse dagli europei.  Il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) fu anche la risposta a questo problema, innescando un moto universalistico che richiedeva l’inculturazione della fede nelle varie società in cui essa si era diffusa e si andava diffondendo, recependone i valori non in conflitto con i principi religiosi. Qualcosa di simile si sta tentando di produrre nel campo dei diritti umani fondamentali.
 In campo religioso, nella nostra fede, si  è molto più avanti che nel campo dei diritti umani fondamentali in questo percorso di universalizzazione. Come in campo religioso sono state di ostacolo le strutture istituzionali organizzate ancora su base molto accentrata, secondo il modello del Sacro Impero, così nel campo dei diritti umani è di ostacolo l’organizzazione statale del potere politico nel mondo, che impedisce quella osmosi tra culture che è alla base del processo di universalizzazione dei diritti  umani fondamentali. Sia in campo religioso che in campo civile la pratica della comunicazione interculturale costituirà la base per costruire istituzioni in linea con le nuove esigenze. Prima verrà la sperimentazione e poi la riflessione e la costruzione giuridica.  In questo lavoro l’esperienza religiosa può essere molto importante perché si è impegnata ormai da quarant’anni nel campo dell’universalizzazione mediante inculturazione, senza sopprimere il pluralismo culturale, dei principi supremi.
 Quello a cui ho accennato è un lavoro che si può fare in ogni ambiente sociale dove le persone siano legate a diversi modelli di collettività, ma in cui hanno necessità di operare insieme per perseguire ciò che anche in religione viene definito il bene comune. Ad esempio in una parrocchia. Dobbiamo sforzarci di far coesistere il pluralismo culturale, aprendo canali di comunicazioni tra le diverse culture espresse anche in parrocchia e attivando in questo modo quel processo di osmosi, che parte innanzi tutto da una reciproca conoscenza, che può consentire l’universalizzazione di certi valori, il loro riconoscimento per via di effettiva condivisione come patrimonio comune, senza imperialismo culturale, senza imporli per via autoritaria. Questo lavoro può poi essere proseguito nella società in cui ciascuno di noi è immerso, e particolarmente dai laici che in vari settori di tale società hanno maggiori occasioni per operare con gente di altre culture. Questo però richiede di uscire dalla mentalità per cui i contatti interculturali comporterebbero una certa contaminazione  della nostra fede religiosa, per cui si preferisce  stare sempre con gente che la pensa come noi e  leggere solo testi che ci rimandano la nostra ideologia culturale di riferimento.  
 Quella dell’universalità nel pluralismo è la vera sfida per tutte le genti di buona volontà del nostro tempo. Corrisponde all’obiettivo di fare dell’intera umanità non solo un unico popolo, ma un’unica famiglia, che è uno degli aneliti più potenti del Concilio Vaticano 2°. Si tratta di un compito immane, tenendo presente le difficoltà che a volte si incontrano su questa via nei nostri piccoli gruppi religiosi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



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