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martedì 9 dicembre 2014

Giustizia: la meraviglia delle meraviglie

Giustizia: la meraviglia delle meraviglie

Non ci potrebbe essere, dunque, interiorizzazione della nozione di Dio più profonda di quella che si trova nella Mishnà [=una delle due sezioni del Talmud, la raccolta di discussioni di antichi maestri dell’ebraismo, la trascrizione della tradizione orale d’Israele (così lo definisce il filosofo Emmanuel Levinas, che  è, insieme agli iscritti biblici, la base dello studio religioso nell’ebraismo contemporaneo)  che dichiara che le mie colpe, riguardo all’Eterno, mi sono rimesse nel Giorno del Perdono (la ricorrenza della Jom Kippùr, che cade tra settembre e ottobre). Nel più rigido isolamento ottengo il perdono. Ma allora si spiega perché, per averlo, ci voglia Jom Kippùr: come si può pretendere che una coscienza morale lesa nelle midolla trovi in se stessa l’approccio necessario a intraprendere il faticoso cammino verso la propria interiorità e vero la solitudine? Per ottenere l’intimità della liberazione, bisogna ricorrere all’ordine oggettivo della comunità. Ci vuol un giorno fisso del calendario e tutto il cerimoniale della solennità del kippùr, perché la coscienza morale  “danneggiata” possa raggiunger l’intimità e riconquistare l’integrità che nessuno può riconquistare per lei. Un’opera equivalente al perdono di Dio. Questa dialettica  del collettivo e dell’intimo ci sembra della massima importanza. La condizione comunitaria della rigenerazione interiore è, nel pensiero ebraico, talmente importante, che la Gemarà (l’altra  sezione del Talmud, che raccoglie una tradizione orale che è coeva alla nostra patristica) conserva persino un’opinione estrema, quella di Rabbì Jehudà ha-Nasi, che attribuisce alla giornata del kippùr come tale – e senza Teshuvà [= il Ritorno: pentimento e conversione]- il potere di purificare le anime colpevoli. Essa fornisce forse, un’indicazione generale sul senso del rito ebraico e sull’aspetto rituale della stessa moralità sociale; di origine comunitaria, legge e comandamento collettivo, il rito non è affatto esteriore alla coscienza, anzi la condiziona, le permette d’entrare in se stessa e di tenersi desta. La conserva, ne prepara la riparazione. Fossimo dunque costretti a pensare che il senso della giustizia che alberga nella coscienza ebraica –questa meraviglia delle meraviglie- sia dovuto unicamente al fatto che, per secoli, gli ebrei digiunassero a Kippùr, rispettassero il sabato e i divieti alimentari, attendessero il Messia e avvertissero nell’intimo l’amor proprio come un dovere di pietà?
 Dobbiamo arrivare addirittura a credere che il disprezzo della Mitvà [precetti religiosi] comprometta il misterioso senso ebraico della giustizia in noi; e che, se ebrei senza vita rituale e senza religiosità, siamo ancora sospinti, per effetto di una velocità acquisita, verso l’incondizionata giustizia, niente ci garantisca che ne avremo ancor per molto d’esser mossi così?

[da: Emmanuel Levinas, Quattro lezioni talmudiche, pag.46-47, Il Melangolo, 2000]


 L’affermazione del laicato nelle nostre collettività di fede è proceduta, dalla metà dell'Ottocento, di pari passo alla riscoperta del senso di giustizia sociale che la nostra confessione religiosa ha avuto in dono dall’antico ebraismo, nel quale risiedono le sue radici culturali. Questo processo ha avuto un suo primo coronamento a seguito del Concilio Vaticano 2°, quando è stata riconosciuta una competenza propria dei laici su questi temi. I laici di fede, divenuti presenza umbratile nel corso dell’ultramillenario processo di clericalizzazione della nostra confessione religiosa, hanno visto così riconosciuto uno spazio di azione, che, per la verità si erano già conquistati nei fatti, in particolare riorganizzando la nostra nuova Europa dopo l’ultima guerra mondiale. In quel Concilio si è riconosciuto infatti l’insufficienza del solo magistero nell’affermazione della giustizia sociale a sfondo religioso e, insieme, l’importanza in religione di una tale giustizia sociale, orientata su certi valori di origine religiosa.
 Le tendenze reazionarie, che sono ancora molto forti in Italia, tendono a sminuire l’importanza della giustizia sociale e dell’etica sociale che di essa è alla base, insegnando che l’unico progresso che conta è quello spirituale. Piuttosto bigotte dal punto di vista morale, si presentano invece come correnti che combattono il moralismo. Non si tratta, sostengono, di adempiere una legge, ma di seguire la persona del nostro primo Maestro. In questo modo tagliano corto in ogni discussione in materia di morale, e in particolare di giustizia sociale, perché riferiscono ogni comandamento al nostro primo Maestro e pongono la questione in termini di amarlo o di non amarlo, di seguirlo o di non seguirlo. La caratteristica principale degli ambienti religiosi reazionari è appunto questa: si tratta di collettività dove non si discute, non è ammessa la discussione.
 L’ebraismo che risplende nel Talmud, con una fortissima impronta etica, la meraviglia delle meraviglie  la definì Emmanuel Levinas, è invece un ambiente sociale pieno di discussioni sui comandamenti etici, sugli orientamenti etici comunitari.
 La religiosità reazionaria, che per millenni ha voluto governare il mondo imponendogli un dominio clericale, ora sembra aver abbandonato il mondo al suo destino, ne aspetta la finale distruzione e nel frattempo si raduna in collettività-fortezza-rifugio: è l’orientamento clerico-apocalittico. In particolare prosegue la millenaria sfiducia clericale nell’azione del laicato e in tutte le sue produzioni vede prevalentemente delle chiacchiere. Mentre poi le tendenze  conciliari si sono caratterizzate per una scoperta dei tesori contenuti nella tradizione dell’ebraismo che è stato coevo della nostra confessione religiosa e mediante il quale abbiamo potuto riscoprire alcune importanti radici culturali della nostra fede che affondano nell’ebraismo più antico, in particolare dei temi sulla religiosità come esperienza sociale, di popolo,  la religiosità reazionaria tende a marcare le differenze, entrando in polemica, in ciò riprendendo orientamenti antiebraici anch’essi ultramillenari. In questo modo si taglia corto sui temi della giustizia sociale a sfondo religioso, sui quali il laicato degli ultimi due secoli è stato protagonista. Si vuole impedire la discussione sui temi etici, che è stata la luce portata nel mondo dall’ebraismo che è stato coevo della nostra fede religiosa. Il tema della giustizia sociale è visto con sospetto, perché fatalmente può rifluire sulle nostre collettività religiose, caratterizzate ancora da discriminazioni ormai insostenibili, in particolare da quelle che privilegiano un clero tutto maschile nella definizione dei principi. La giustizia sociale porta inevitabilmente con sé un disegno di riforma della società.
 Se la nostra confessione religiosa fosse rimasta confinata dentro piccole collettività ad orientamento apocalittico non avrebbe cambiato il mondo.  Uno dei primi progressi culturali che si avverte già negli scritti sacri prodotti dalle nostre prime collettività, in particolare nel scritti paolini, è consistito proprio in questo, nel non attendere più la fine imminente del mondo in cui esse erano inserite. Il passaggio successivo, quello di vedere nella fede religiosa la base di un disegno di riforma sociale emerge dagli scrittori religiosi la cui opera riteniamo talmente importante per la nostra fede tanto da chiamarli padri. Ma questa fase si è senz’altro prima affermata nella società e poi nella cultura, perché così vanno sempre le cose. Ecco, su questa progressiva affermazione della nostra fede nell’antico impero mediterraneo agli estremi margini del quale essa era sorta le notizie mi sembrano più incerte e, di solito,  è un tema non trattato nella formazione religiosa di base. Di fatto la gente della nostra fede, divenuta sempre più numerosa nei primi tre secoli della nostra era, andò alla conquista della società civile del suo tempo, riuscendo a modificarla profondamente, tanto che un’ideologia politica, di organizzazione sociale, basata sulla nostra fede ad un certo punto sostituì quella basata sulla fede politeistica.
 Valorizzando l’esperienza religiosa fatta in piccole collettività di orientamento apocalittico, i reazionari religiosi vogliono tenere lontano la gente di fede dalla politica, dai temi della riforma sociale, sia da quella civile che da quella riguardante la stessa organizzazione delle nostre collettività di fede. Nelle loro collettività è infatti assente la democrazia e la scelta di chi esercita il potere viene fatta non dal base, per elezione, ma dall’alto, per cooptazione, per scelta da parte dei superiori. Il metodo che le caratterizza non è il dialogo, caratteristico degli orientamenti democratici, ma il conformismo. Ma, obiettano, come si può essere democratici in materia di fede, dove sono in ballo i principi supremi?
 La nostra nuova Europa, costruita intorno a valori a sfondo religioso per i quali si è però persa consapevolezza di tale loro origine, è la dimostrazione di come, nelle democrazie contemporanee, l’affermazione di principi supremi si sposi perfettamente con un ordinamento democratico: anzi è proprio quest’ultimo che consente di far applicare nelle società quei principi, che altrimenti rimarrebbero al livello di belle dichiarazioni, diciamo, veramente, di chiacchiere.  La giustizia sociale è infatti un lavoro comune, collettivo. Esso richiede discussioni, dialogo. Innanzi tutto perché comporta di lavorare insieme a persone di diversi principi ideali. E poi perché ci sono diversi modi di realizzare i principi nella società, in particolare a seconda dei luoghi, dei tempi e delle culture umane.
 Se noi vogliamo caratterizzare il nostro gruppo parrocchiale di Ac in senso antireazionario dal punto di vista religioso, diciamo in senso conciliare secondo l’impegno primario che si è assunta l’Ac,  dobbiamo viverlo come un ambiente in cui sulle cose, su tutte le cose, si dialoga, si discute, in ciò prendendo esempio dall'ebraismo del Talmud. Il dialogo rende possibile l’apertura  al mondo che è stata caratteristica del moto di aggiornamento innescato nel Concilio Vaticano 2°.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli




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