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domenica 7 dicembre 2014

Libertà religiosa

Libertà religiosa

La libertà religiosa e di coscienza è «libertà della persona» non dell’istituzione ecclesiastica, e non richiede che lo stato la promuova attivamente ma che la garantista e la difenda lasciando ai singoli se e come promuoverla. Per superare quello che con disprezzo è stato spesso definito un «liberalismo freddo e neutralista», la cultura politica e giuridica italiana ha rivendicato un liberalismo amichevole verso le religioni e che vuole essere aconfessionale ma vicino a tutte le confessioni presenti sul territorio nazionale. Il problema è che la equi-vicinanza si dimostra utopistica in una società in cui il pluralismo è debole

[da: Marco Marzano – Nadia Urbinati, Missione impossibile, pag. 120-121, Il Mulino, 2013, €14,00, disponibile in commercio]

 Nella Costituzione della Repubblica italiana all’art.19 è prescritta la libertà religiosa:
“Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.
 Un principio analogo, anche se con un’impostazione non del tutto coincidente con la norma costituzionale, è prescritto della dichiarazione Dignitatis Humanae [della dignità degli esseri umani], un atto normativo promulgato durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965):
“Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli  individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto come diritto civile nell’ordinamento giuridico”  (paragrafo n.2).
 La differenza di impostazione tra le due formulazioni è sottile, ma importante: nella norma costituzionale viene in rilievo primario il diritto delle persone, nella norma conciliare invece la coercizione esercitata da singoli individui, da gruppi sociali e da qualsivoglia potere umano.  La norma costituzionale protegge il diritto degli individui alla libertà religiosa anche dal potere sacrale, la norma conciliare no. In sostanza la nostra collettività religiosa sembrerebbe essersi esentata dal rispetto della libertà religiosa. E infatti, nella medesima dichiarazione conciliare si legge, al paragrafo 1:
“…Tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità mano mano che la conoscono e a rimanerle fedeli.
 Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone con che con la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore. E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell’adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l’immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo”.
 In questo modo si è potuto, in sede conciliare, stabilire una linea di continuità con alcune affermazioni reazionarie e  anti-liberali contenuti del Sillabo, l’elenco della proposizioni concettuali erronee della società dell’Ottocento, promulgato nel 1864 dal papa Pio 9° in allegato all’enciclica Quanta cura [=Con quanta cura e pastorale vigilanza i Romani Pontefici Predecessori Nostri, eseguendo l’ufficio loro affidato dallo stesso Cristo Signore nella persona del Beatissimo Pietro, Principe degli Apostoli, e l’incarico di pascere gli agnelli e le pecore, non abbiano mai tralasciato di nutrire diligentemente tutto il gregge del Signore con le parole della fede, di educarlo con la salutare dottrina e di rimuoverlo dai pascoli velenosi, a tutti ed a Voi in particolare, Venerabili Fratelli, è chiaro e manifesto.], ad esempio dove si condanna questa proposizione:
SILLABO
DEI PRINCIPALI ERRORI DELL’ETÀ NOSTRA, CHE SON NOTATI NELLE ALLOCUZIONI CONCISTORIALI, NELLE ENCICLICHE E IN ALTRE LETTERE APOSTOLICHE DEL SS. SIGNOR NOSTRO PAPA PIO IX:
[…]

XV. È libero ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione che, sulla scorta del lume della ragione, avrà reputato essere vera. [proposizione condannata nel 1864]
 Nella pratica rimangono problemi di libertà religiosa sia all’interno delle nostre collettività di fede, dove sembra che, in ragione della ripartizione di competenze tra Stato e Chiesa, la Costituzione della Repubblica Italiana non debba essere applicata, sia nella società civile, dove, come osservato da Marzano e Urbinati nel brano che ho sopra trascritto, il potere politico non si propone di essere equidistante  dalle religioni, secondo la tradizione francese e statunitense, ma equivicino  ad esse, e, in un clima di scarso pluralismo determinato dalla larga predominanza per lo meno culturale della nostra organizzazione religiosa (mentre il numero degli aderenti è in costante diminuzione), finisce per fare un’opzione preferenziale per la nostra confessione religiosa, in qualche modo finendo per condividere l’impostazione non libertaria in materia religiosa che ho sopra segnalato.
 L’affermazione della libertà religiosa nel senso definito dalla Costituzione è al centro delle democrazie contemporanee. E’ un principio di derivazione illuminista che  a lungo nella nostra confessione religiosa è stato ritenuto erroneo. E infatti le nostre collettività di fede sono state illiberali sul punto più o meno fin dalle origini e poi particolarmente nelle epoche in cui espressero le ideologie degli stati europei, dal quarto secolo fino alla metà del Novecento, fino appunto al Concilio Vaticano 2°.  In quest’ultima sede si è cercato di dare una motivazione teologica al diritto di libertà religiosa, che era sentito, conformemente al movimento costituzionale per l’affermazione dei diritti fondamentali degli esseri umani, come strettamente connesso alla dignità degli esseri umani.  Si distinse il vincolo dalla coartazione, ritenendo non conforme agli ideali religiosi la seconda, ma non il primo:
“Dio chiama gli esseri umani al suo servizio in spirito e verità: per cui essi sono vincolati in coscienza a rispondere alla loro vocazione,  ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo della dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è Maestro e Signore, mite e umile di cuore, ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare  e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione. Ha pure rimproverato l’incredulità degli uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno del giudizio”.
 Questa affermazione conciliare, che apparve rivoluzionaria rispetto a una prassi costantemente seguita fin dall’epoca apostolica, segnò la riscoperta, direi la presa di consapevolezza, di un fatto a cui in teologia con vari argomenti non si era data l’importanza dovuta: nei racconti sulla vita e gli insegnamenti del nostro primo Maestro emerge che egli non esercitò mai forme di coercizione per formare e  compattare le schiere dei suoi discepoli.
 Quanto alla questione dei vincoli in materia religiosa, essa  è ancora aperta e suscettibile di sviluppi. Essa è strettamente connessa con l’idea di verità religiosa.  Nella misura in cui si ritiene che si possa, qui sulla terra, raggiungere una verità di questa natura allora, in religione, può ipotizzarsi un vincolo. Ma, dal punto di vista del diritto costituzionale vigente, questo vincolo, che in religione viene affermato come riguardante tutti gli esseri umani e non solo quelli della nostra fede, non può essere ammesso, è illecito, integra, nelle sue eventuali conseguenze sociali, una discriminazione illecita. Nell’ottica della nostra Costituzione non c’è infatti, per nessuno, un obbligo a seguire i dettami di una certa religione. E questa idea di vincolo  religioso crea problemi anche all’interno delle stesse nostre collettività religiose, proprio perché legata all’idea che in ogni momento ci debba essere, su ogni tema, una sola concezione ritenuta vera. Perché, acquisiamone consapevolezza, l’affermazione di certi vincoli all’interno delle nostre collettività  configura anche  un sistema di coercizione, dove quei vincoli non siano condivisi in coscienza. C’è insomma un problema di pluralismo non solo nelle società civile,  ma anche all’interno delle nostre collettività religiose, dove non mancano esempi di tentativi di ridurre la pluralità  di opinioni con quella forma di franca coercizione che fa appello all’obbedienza canonica, all’obbedienza ai pastori.
 Una delle grandi sfide che si pongono in particolare al laicato, che per sua natura è in genere più sensibile sui temi dello sviluppo delle democrazie contemporanee, è di dimostrare con i fatti, nella concreta prassi delle collettività di fede,  che è possibile vivere il pluralismo nelle nostre collettività religiose arrivando a sentirsi vincolati su certi temi in ragione di una effettiva condivisione  su di essi, senza alcuna forma di coercizione, lasciando serenamente che sui temi più controversi si possa comunque convivere, come accade nella società civile ad ordinamento democratico, senza che per ciò stesso sia demolita l’unità religiosa.

Mario Ardigò   - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro - Valli




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