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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 17 luglio 2018

Testo del discorso alla città pronunciato domenica sera 15-7-18 dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice in occasione del Festino di Santa Rosalia.


dal WEB
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/monsignor-lorecife-omelia-di-santa-rosalia-noi-i-predoni-dell-africa

Vangelo e resistenza

Avvenire.it ha pubblicato il testo del discorso alla città pronunciato domenica sera  15-7-18 dall'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice in occasione del Festino di Santa Rosalia.

Care Palermitane, Cari Palermitani,
  è la sera della nostra festa, della festa di Palermo – la nostra Palermo – e il mio primo pensiero è quello di salutarvi con affetto: da padre, da fratello, da cittadino di questa Città, con voi e come voi. Benvenuti in questa piazza!
  Vengo qui a parlarvi da padre e da pastore, ma sento profondamente di essere sulla vostra stessa barca, toccato dai tanti dolori della nostra terra, in cerca come voi di speranza e di verità. Da questo punto di vista, il Festino deve rappresentare per noi un momento di gioia, di condivisione, ma non di evasione e di estraneazione dalla realtà. Non è tempo di dormire, ma di stare svegli! È tempo di guardare con gli occhi ben aperti a quelli che Papa Giovanni XXIII chiamava “i segni dei tempi”. Che cosa sono i segni dei tempi? Sono gli eventi della storia concreta delle donne e degli uomini d’oggi che ci parlano, ci chiamano ad un cambiamento, interpellano la Parola di Dio che delle nostre esistenze custodisce il senso e la speranza. Vorrei stasera comunicare a tutti voi l’appello che riguarda noi, credenti della Chiesa di Palermo, e – perché no? – tutti voi, convenuti qui, donne e uomini di buona volontà uniti in una ideale assemblea della nostra Città, nell’affetto antico e sempre nuovo per Rosalia.
  Ecco, c’è un’immagine tipica della festa della nostra Santa che stasera mi pare illuminante. È l’immagine della nave, del vascello che portiamo per le strade di Palermo e che ci ricorda la salvezza dal flagello della peste grazie ad un volto, apparso ad una donna semplice, in un momento terribile della vita della nostra Città. Sentiamoci stasera tutti ‘imbarcati’ su questa nave di Rosalia e alziamo lo sguardo verso coloro che possono rappresentare un punto di riferimento, offrirci una guida nella tempesta epocale del nostro tempo. Sono testimoni del passato che hanno ancora parole buone per il presente. Il vascello è uno solo, ma ha tre forme che vorrei mettere in luce separatamente, con voi, stasera.

1. La prima nave a cui penso, la prima forma del vascello è quella della nostra Città: è la nave di Palermo. Care Amiche, Cari Amici: quanto si avverte la fatica della navigazione su questo nostro veliero! Il mare è perennemente agitato, e ci sentiamo come i discepoli sulla barca sorpresa dal turbine durante la traversata verso l’altra riva, mentre Gesù se ne sta tranquillamente in un cantuccio, a dormire (cfr. Mc 4, 35-41). È proprio così. Abbiamo paura. Siamo angosciati. E Dio dorme, Dio sembra assente, lontano. E anche se lo sfidiamo, come fece Pietro sulla barca agitata dalle onde, vedendo Gesù camminare sull’acqua (“Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”, Mt 14, 27), poi ci sentiamo affondare in mezzo ai marosi, e la paura prevale (“ma per la violenza del vento si impaurì e, cominciando ad affondare, gridò”, Mt 14, 30). Vedete: il Vangelo non nega la paura. Non è un libro per superuomini. È bellissimo come i racconti che riguardano Gesù di Nazareth tengano sempre conto della nostra fragilità. In un biglietto, l’altra sera in cattedrale durante la veglia dei giovani, sulle orme della giovane Santa Palermitana, – celebrata con gioiosa determinazione, nonostante l’irruzione di ‘iene’ arroganti e mistificanti – uno di loro ha scritto: “Ho paura della paura”. Non è della paura che dobbiamo avere paura.
  Non sono la paura e l’angoscia che dobbiamo negare, facendo finta che non ci siano. È vero, siamo impauriti qui, in questa nostra patria meravigliosa, perché il lavoro manca, drammaticamente e, a volte, tragicamente; perché i nostri giovani perdono la speranza e si sentono costretti a partire, privandoci della loro presenza, della loro giovinezza forte e creativa; perché nelle nostre periferie cresce il disagio, aumentano i poveri. Ma è così difficile dare voce alle periferie… Il giogo della mafia e di tutte le mafie – penso alla malavita, alla mentalità mafiosa – stringe il nostro territorio, penetra nelle nostre case, inquina la vita sociale, si incunea nella politica, persino in alcuni ambienti ecclesiali, con una tracotanza che ci lascia attoniti. È vero, abbiamo paura, ma dobbiamo dircelo insieme, perché le paure non vissute assieme provocano frammentazione e aggressività.
  Cari Cittadini, Care sorelle, Cari fratelli di Palermo, guardiamo in faccia la paura, poiché il vero grande pericolo non è la paura, ma è la rabbia, è la rassegnazione, è l’evasione. Se infatti assumiamo da adulti le nostre paure, potremo assieme costruire qualcosa, anzitutto riconoscendo chi punta a cavalcarla questa paura, ad approfittarne per il suo misero successo personale. E sono tanti! Pronti a fare dei reali bisogni della nostra terra un uso interessato, ideologico, al fine di creare il nemico da combattere, al fine di condurre battaglie inesistenti per ergersi a capi e a paladini. Cari Amici, non lasciamo in mano a nessuno il nostro destino, non lasciamoci manipolare, prendiamo in mano la nostra vita, la vita e il futuro della nostra Città! Chiunque ha a cuore tutto questo non cerchi risposte semplici, salvatori di comodo, cesari di passaggio. Da questo vascello guardiamo ai nostri testimoni, ai nostri martiri, che possono davvero indicarci le strade per soluzioni creative e partecipate.
  Lo sappiamo tutti: è il 25esimo anniversario della morte di don Pino Puglisi. Il suo messaggio deve risuonare a Palermo. Don Pino diceva che “è tempo di rimboccarsi le maniche”, di passare “dalle parole ai fatti”, di fare una proposta diversa rispetto alla “cultura dell’illegalità” promossa dai mafiosi, di adottare un nuovo “stile di vita”. E Libero Grassi, morto come lui per mano della mafia, da testimone umile e forte della verità, ricordava che non è la quantità del consenso elettorale che fa la democrazia: non si è uomini della polis, uomini ‘politici’ forti solo se si prendono tanti voti alle elezioni. Ciò che conta – diceva Grassi – è la qualità del consenso: ovvero la sua libertà, la sua convinzione, il suo essere frutto di una scelta e di un pensiero. Per questo sono morti i martiri palermitani della mafia, per questo è morto Piersanti Mattarella, che stasera vorrei ricordare con affetto e gratitudine.
  Mi rivolgo anzitutto alle giovani e ai giovani di questa piazza: ad aiutarvi nella verità non è il politico che vi promette favori, il prete che vi raccomanda, il potente che vi chiede in contraccambio il sacrificio della vostra libertà, non è chi vi dice che risolverà in modo semplicistico e sommario i vostri problemi! Ad aiutarvi è chiunque vi ricordi la bellezza di essere giovani, chiunque abbia rispetto e fiducia in voi, chiunque sia disposto a fare un passo indietro per cedervi strada, chiunque rinnovi in voi la forza dello stare assieme, la speranza di trovare vie nuove, la gioia di vivere passioni non tristi ma vibranti perché fatte di partecipazione e di dono. A darvi una mano sono coloro che vi dicono che un mondo diverso è possibile e che la forbice tra chi ha e chi non ha può essere annullata da un pensiero di autentica condivisione.
  Care Palermitane, Cari Palermitani, alziamoci in piedi! Non restiamo curvi, perché la nostra terra avrà un futuro se avremo la pazienza, il coraggio, la forza di costruirlo assieme. Questo deve significare ‘Palermo capitale della cultura’. Dobbiamo essere il baluardo della cultura, della nostra grande tradizione, contro l’anti-cultura della mafia che scommette sul fatto che la Sicilia, come temeva e gridava Leonardo Sciascia, sia “irredimibile”. Ma guardando il volto di don Pino (e dei tanti suoi fratelli ideali) facendoci carico della paura e del bisogno, mettendoci assieme, creando nuovi spazi di cura della polis, oltrepassando le secche dell’individualismo e della sfiducia, possiamo arrivare in porto. Coraggio!

2. La seconda nave. Sì, assieme, in porto. È una parola questa che vale anche per il vascello della nostra Italia. Come Palermo, pure l’Italia soffre. Lo dicevamo. La paura e la povertà, se non ascoltate, se non interpretate e raccolte, creano diffidenza, isolamento, disillusione, frattura. Questo dovrebbe essere il compito della politica, della scuola, delle nostre parrocchie: rompere l’isolamento, ascoltare il grido, raccontare il dolore, la fatica di vivere, e darle senso. Oggi a questo compito spesso veniamo meno: viene meno la politica, che usa il disagio e non se ne fa carico; viene meno la Chiesa, quando riduce la fede ad una devozione individuale, che non investe tutta la vita e non si fa fonte di autentica comunità. Un’illusione pericolosa si sta diffondendo: che la chiusura, lo stare serrati, la contrapposizione all’altro siano una soluzione, siano la soluzione. Ma una civiltà che si fondi sul “mors tua, vita mea”, una civiltà in cui sia normale che qualcuno viva perché un altro muore, è una civiltà che si avvia alla fine. È questo che vogliamo? In verità, la fortissima globalizzazione, contro le sue stesse intenzioni, ha reso l’umanità una totalità in cui il destino di uno, di un gruppo, di un popolo, condiziona la vita e il destino di tutti. Come in una famiglia. E chi di noi, chi di voi vorrebbe star bene dentro la sua famiglia al prezzo del disagio degli altri suoi familiari? Quale madre, quale padre potrebbe sentirsi felice, sereno, se gli altri membri della famiglia soffrono e vivono nell’indigenza! La felicità costruita e mantenuta sull’infelicità degli altri è perversa e menzognera, pronta in breve a rivelarsi tale. Lo sappiamo bene, per esperienza. Emmanuel Levinas in una intervista dichiarava: «L’altro uomo, che innanzitutto, fa parte di un insieme, che sostanzialmente mi è dato come gli altri oggetti, come l’insieme del mondo, come lo spettacolo del mondo, l’altro uomo emerge in qualche modo da tale insieme precisamente con la sua comparsa come volto, che non è semplicemente una forma plastica, ma è immediatamente un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al servizio di questo volto, non solamente questo volto, servire l’altra persona che in questo volto mi appare contemporaneamente nella sua nudità, senza mezzi, senza protezioni, nella sua semplicità, e al tempo stesso come il luogo dove mi si comanda. Questa maniera di comandare, è ciò che chiamo la parola di Dio nel volto».
  Il patrono della nostra Italia, Francesco d’Assisi, a cui vogliamo guardare stasera dal nostro vascello, propugnava e difendeva la fraternitas. Per Francesco, nel Cristo fratello, diventano fratelli sia il lebbroso esiliato fuori dalla città, sia il vicino di casa, il prossimo più prossimo. Per Francesco, cioè, la fraternità significa che siamo tutti figli, tutti sullo stesso piano, responsabili gli uni degli altri, legati reciprocamente con un vincolo inscindibile. Quello che ci raduna in nome di un Padre e ci raccoglie alla fine tra le braccia di una terra madre. La paternità di Dio per Francesco infatti era il principio di una nuova nascita: non la nascita di un popolo di figli omologati, ma di un popolo di diversi, di donne e di uomini che si riconoscono diversi e per questo si rispettano, per questo si accolgono, per questo imparano anche a dissentire, a discutere, sapendo che la relazione è l’unica strada. Fratelli diversi, ma fratelli. E quanto questa parola bellissima – fratello! – appare settaria se non indica una apertura totale a tutti, al più vicino e al più lontano! Ripartiamo da qui, dalla parola e dall’esempio del Patrono d'Italia Francesco d’Assisi. Non per nulla l’attuale vescovo di Roma, il Santo Padre Francesco, ha scelto questo nome come programma del suo pontificato. E a lui stasera va il nostro pensiero grato e affettuoso per la visita a cui vogliamo prepararci con un ‘salto’ di fraternità e di attenzione ai poveri, ai fratelli ‘minori’, a tutti i bambini di Palermo. Sono convinto, d’altronde, che non c’è facinoroso, non c’è politico, non c’è uomo pubblico catturato da slogan e da semplificazioni, che non porti dentro di sé quel tesoro di pace e di bene che Francesco augurava, quel nucleo profondo di umanità che ci rende legittimamente diversi, ma mai nemici. San Francesco – ci ricorda il Santo Padre – è stato un grande missionario di speranza”.

3. La terza nave. È il messaggio che dobbiamo portare anche sulla nave dell’Europa, la nave che tutti ci comprende in virtù di una geniale intuizione dei nostri padri. La logica del ‘prima noi’ mostra in questa Europa tutta la sua fallacia. Rischiamo fratture insanabili proprio perché ogni paese europeo comincia a ritenere che il suo benessere venga prima, senza capire che se la casa comune si distrugge tutti resteremo all’addiaccio, privi di un tetto. È la miopia dell’egoismo politico, propugnato da governanti e da politici europei che spesso si vantano – soprattutto nell’Est – di costruire regimi privi delle garanzie e fuori dai confini minimi della democrazia. Di fronte a tutto questo, care sorelle e cari fratelli, la Chiesa non può restare in silenzio, io non posso restare in silenzio. Perché la Chiesa non ha alternative. Essa è stata collocata dal suo Signore accanto ai poveri e ai derelitti della storia, e tutte le volte che è uscita – e quante volte è successo – [è uscita] da quel posto per mettersi accanto ai forti, ai ricchi, ai potenti, ha perso il senso stesso del suo essere.
  Da giovane padre costituente, uno dei sognatori dell’Europa e del mondo uniti, Giorgio La Pira, nostro conterraneo, nato a Pozzallo – a cui vi invito a guardare stasera dal vascello dell’Europa – faceva delle “attese della povera gente” il suo faro e la sua guida, contro ogni esaltazione del mercato senza regole, dell’individualismo economico. E questa convinzione, animata in lui da una fede profonda nell’Evangelo, se la portò appresso a Firenze, dove fu il sindaco dei poveri, dei disoccupati, degli ultimi. Oggi La Pira ci inviterebbe a guardare alle tante navi che dirigono la loro prua verso l’Europa come alle navi della speranza. La speranza della povera gente che cerca protezione e vita buona, ma soprattutto la nostra speranza. Perché se fermiamo le navi dei poveri, se chiudiamo i porti, siamo dei disperati. Disperiamo della nostra umanità, disperiamo della nostra voglia di vivere, del nostro desiderio di comunione. Purtroppo l’informazione che ci giunge attraverso i mass media è spesso monca e distorta. Voglio essere chiaro con voi, stasera. Tutti dobbiamo sapere che lungo i decenni e soprattutto in questi ultimi trent’anni l’Africa – che è il continente più ricco del mondo – è stata sfruttata dall’Occidente, depredata delle sue materie prime. Ce le siamo portate via, anzi le multinazionali l’hanno fatto per noi, senza pagare un soldo. E abbiamo tenuto in vita governi fantoccio, che non fossero in grado di difendere i diritti della gente. Le potenze occidentali mantengono inoltre in Africa una condizione di guerra perenne che rende più facile lo sfruttamento e consente un fiorente commercio di armi.
  Care Amiche, Cari Amici, siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli. Un esodo epocale si abbatte sull’Europa, che ha deciso di non rilasciare più permessi per entrare regolarmente nel nostro continente. E allora questo esercito di poveri, che non può arrivare da noi in aereo, in nave, in treno, prova ad arrivarci sui barconi dei trafficanti di uomini, dopo due anni di viaggio allucinante nel deserto e di detenzione in Libia.
  Cari Cittadini, devo gridare stasera questa verità: quelli che vengono chiamati centri di smistamento, di detenzione, quei centri che i nostri governi sollecitano e finanziano per ‘bloccare’ il flusso migratorio, spesso richiamano i campi di concentramento. E se settant’anni fa si poté invocare una mancanza di informazione, oggi no. Non lo possiamo fare, perché ci sono le prove, nella carne martoriata di questa gente, nei filmati, nei reportage di giornalisti coraggiosi (mentre giornali e telegiornali di altra fatta parlano dei migranti sulle navi come di un ‘carico’ alla maniera delle merci e delle banane!). Noi sappiamo, e siamo responsabili. E dobbiamo levarci! Giorgio La Pira era un uomo del Sud e non si scordò mai di esserlo. Noi, qui da Palermo, stasera, alziamo la nostra voce. Noi che sappiamo che cosa vuol dire essere migranti. Noi che abbiamo visto i nostri padri e i nostri nonni costretti a lasciare la loro casa, rifiutati, umiliati, buttati fuori da case e locali perché siciliani, perché italiani. Noi sappiamo e non taciamo. Cosa abbiamo fatto e cosa faremmo al posto di queste donne, di questi uomini, di questi bambini, in fuga dal nulla e dalla morte? Se fossero i nostri figli, i nostri parenti ad essere in pericolo di vita, senza cibo e assistenza, se fossero torturati e stuprati, che cosa faremmo? Una nuova epocale trasmigrazione dei popoli sta accadendo davanti ai nostri occhi, e abbiamo bisogno di chiarezza e di umiltà per capire quale società vogliamo costruire, quale risposta intendiamo dare ai segni dei tempi.
  L’Europa è la civiltà della contaminazione. Geograficamente non esiste. Il Mediterraneo è la sua culla. La Pira lo sapeva e a rendere il Mediterraneo un lago di pace dedicò gran parte della sua opera lucidissima e visionaria. Perché credeva che il Vangelo non è un’utopia, ma una regola, una forma di vita. Paolo VI, ormai santo, diceva che l’Eucaristia contiene la forma vitae dei popoli. La stessa cosa di cui era convinto Benedetto da Norcia, patrono d’Europa: “Benedetto da Norcia – dichiara Benedetto XVI – con la sua vita e le sue opere ha esercitato un impulso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea”. Il Vangelo rivela il suo DNA se diventa forma vitae, se diventa una carta dei diritti che garantisce la difesa degli ultimi. Ed è questo messaggio che stasera vogliamo lanciare dal vascello di Palermo verso le navi d’Italia e di Europa. Non è questione di accoglienza, non si tratta di essere buoni, ma di essere giusti. Non di fare opere buone, ma di rispettare e, se necessario, ripensare il diritto dei popoli. È in nome del Vangelo che ogni uomo e ogni donna hanno diritto alla vita e alla felicità, perché “non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero in Cristo Gesù” (Gal 3,28), perché il nostro Signore, morendo sulla croce, ha abbattuto – dice ancora Paolo – ogni muro di separazione tra gli uomini. È questa la forma di vita in cui il Vangelo deve incarnarsi per non perdere la sua concretezza storica, quella che gli viene da Gesù di Nazareth, figlio di Maria, custodito da Giuseppe. Gesù di Nazareth nostro fratello che è venuto ad annunciarci che Dio è Padre suo e Padre nostro e che ci ha donato il Suo Spirito, il vero amore che unisce ogni diversità’. Lo Spirito, infatti, tutti unisce perché comprende ogni linguaggio.
  È questa la ‘forma’ del Vangelo che deve diventare sostanza viva, e che proprio in Italia lo è diventata, settant’anni fa, nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Forse vi ricorderete che due anni e mezzo fa, rivolgendomi a voi per la prima volta, ritenni di dover citare il terzo articolo della nostra Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Cari Amici, care Amiche, quel che i padri avevano intuito, oggi deve diventare il nostro manifesto, la nostra carta fondativa di cittadini e di cristiani. Giuseppe Dossetti, il 21 novembre 1946, propose all’Assemblea Costituente di scrivere così nella Costituzione della Repubblica: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».
  Riprendendo la sua ispirazione, leviamo stasera la nostra voce perché si scriva finalmente l’articolo 3 della Costituzione Europea, l’articolo del diritto di ogni uomo ad essere uguale, ad essere membro della città degli uomini, ad essere libero di vivere e di stare nel mondo, con dignità e fierezza. Scriviamolo questo articolo noi, sin d’ora, nelle nostre vite e nei nostri atti quotidiani, e chiediamo che al posto della miopia dei piccoli diritti esclusivi, riservati a pochi, che preparano un futuro di dolore e di guerra, si scriva il grande diritto della pace e del bene per tutti, l’unico diritto che ha la forma del Vangelo.“Il tema che si è voluto dare al Festino di quest'anno ‘Palermo bambina’ ci indirizza perché possiamo guardare la città degli uomini a partire dai più piccoli, cioè dai bambini”. Ed è questa la scommessa di una nuova civiltà: una civiltà dove nessun bambino venga educato a vedere nel diverso un nemico, una civiltà dove i governanti abbiano la passione per gli ultimi e per il rispetto della vita, di ogni vita, una civiltà dove ogni uomo impari, al termine della sua giornata, della sua esistenza, ad ascoltare la voce che viene da lontano, la voce del cuore, che grida: Adam, tu, uomo, dimmi dov’è tuo fratello!
  Maria Santissima, la madre di Gesù, costretta a fuggire in Egitto a causa del despota Erode, la prima madre profuga col primo bambino profugo dell’era cristiana, con S. Rosalia ci precedano verso una ritrovata rotta di solidarietà e di pace. Viba Palermo e Santa Rosalia!
Arcivescovo metropolita di Palermo


domenica 15 luglio 2018

Domenica 15-7-18 – 15° Domenica del Tempo ordinario - Letture e sintesi dell’omelia delle Messa domenicale delle nove - avvisi del parroco e di A.C.


Domenica 15-7-18 – 15° Domenica del Tempo ordinario -   Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità –  colore liturgico: verde – salterio: 3° settimana -   Letture e sintesi dell’omelia delle  Messa domenicale delle nove - avvisi  del parroco e di   A.C.

Osservazioni ambientali: cielo sereno, temperatura ambientale  28° C.

Canti della Messa delle nove: ingresso Lodate Dio; Offertorio, Accogli i nostri doni; Comunione, Perché tu sei con me; finale, Giovane donna.

Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. si siede nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.


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 L’insegnamento di papa Francesco su un argomento di stretta attualità in questi giorni

Dall’Omelia pronunciata il 6-7-18, durante la Messa per i migranti celebrata nella Basilica di San Pietro, all’Altare della Cattedra


[rivolgendosi in lingua spagnola ai rappresentanti della sezione migranti e rifugiati del dicastero della Santa Sede per il servizio dello sviluppo umano integrale, ospiti e assistenti delle strutture di accoglienza romane della Caritas, del Centro Astalli, degli scalabriniani e della cooperativa Auxilium, a comandanti di navi della Guardia costiera italiana impegnate nelle operazioni di soccorso, responsabili e operatori della spagnola Proactiva Open Arms, di Save the children e di Medici senza frontiere]

«[…] rappresentate  i soccorritori e coloro che sono stati salvati nel Mar Mediterraneo. Ai primi voglio esprimere la mia gratitudine per aver incarnato oggi la parabola del Buon Samaritano, il  quale si fermò per salvare la vita del pover’uomo  picchiato dai banditi, senza chiedergli chi fosse, la sua origine, i motivi del suo  viaggio o i suoi documenti ...: egli semplicemente decise di assumersi la responsabilità della vita dell’altro e di salvarla. A coloro che sono stati salvati, voglio ribadire la mia solidarietà e incoraggiamento, poiché conosco bene le tragedie di coloro che stanno scappando. Vi chiedo di continuare ad essere testimoni di speranza in un mondo che è sempre più preoccupato per il  presente, con pochissima visione del futuro e riluttanza a condividere, e, con il vostro rispetto per la cultura e le leggi del paese che vi accoglie, di cooperare al percorso di integrazione.»

 [riferendosi alla «tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti»]

«Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia; una riposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata. Politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone interessate; che prevede soluzioni adatte a garantire la sicurezza, il rispetto dei diritti e della dignità di tutti; che sa guardare al bene del proprio Paese tenendo conto di quello degli altri Paesi, in un mondo sempre più interconnesso. E’ a questo mondo che guardano i giovani.».



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Pillola di Concilio
Dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza - Gaudium et spes,  del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)

27. Rispetto della persona umana.
  Scendendo a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il rispetto verso l'uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro « se stesso », tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente, per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del povero Lazzaro. Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: « Quanto avete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me» (Mt25,40).
  Inoltre tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore.
[…]
29. La fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini e la giustizia sociale.
  Tutti gli uomini, dotati di un'anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la stessa natura e la medesima origine; tutti, redenti da Cristo godono della stessa vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò riconoscere ognor più la fondamentale uguaglianza fra tutti.
  Sicuramente, non tutti gli uomini sono uguali per la varia capacità fisica e per la diversità delle forze intellettuali e morali. Ma ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio.
  Invero è doloroso constatare che quei diritti fondamentali della persona non sono ancora e dappertutto garantiti pienamente. Avviene così quando si nega alla donna la facoltà di scegliere liberamente il marito e di abbracciare un determinato stato di vita, oppure di accedere a un'educazione e a una cultura pari a quelle che si ammettono per l'uomo.
  In più, benché tra gli uomini vi siano giuste diversità, la uguale dignità delle persone richiede che si giunga a condizioni di vita più umane e giuste.
  Infatti le disuguaglianze economiche e sociali eccessive tra membri e tra popoli dell'unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all'equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale e internazionale.
  Le umane istituzioni, sia private che pubbliche, si sforzino di mettersi al servizio della dignità e del fine dell'uomo. Nello stesso tempo combattano strenuamente contro ogni forma di servitù sociale e politica, e garantiscano i fondamentali diritti degli uomini sotto qualsiasi regime politico.
  Anzi, queste istituzioni si debbono a poco a poco accordare con le realtà spirituali, le più alte di tutte, anche se talora occorra un tempo piuttosto lungo per giungere al fine desiderato.


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Prima lettura
Dal libro del profeta Amos (Am 7,12-15)

  In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno».
   Amos rispose ad Amasìa e disse:
«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse:
Va', profetizza al mio popolo Israele».


Salmo responsoriale
Dal salmo  84

Ritornello: Mostraci, Signore, la tua misericordia. 

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra.

Amore e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. 



Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo agli Efesini (Ef 1,3-14);

  Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
   In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d'amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
   In lui, mediante il suo sangue,
abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe,
secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l'ha riversata in abbondanza su di noi
con ogni sapienza e intelligenza,
facendoci conoscere il mistero della sua volontà,
secondo la benevolenza che in lui si era proposto
per il governo della pienezza dei tempi:
ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra.
   In lui siamo stati fatti anche eredi,
predestinati - secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà -
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi,
dopo avere ascoltato la parola della verità,
il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto,
avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione
di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.


Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo
illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere
a quale speranza ci ha chiamati. (Cfr. Ef 1,17-18)

Alleluia.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,7-13)

  In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
  E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
  Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Sintesi dell’omelia della Messa della domenicale delle nove

  Le letture di oggi ci ricordano una realtà importate: il Battesimo di costituisce profeti.
 Il profeta parla di Dio agli altri, nell’ambiente dove vive. Dice agli altri che Dio perdona, non condanna, salva. Dice che, per Dio, ciascuno di noi è importante.
 Nel Vangelo viene narrato che Gesù inviò gli apostoli alla gente perché si convertisse, ordinando che non portassero con loro altro che un bastone e la tunica e che calzassero sandali. Li mandò come vanno i poveri, in modo che l’unica loro ricchezza fosse la  sua Parola.
  Il profeta non trae da sé stesso ciò di cui parla, ma parla di ciò che ha ricevuto e che è il tesoro prezioso da condividere con gli altri.

Avvisi del parroco:
/

Avvisi di A.C.
 Le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica riprenderanno il primo martedì di ottobre, alle 17:30.


sabato 14 luglio 2018

Rimanere prudentemente neutrali tra chi respinge e chi affoga?

Rimanere prudentemente neutrali tra chi respinge e chi affoga?

1. Ho lavorato a Giulianova, in Abruzzo,  che ha un importante porto peschereccio. Ho imparato ad apprezzare la gente di mare. Coraggiosa. Se avessi avuto un figlio maschio avrei voluto che fosse coraggioso come la gente di mare. Il coraggio era la qualità dell'uomo che Oriana Fallacci dichiarava di apprezzare di più. Mio padre, quand'ero ragazzo, era stato per qualche anno capo della segreteria del Ministro della Marina Mercantile. Anche allora avevo conosciuto gente di mare. E anche i militari che ora si chiamano Guardia Costiera. Ogni marinaio ha storie da raccontare. Spesso sono terribili. E' gente che non si apre con tutti. Solo tra marinai ci si dice tutto. Il Mare Mediterraneo può diventare molto pericoloso. Quand'ero a Giulianova, per i pescatori giuliesi il pericolo erano anche le motovedette jugoslave. I pescherecci giuliesi però erano più veloci, e avevano radar potenti. 
  Ci sono grandi navi da pesca, che battono l'Atlantico, che sono come grandi fabbriche. Il pesce arriva a terra già inscatolato o surgelato. Ne ho viste diverse in un porto come Anzio, qui nel Lazio. Rimangono in mare per mesi. Ma nel Mediterraneo ci sono tantissimi motopesca di medio tonnellaggio, che imbarcano una decina di persone come equipaggio. Possono girare tutto il Mediterraneo, volendo. Molte di queste barche non tengono più il mare, sono diventate pericolose e rimangono quasi come rottami nei porti. In altri casi ci sono controversie tra gli armatori, e il risultato è più o meno lo stesso. A Giulianova, una volta,  mi sono dannato per riuscire a vendere, in sede civile, un motopesca pignorato. In una ventina di giorni barche così possono essere in qualsiasi punto del Mediterraneo. La navigazione è piuttosto precisa,perché agganciano i radiofari. Non  è come con i grandi gommoni d'altura. 
  Su un motopesca può salire tanta gente, molta di più dei dieci, quindici uomini che ordinariamente ne costituiscono l'equipaggio. Allora la nave diventa instabile. A volte le navi affondano quando, nel mare in tempesta, il carico improvvisamente si sposta di lato. Accade anche quando c'è molta gente in coperta che non sta ferma. La nave allora si piega di lato e si rivolta e affonda molto rapidamente trascinandosi dietro chi c'è sottocoperta, ma anche, per risucchio, chi sta sopra. Quando una nave affonda, intorno si crea un vortice che  è molto difficile contrastare. Se ci si vuole salvare, bisogna buttarsi in acqua prima e allontanarsi rapidamente. Abbordare una nave così, piena di gente, è impossibile, senza farla rovesciare e senza ammazzare gli stessi che l'assaltano. Ma è molto pericoloso anche solo tentare manovre di interdizione, e anche senza che ci sia  contatto tra le navi. Perché la gente entra nel panico e si muove, sbilanciando la nave su cui viaggia. In questo abbiamo la tremenda esperienza del naufragio della Kater i Rades, del '97, una motovedetta albanese rubata per trasportare in Italia dei migranti dall'Albania e affondata perché speronata da una nostra nave militare durante manovre di interdizione ordinate dal Governo di allora. Dopo si scelse un'altra strada per controllare le migrazioni dall'Albania, si imparò dalla tremenda esperienza: la via fu quella delle convenzioni con il nuovo stato che si era instaurato da quelle parti, per le quali siamo meno severi con i respingimenti, ma quelli che respingiamo vengono effettivamente riportati indietro. Ma abbiamo anche aiutato l'Albania a risorgere e tra qualche anno si progetta di ammetterla nell'Unione Europea. Sembra però che la memoria storica di allora non ci sia più. 
 Sulla Kater I Rades non viaggiava molta gente, a confronto di certi motopesca che ci arrivano dall'Africa, carichi di migranti. I colleghi che operano nel Meridione ci avvertono che i cosiddetti "scafisti", vale a dire quelli che manovrano quelle navi  stando al timone, sono di solito migranti sommariamente istruiti, che così si pagano il viaggio. A volte sono pescatori corrotti. Comunque non sono veri "comandanti". Non sanno affrontare situazione di emergenza e, per di più, viaggiano su navi scassate. Questo rende ancora più pericolose manovre di abbordaggio e interdizione. 
  Come fare, allora, per bloccare un motopesca con circa cinquecento persone che sta per avvicinarsi alle nostre coste per attraccare? Non si può fare. O, almeno, non lo si può fare senza ammazzare quelli che ci sono sopra. Questa è la realtà. 
  Dicono che bisogna rischiare per contrastare gli "scafisti" e ci si riferisce, penso, non tanto a quelli che stanno al timone dei motopesca che si avvicinano, ma a coloro che, in Africa, organizzano il viaggio, fanno arrivare la nave, la rimettono in grado di riprendere il mare per un'ultima volta, la dotano di uno che sappia stare al timone e ci fanno salire tanta gente pagante. Ma, in realtà, noi vogliamo contrastare chi viaggia sopra quelle navi, i migranti. E' loro che combattiamo. Gli altri sono solo trasportatori che colgono l'occasione di far soldi. Perché i migranti sono gente che paga. 
  Ora siamo diventati spietati. E' la novità dei nostri tempi.  Siamo disposti ad ammazzare per fermare. Sento in giro, anche ad esempio  nella mia parrocchia, gente che dice cose tremende. Accetta, appunto,  che si ammazzi pur di fermare. Il Papa è ignorato. Questa è l'Italia di oggi. Se morirà gente non sarà solo colpa  morale di chi ha deciso di respingere, ma della nazione tutta. Sarà una colpa collettiva. Ma perché una colpa?, ci si chiede. Sono loro, quelli che viaggiano, a mettersi in condizione di morire. Il loro sangue non può ricadere su di noi. Ecco, questo è proprio il problema, un problema etico molto importante, specie per gente che vorrebbe sforzarsi di essere religiosa.
 Che facciamo, allora, li ammazziamo o li salviamo quelli che stanno arrivando da noi per mare, su quei motopesca? Se fosse gente di mare a dovere decidere, come ad esempio mi pare di capire abbiano fatto l’altro giorno i marinai della Vos Thalassa, non avrei dubbi sulla soluzione scelta.
2. Leggo su Ansa.it che i circa cinquecento migranti sul motopesca che da alcuni giorni  stavano avvicinandosi alle nostre coste sono stati trasbordati su navi militari della Guardia Costiera europea Frontex, una di esse è della nostra Guardia di Finanza. Una decisione ragionevole che fa onore a chi l'ha presa e attuata e a chi l'ha condivisa.
  Ora bisogna imparare dall'esperienza. 
   Non possiamo costruire muri sull'acqua: molta altra gente arriverà. Prendersene cura può sembrare un costo eccessivo, ma l'alternativa è peggiore: lasciarli affogare sperando che gli altri "imparino". Non impareranno mai. Le nostre coste sono troppo vicine all'Africa e in Africa e in Asia ci sono troppi problemi.
  La decisione di respingere, interdire, assaltare può costare la vita a chi sta cercando di raggiungerci. E' troppo chiedere che sia presa almeno collegialmente dal Consiglio dei ministri, valutando tutti gli aspetti della vicenda? E' troppo chiedere che i comandi dati alle nostre Marine militari siano univoci, coerenti e attuabili in concreto? 
 Riportare i migranti in Libia non è la soluzione giusta.  
 Innanzi tutto perché nella stragrande maggioranza non sono libici. Sono arrivati in Libia dal Sahara, dall'Egitto o dalla Tunisia. Ma spesso non sono neanche Egiziani, Tunisini o cittadini di nazioni che hanno il Sahara nel proprio territorio. Vengono da più lontano.
 Poi perché la Libia è nel bel mezzo di una guerra civile tra il governo occidentale, sponsorizzato da noi e riconosciuto anche da altri stati e dall'ONU, e quello orientale, che pare appoggiato da Egiziani e Francesi. Dotando di mezzi militari il governo di Tripoli, per aiutarci a combattere i migranti, in sostanza perché li trattengano da loro in campi di concentramento o peggio,  ci schieriamo dalla parte degli occidentali contro quegli altri. E se quegli altri decidessero di attaccare la molta gente che abbiamo in Libia? Sono già in fermento, a Bengasi bruciano le nostre bandiere. I contatti diplomatici con i libici dovrebbero essere attentamente studiati, non è il caso di improvvisare. Abbiamo una diplomazia per questo, che fa capo ad un ministro. E' faccenda che dovrebbe competere a questo settore dell'amministrazione. 
  Si, va beh, ma queste sono, in fondo, le solite chiacchiere da WEB. 
  Bisognerebbe sentirsi veramente angosciati quando succedono certe cose. Sentirsi in colpa quando si mette nel conto di ammazzare della gente. Sapersi immedesimare, ad esempio, in quelli che affogano. Lo ha consigliato nei giorni scorsi lo scrittore Sandro Veronesi.
  Pensarsi sul motopesca che, nel terrore di tutti, a volte di notte, si inclina su un lato, iniziando a imbarcare acqua. Poi si capovolge rimanendo a galla per qualche minuto sottosopra e poi inizia a scendere di poppa, la parte più pesante. E quando riemerge la prua, inizia a perdere l'aria che ha in pancia e a scendere più velocemente, roteando e creando un mulinello che trascina tutti quelli che non sono riusciti a allontanarsi ad almeno  un centinaio di metri. In un motopesca tutto si compie in una decina di minuti. La nave va giù e dietro i corpi delle persone. Se va molto giù, in profondità abissali, non riemerge nessuno: la pressione trattiene tutti. Altrimenti, i corpi si gonfiano come palloni e risalgono, diventando cibo per i grandi pesci carnivori d'alto mare.  Quei pesci sanno "annusare" il cibo da molto lontano. Nel tratto di mare tra Italia e Libia chissà quanti se ne sono radunati. Dicono che nelle ultime settimane sono affogati in seicento. 
  In inverno, se si cade in mare si muore assiderati in pochi minuti. Ma anche d'estate, entrando in acqua ad una temperatura di  circa venti gradi in superficie, dai quaranta che c'erano in coperta sulla nave, si è paralizzati dal freddo. Nuotare riesce difficile e i più non sanno nemmeno farlo. L'acqua entra in trachea e blocca i polmoni e allora esce anche quella che c'è in pancia, aspirata disperatamente negli ultimi tentativi di resistere. Il corpo inizia ad affondare. Si perdono i sensi. Forse la salma riemergerà, orrendamente sfigurata, dopo qualche ora. 
  A chi sta al timone del motopesca è stato spesso  insegnato solo a dirigersi verso il punto indicato dal radiofaro e a far andare su e giù la leva della velocità del motore. Null'altro. Se il motore si pianta non sa farlo ripartire e quindi non obbedisce quando gli si ordina di fermarlo. Non sa fare virate strette, quelle che possono sbilanciare una nave stracarica. Il motore è surriscaldato per lo sforzo che gli è richiesto. Questo può farlo incendiare. La gente è stipata anche nel basso locale macchine con cinquanta, sessanta gradi di calore, l'aria diventa irrespirabile, anche per le esalazioni del carburante. Quando il motopesca affonda, chi sta sottocoperta rimane intrappolato. L'acqua che entra lo spinge contro le pareti. 
  Se ci si immedesima, e si riesce a empatizzare, allora ci si mobilita. Scrivere sul WEB non basta. 
  Gira sul WEB un video di Giovanna Marini che canta "dal Sessantotto al blog". E' un canto scritto molto di recente, narra anche di fatti dell'anno scorso. E' inserito nella riedizione di un album "E' finito il Sessantotto", che ha molte delle canzoni che sentivo da ragazzo negli anni Settanta, con tanta violenza dentro. Ma ce ne sono di alcune ancora coinvolgenti, in particolare di rivoluzionari stranieri. E un discorso del Che all'ONU del '64. Che dice la Marini? Dov'eravamo quando sgomberavano i migranti con gli idranti l'anno scorso? Noi non c'eravamo! Nooo?! Non  è più come nel Sessantotto, quando invece ci si era. In testa c'è la nebbia, dice la canzone, ma una cosa si capisce: è finita la stagione della mobilitazione, quando eri parte integrante di una società veemente, che decide ed interviene, mentre ora siamo "immersi in questa nebbia detta smog,  da cui è affiorato questo insieme giustamente detto blog". Non basta battere sui tasti come sto facendo proprio su un blog.
  Io sono di quelli che ogni domenica fa la Comunione in chiesa. Se fossero affogati quei cinquecento che venivano a noi, l'avrei sentita come sacrilega. Confessarsi non basta. Bisogna in qualche modo riparare. Si chiede pietà, ma bisogna anche darla. Che fare, però,  se si è parte di un popolo spietato? «Voi che calpestate il povero e sterminate gli umili […]»,  cosi si è rivolto a noi il Papa, citando il profeta Amos, nell'omelia della messa del 6 luglio scorso, per i migranti morti e salvati. Questo basta? Nel secondo dopoguerra la Santa Sede fece molto di più nell'aiutare gente che fuggiva dalla Germania; intendiamoci, non criminali nazisti, ma profughi che chiedevano protezione perché erano dalla parte dei vinti, le potenze vincitrici non l'accordavano e le chiese evangeliche tedesche erano in parte compromesse. Si fecero, letteralmente, carte false.  Troppa prudenza ora, pare! Probabilmente viene consigliata dalla Curia. Non la condivido.  Del resto la nostra è una Chiesa che dipende pesantemente dal finanziamento pubblico. E' la stessa prudenza che non riusciamo a perdonare, e a perdonarci, in Eugenio Pacelli, che pure ebbe il merito di sganciarsi dal fascismo mussoliniano, seguendo dal '39 la via indicata da Montini. 
 Parafrasando la canzone della Marini:  "Su muovetevi, che fate?, mica siamo al centro anziani! Qui succede il finimondo!". 
  Ma, la Chiesa… Non dovremmo rimanere prudentemente neutrali tra chi respinge e chi affoga? Non dovremmo fare politica, si sostiene. Davvero? Far affogare la gente non è più peccato, che si possa rimanere neutrali? Non sentiamo più in noi il Comandamento santo «Non uccidere!»? Sicuramente  è ancora un reato. Se sono in molti a morire, si parla di strage.  Può addirittura diventare un crimine contro l'umanità.  Di prudenza e di neutralità politica si può, in definitiva, peccare, e peccare gravemente.  Certi mali sociali, in una società democratica, si possono però prevenire. Ma questo lo si fa innanzi tutto da cittadini, mobilitandosi in società. Quando vogliamo, noi cattolici lo sappiamo fare molto bene.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 9 luglio 2018

Ripubblico il resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia. ll tema è stato Fame e sete di giustizia e il motto L’io nel noi è cambiamento


   Ripubblico il resoconto dell’incontro del 5 marzo 2016 con don Luigi Ciotti, in parrocchia. ll tema è stato Fame e sete di giustizia  e il motto L’io nel noi è cambiamento

Nota: le parole di don Ciotti sono state trascritte da fonoregistrazione, ma il testo non stato rivisto dal relatore e, a volte, si sono dovute apportare alcune modifiche sintattiche per trasferirle dal parlato al testo scritto, segnalate inserendole tra parentesi quadre. In alcuni casi, in cui la fonoregistrazione risultava incomprensibile, il testo è congetturale e lo si segnala nello stesso modo, ponendo il testo tra parentesi quadre.



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1. L’incontro con don Luigi Ciotti ha introdotto una serie di cinque altri eventi, del ciclo Immìschiati!, sulla dottrina sociale della Chiesa, dal marzo al maggio 2016. Si è tenuto nella chiesa parrocchiale. Don Ciotti è arrivato al termine della Messa vespertina.
 Il parroco don Remo ha introdotto l’incontro, spiegando che oltre ad essere tanto desiderato era pensato come introduzione al ciclo di serate sulla dottrina sociale della chiesa programmato nei mesi successivi.
 A fianco di don Ciotti, per il quale è stato allestito un tavolo davanti all’altare, c’era la giornalista Alessandra che gli ha fatto domande a nome di tutta la comunità.
  La giornalista ha chiesto a don Ciotti di spiegare come aveva deciso di diventare sacerdote.
L’infanzia
2. DON CIOTTI:
 Buonasera a tutti!  Rispondo con fatica a una domanda tanto personale.
 Sono un veneto immigrato a Torino per la ragione di tante altre persone. Mio padre cercava lavoro. Trovò lavoro in Piemonte, ma non trovò la casa. L’impresa disse che poteva abitare, con sua moglie e i figli, in una baracca dentro il cantiere. Io da piccolo mi vestivo con gli abiti della San Vincenzo. Sapete che cosa vuole dire.  La mia famiglia era molto povera. Vivevamo in una baracca perché non c’erano altre possibilità, però vi posso garantire che mia madre gli abiti li lavava e li stirava molto bene.  Perché uno può essere povero, ma dignitosa. E la mia famiglia era dignitosa.
  Voi però capite che solo per il fatto di vivere oltre lo steccato di un cantiere, in un baracca, eri già giudicato. C’è il rischio, ieri come oggi, che molti si fermino alle apparenze, ti giudicano. [Ti davano delle etichette].  Però il cambiamento io lo feci a diciassette anni.
GIORNALISTA: Gli chiede di raccontare di più della sua infanzia, in particolare della scuola elementare.
DON CIOTTI: Io andavo a scuola, il primo anno, in prima elementare… Mi madre andò dalla maestra e le disse che non le era possibile comprarmi il grembiule. Allora c’erano questi grembiuli, ma c’era poi questo immenso fiocco.
 Il cantiere, quindi la baracca di casa, era in un quartiere ricco di Torino, perché era [nei pressi del] Politecnico. Non è un giudizio, vi prego, ma un dato di fatto: mia madre andò, in prima elementare, dalla maestra  e le disse «Signora maestra, io non posso mandare mio figlio a scuola, almeno nel primo mese, con il grembiule e con questo benedetto fiocco». [Infatti] aveva dovuto comprare il grembiule e il fiocco alle mie sorelle più grandi, che andavano alla stessa scuola.
 Quindi, quando io sono andato a scuola, mi sono sentito diverso, perché ero l’unico bambino in tutta la scuola senza il grembiule e senza il fiocco. E, guardate, che può sembrare una superficialità, ma anche quello mi mise in difficoltà. Tu [si rivolge alla giornalista] vuoi sapere, e certamente già lo sai, che cosa è successo. E’ successo semplicemente che un bambino, a scuola, si sente in difficoltà.
 La maestra aveva detto [a mia madre] «Mi raccomando, signora, tra un mese suo figlio deve venire, come tutti gli altri bambini, con il grembiule e con il fiocco».
 Dopo venti giorni di scuola, una mattina in classe i miei compagni, [io ero stato messo al primo banco], rumoreggiano disturbano, [come fanno i bambini ed ero anch’io un bambino]. Dunque, in prima elementare, primi giorni di scuola, che succede? La maestra arriva, chissà che cosa soffriva in quel momento, quali preoccupazioni avesse, io non lo so, ma oggi credo ancora di più di riuscire a capire. A volte tu hai degli impegni, hai delle responsabilità, come lei aveva: è entrata tesa e nervosa.  I miei compagni, tutta la classe, disturbavano. E lei non se la prende con i compagni, [ma con me che ero] a primo banco, senza grembiule, senza fiocco, si mette a gridare, non con quei bambini che disturbavano, ma verso di me, [io devo aver fatto un gesto], mi viene spontaneo usare le mani, come per dire «ma che cosa vuoi?». Lei chissà che cosa ha capito in quel momento della sua fatica. I miei compagni gridano ancora più forte. [Allora le scappa un’espressione, che mi ha ferito. Mi grida:] «Ma che cosa vuoi tu montanaro?». A me, nato a Pieve di Cadore, sulle Dolomiti, oggi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che questa mi dica «Che cosa vuoi tu montanaro?», [a me che già avevo sofferto per essere stato sradicato dalla mia terra]… Io ho cercato di parlare, i miei compagni continuavano a ridere e scherzare. Ho sbagliato, ripeto, ho sbagliato, perché ho reagito da bambino. [C’erano quei calamai di una volta, incastrati nei banchi]. Io ad un certo punto non riesco a parlare con la maestra, [lei gridava]. Ho preso il calamaio [e ho fatto una cosa che non dovevo fare, glielo tiro]. Disgrazia vuole che la colpisco in pieno, con l’inchiostro, immaginate… Fui subito espulso da scuola, in prima elementare. Una volta chiamavano i bidelli, ricordato? Io quell’uomo non l’ho più incontrato nella mia vita, per mano mi ha accompagnato: dopo venti giorni di scuola, in prima elementare, espulso!
 Io sentivo di avere sbagliato. E’ chiaro che avevo sbagliato. Anche se dentro di me era stata una difesa disperata della dignità, della mia gente, della mia famiglia. Mia madre mi diede una sonora, sonora, lezione. Ancora oggi, a settant’anni, vi posso garantire che quella lezione non l’ho mai dimenticata, ma credo di dover essere riconoscente a mia madre. Perché non mi ha fatto sconti. Perché mi ha insegnato, in un momento difficile, che a qualunque forma di violenza, anche verbale, non si risponde con la violenza. Ho avuto una punizione forte da mia madre. Anche se anni dopo, quando ero più grandicello, mi disse: «Luigi, io avevo capito che tu avevi difeso la dignità, ma tu non dovevi in ogni caso reagire in quel modo».
 Ma il vero problema, sapete che cosa è stato? Alle 12:30, quando i miei compagni uscirono da scuola, dopo che ero stato espulso, in prima elementare”, [e dicevano alle madri] «Sai che cosa è successo oggi a scuola?», «Dimmi cicci», «Oggi a scuola è successo che un nostro compagno ha tirato un calamaio alla maestra», «Ah, povera maestra!». [Nessuno si chiede di quel compagno, del perché l’abbia fatto]. Seconda tappa: «Lo sai che ha sporcato con l’inchiostro tutto il vestito della maestra?», «Ah, povero vestito della maestra!». [Certo, l’avevo colpita in pieno]. Ho fatto una cosa che non dovevo assolutamente fare. «Come si chiama il tuo compagno?», «Ciotti», «Guai, guai, se ti vedo con quel compagno!». Io sono diventato, in prima elementare, “il compagno cattivo”, che abitava nella baracca, dentro quel cantiere, che non andava con l’abito giusto a scuola perché non poteva. Non era un problema di bambini, era un problema di adulti, che avevano detto ai bambini, fermandosi all’apparenza, non scavando in profondità, [di non frequentarmi]. Io poi ho cambiato scuola, perché sono diventato “il compagno cattivo”.
 Alcune ferite nella vita te le porti dentro, non si cancellano mai. Tu hai sbagliato. Ma ero un bambino piccolo. Ho reagito come ero capace, con le mie responsabilità, alla fermezza di una mamma, che, pur avendo capito che c’era una ragione non mi ha fatto sconti e di questo le sarò sempre profondamente grato.

Sacerdote, parroco della strada
3.
GIORNALISTA: Gli chiede che cosa è successo nel 1962, quando diventa sacerdote e la sua parrocchia diventa la strada.
DON CIOTTI: Allora, Il passaggio è questo -  ma è la storia di tanti, io, chiedo scusa, sono una piccola cosa; sono venuto molto volentieri, ma ripeto, sono piccolo, piccolo, veramente piccolo. Lei mi sollecita, ponendomi queste domande, ma penso al bagaglio di esperienze, di incredibili speranze, alle cose meravigliose che voi testimoniate e vivete.
  Io, a diciassette anni, ero a scuola per prendere un diploma in telefonia e telegrafia. Frequentavo poi la parrocchia, le condizioni della famiglia erano migliorate. Appartenevo all’Azione Cattolica, che per me è stata un punto di riferimento molto importante nella mia vita.
 Andando a scuola mi aveva colpito un signora, su una panchina di Torino, passando sul tram, tutti i giorni andando a scuola. Mi aveva colpito, con tre cappotti addosso, e leggeva sempre un libro. E poi, con quelle matite blu da una parte e rossa dall’altra, questo signore, ripiegato su se stesso, su questa panchina, ogni tanto sottolineava quello che leggeva.
 Certo, diciassette anni è un’età meravigliosa, i soldi, i fermenti, ma anche l’incoscienza, la mia timidezza. Ma quel signore era sempre lì. Sapete [convegni e dibattiti sui poveri, sulla giustizia, se ne fanno tanti], anche noi in parrocchia discutevamo dei poveri. Ma un’altra cosa quando incontri la situazione di una persona, su una panchina, ripiegata su sé stessa.
 E un giorno ho deciso di scendere dal tram, tornando a casa, mi sono avvicinato a questo signore, sempre solo. La sua casa era un sacco di quelli di iuta. [Lì con il suo libro]. Sono sceso dal tram e gli ho detto: “Signore, vuole che le vado a prendere un caffè?”. […] E quello, zitto. [Allora mi sono sentito in difficoltà]. Allora non gli piacerà il caffè. “Scusi, vuole che le vada a prendere un tè?”. Perché tu cerchi la comunicazione. E l’unità di misura dei rapporti umani è la relazione, il dare parola, è l’ascolto. Chiedendogli se avesse bisogno di qualche cosa, cercavo di creare una relazione. E lui, zitto. Io ero in difficoltà, non sapevo che cosa dire. Allora ho pensato: “Sarà sordo!”. Ma quando le macchine all’incrocio frenavano di colpo, lui alzava la testa e guardava: sentiva benissimo. Testardo lui, testardo io. Oh, ragazzi, auguro anche a voi una sana testardaggine, sana. Sana! Quando l’obiettivo è un obiettivo positivo, di bene, di giustizia, non arrendetevi mai alle prime difficoltà! Se è una cosa giusta, se è una cosa positiva, se è una cosa bella… E io non l’ho mollato per dodici giorni. E per dodici giorni gli ho chiesto: “Signore, ha bisogno di qualcosa?”.
 Chi era quest’uomo, che ha cambiato a diciassette anni la mia vita?  Questo signore era un medico.
 E guardate che nella vita di tutti può succedere improvvisamente la tempesta. Una tragedia, la morte di una persona cara, una malattia. Può succedere a tutti qualcosa che ti sconvolge la vita. 
 E nella vita di questo medico, amato da tanta gente nel suo paesone nel nord Italia, un medico buono, generoso, improvvisamente la tempesta gli travolge la vita e lo porterà con qualche squilibrio sulla panchina di Torino.
 Un giorno questo medico mi dice - avevamo iniziato a parlare, un ragazzino imbranato come ero io a diciassette anni, e lui con quel peso, quel fardello, quella sofferenze, che l’avevano completamente segnato … Io ho settant’anni, ne avevo diciassette, immaginate quanto indietro andiamo negli anni. Non si parlava di droghe in Italia.  Non c’era la parola. Ma lui, medico, aveva visto che nel bar di fronte, c’erano dei ragazzi che entravano in quel bar, avevano dei farmaci, prendevano dell’alcol e sballavano in quel modo. Lui se ne era reso conto, [perché aveva] la competenza. E mi disse: “Vedi, io sono stanco, sono vecchio, sono malato, dovresti fare qualcosa tu per quei ragazzi lì, perché si drogano, si fanno del male. L’eroina arriverà anni dopo.  Dell’eroina se ne parlò perché a Torvaianica venne trovata morta Wilma Montesi. Chi di voi ha qualche anno di più ricorda quella pagina drammatica. Io ero un ragazzino, con la voglia di fare qualche cosa. 
 Una mattina, andando a scuola, la panchina era vuota. Non c’era più. Era morto.
 E allora avevo sentito che quell’incontro non poteva essere uno dei tanti incontri. Perché ci sono degli incontri nella vita che ti segnano dentro. Ti pongono delle domande. Ti sollecitano a metterti in gioco.
 E quindi ho cominciato così.
 Tre anni dopo nasce il Gruppo Abele, dove io, sono passati cinquant’anni, continuo a vivere.  Certo, molte cose sono cambiate, ci sono volti nuovi, percorsi nuovi, modalità nuove, ma io devo dire grazie a questo signore, a questo medico, quella sua fragilità e sofferenza, a quell’invito [che sarà tanto importante per la mia vita]. Io ho cominciato quindi a vent’anni a mettere insieme dei pezzi. Nasce il Gruppo Abele e sulla strada ho incontrato ragazzi che vivono nel carcere per i minorenni, ragazzi che vivono nelle case di rieducazione. Da lì [nascono] le prime comunità alternative alla strada.
  E poi: il fatto della droga.  E noi aprimmo a Torino il primo centro droghe in Italia, autodenunciandoci. Perché la legge stabiliva che se io ho il problema della droga e vado da te medico, tu medico avevi l’obbligo di denunciarmi e alla tua denuncia scattava o il carcere o l’ospedale psichiatrico.
 E allora cominciammo quei percorsi, lentamente, coi ragazzi di strada, con delle ragazze: diventerò sacerdote anni dopo, c’era già questa storia.
 E, a ordinarmi sacerdote, è arrivato a Torino un vescovo.  Era professore all’Università statale. Era un grande studioso di sant’Agostino. Un vescovo [che non faceva chiamare] eccellenza - poi diventerà cardinale - ma, guardate!, già da allora, si faceva chiamare  padre, padre Michele Pellegrino.  E quando io ho incontrato per la prima volta papa Francesco, ad un certo punto, […] Furbo! Perché lui sapeva chi mi aveva ordinato sacerdote! Ma nella sua carica affettiva, ad un certo punto mi dice  “Ma chi è che ti ha ordinato sacerdote?”. Io gli rispondo “Michele Pellegrino”. E poi mi racconta, che quando i suoi nonni, in Piemonte, a Portocomaro, provincia di Asti, si erano trovati in un momento di estrema difficoltà, ad aiutarli era stato un giovane prete di nome Michele Pellegrino. E sarà Michele Pellegrino - pensate la storia!”, quel giovane prete che aveva dato una mano ai nonni di quello che sarebbe poi diventato papa Bergoglio [a ordinarmi]: per me è il massimo di riconoscenza a Dio per avermi permesso di incontrarli tutti e due nella vita. E quando diventai sacerdote, c’era già il Gruppo Abele, con questi ragazzi e queste ragazze, la chiesa si riempì di questo popolo della strada. E Michele Pellegrino guardò questi ragazzi e queste ragazze e disse: “Io che cosa state pensando. Che adesso prendo don Luigi e lo mando in una parrocchia. Ma lui è nato con voi, è cresciuto con voi. Io ve lo lascio! Però affido anche a lui una parrocchia.” Lui mi ha detto: “La tua parrocchia sarà la strada”.  E Michele Pellegrino non mi ha mandato a insegnare a chi era sulla strada, ma mi ha mandato ad imparare a riconoscere i volti di Dio a chi ti fa più fatica. E quindi, su mandato del mio vescovo, condivisi le mie fragilità, ma avevo la gioia di spendermi, di costruire dei percorsi. Sono passati cinquant’anni, dal Gruppo Abele sono nate tante altre cose, ma sono riconoscente ai miei genitori, sono riconoscente a Dio che mi ha permesso, nelle mie fragilità, di vivere delle esperienze che mi hanno aiutato a spendere poi un po’ della mia vita.
Dall’impegno per i drogati a quello contro la mafia. “Osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo e così riconoscere quale contributo ciascuno può portare”
4.     
GIORNALISTA: Gli chiede che cosa è successo dopo gli omicidi dei magistrati Giovanni Falcone (Capaci, 1992) e Paolo Borsellino (Palermo, 1992).
CIOTTI: Lei mi ha chiesto che cosa è successo [dopo la fondazione del Gruppo Abele] dove io continuo a vivere. Guai se mi venisse meno quel contatto!] Si perde il contatto con la vita delle persone: io continuo a vivere lì.
 Il tema della droga.
 Due mesi prima della strage di Capaci [Comune vicino a Palermo nel cui territorio, sull’autostrada per Palermo, fu ucciso Giovanni Falcone. Nota del trascrittore]  io mi sono trovato con Giovanni Falcone a Gorizia, a tenere un corso di formazione per la Polizia di Stato su tema delle [tossicodipendenze]. Giovanni Falcone, per varie ragioni, [era stato destinato al Ministero della Giustizia], qui a Roma. E io me lo ricordo, a questo corso per la Polizia di Stato, a Gorizia, trattava gli aspetti legislativi, ma non solo, anche la prevenzione, l’educazione, [l’occuparsi delle famiglie] di questi ragazzi con il problema della droga.
 Il giorno della strage di Capaci, il 23 maggio 1992, io ero in Sicilia a tenere un corso di formazione per gli insegnanti delle scuole, era un sabato, sul tema di come portare nel mondo della scuola tutto questo. Cinquantasette giorni dopo, il 18 luglio, e il 19 luglio ci fu la strage di via D’Amelio [in cui fu ucciso Paolo Borsellino. Nota del trascrittore], io ero a Palermo, sempre per un lavoro, in questo caso [finanziato] dall’Unione Europea, sulla scuola, sul tema della droga.  Sono dei segni, nella vita. Io li considero dei segni importanti. [E allora uno si chiede, c’è il mercato della droga, lo sfruttamento di questi ragazzi, forme di usura, chi c’è dietro?] Certamente ci sono delle connessioni. E quindi nasce il desiderio, [dopo quelle stragi di Palermo in cui quei magistrati hanno speso la loro vita], di prendere coscienza [dove siano le le radici della mafia], che è nata al sud, ma gli affari li ha fatti al nord.
 Primo anniversario della strage di Capaci. […] Io sono a Palermo e succede un fatto che accelererà questo percorso. Vicino a me c’era una donna che continuava disperata a piangere. Io non la conoscevo. Avevo osservato le sue mani. Mani di una donna che certamente andava in campagna a lavorare la terra.  Vicino a le un’altra donna simile. C’erano tutte le autorità. [Era un momento solenne in cui si ricordava la morte del giudice Falcone]. Ad un certo punto questa donna, con due occhi pieni di lacrime, mi punta, io ero imbarazzato lì vicino, con un filo di voce mi dice: “Ma come mai non dicono il nome di mio figlio?”. Io ho capito. Perché c’è il rischio, ieri ma anche oggi, che in tante cerimonie si ricordino i nomi delle persone importanti e poi si senta dire “Ricordiamo i ragazzi della scorta”.  Ma il primo diritto di ogni persona è di essere chiamata per nome. […] Quella mamma voleva sentire il nome di suo figlio! Non “I ragazzi della scorta”! Era la mamma di Antonio Montinaro, che insieme a Rocco Dicillo e a Vito Schifani, aveva perso la vita per la stessa ragione per cui l’aveva persa il magistrato. In momenti come quello, ti senti piccolo, disarmato. Mi è nata l’idea di trovare un giorno per ricordarle tutte, le vittime. Per non lasciare soli i familiari. Perché la memoria non divenisse retorica, celebrazioni, ma diventi impegno. E allora ecco il 21 di marzo, il primo giorno di primavera, quell’interminabile elenco, e ogni anno troviamo situazioni [nuove], sono tanti, ma dobbiamo ricostruire questi percorsi, non nella retorica, e [ così abbiamo dato vita, tra il 1994 e il 1995, ad un coordinamento che di 1600 realtà italiane: dall’Azione Cattolica, agli scout dell’AGESCI, al movimento degli  scout europei, a quelli laici della CNGEI, alla Lega Ambiente, alla Chiesa Valdese… Oggi la Conferenza Episcopale Italiana si è fatta carico di questo. Milleseicento realtà, insieme.  Non dimentichiamo che un sacerdote, don Luigi Sturzo, che poi darà vita al Partito Popolare, da cui nascerà la Democrazia Cristiana, nel 1900 disse, lui era un siciliano, di Caltagirone, quindi conosceva quella realtà, che aveva una passione per quella politica che Paolo 6° definì la più alta ed esigente forma di carità (perché la politica vera è quella al servizio del bene comune), don Sturzo disse “La mafia ha i piedi in Sicilia, ma la testa, forse, a Roma”. Era il 1900. E aggiunse questa drammatica profezia: “Diventerà forte e disumana, dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per portarsi anche al di là delle Alpi”. Quest’uomo aveva intuito. Non dimentichiamo che poi con don Pino Puglisi e don Peppino Diana dei sacerdoti non si voltarono dall’altra parte. E qui voglio ricordare il fenomeno di quegli altri sacerdoti uccisi perché erano impegnati contro quei crimini: don Giorgio Gennaro, don Costantino Stella, don Stefano Caronia, uccisi come don Puglisi e don Diana, chi li ricorda? E pensare che nel 1877 il giornale della diocesi di Palermo, si chiamava La Sicilia Cattolica ed era l’organo ufficiale della Curia vescovile, denunciava la collusione tra la buona società e il crimine organizzato. Cito due righe di quel giornale: “Che vale” è scritto “essere avvocato, sindaco, proprietario, e perfino deputato, se delle loro proprietà e titoli se ne servono per proteggere il malandrinaggio? Per giungere ad alcunché di positivo bisogna non transigere con la mafia”. Com’è possibile che da 400 anni parliamo della camorra, che da 150 anni continuiamo a parlare di Cosa Nostra (il nome che i mafiosi hanno dato alla loro organizzazione criminale. Nota del trascrittore), come è possibile che da 120 anni parliamo della ‘ndrangheta calabrese? Certo che dobbiamo parlarne e non possiamo dimenticare quanto generosamente si impegnano nelle forze di polizia, nella magistratura, nelle istituzioni, persone che ci credono e che ce la mettono tutta. Abbiamo il dovere di far emergere le cose positive che vengono fatte. E ce ne sono. Il nuovo codice degli appalti che è stato approvato in questi giorni, anche quello è un passo in avanti. E un passo in avanti nonostante altre deficienze, ma è un passo in avanti. Bisogna capire l’importanza delle cose positive. […] Ma come mai corruzione e mafie sono nel nostro paese due facce della stessa medaglia? E l’altro giorno, quindi non cento anni fa, il presidente della Corte dei conti, qui a Roma, inaugurando l’anno giudiziario, ha fatto questo passaggio, che mi fa piacere ripetere, ha detto: “Crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso nel quale o ognuna è causa ed effetto dell’altra”. E’ il presidente della Corte dei Conti, un uomo di grande valore. E uno dei suoi predecessori, Tullio Lazzaro, arrivò al punto di affermare: “Il codice penale non basta più, ci vuole un ritorno all’etica da parte di tutti”. Io non sono nessuno, sono venuto qui per amicizia e per affetto, ma mi permetto di dire che il cambiamento ha bisogno di ciascuno. Noi dobbiamo essere il cambiamento. Dobbiamo assumere sulla nostra pelle una parte di responsabilità. Non si può sempre delegare ad altri. Certo, ci sono la magistratura, le forze di polizia. Ma qui c’è anche un impegno che ci chiama ad essere cittadini responsabili. E mi fa piacere che papa Francesco, nella Laudato Si’ [enciclica del 2015.  Nota del trascrittore], in un passaggio graffiante, scrive: “Bisogna prendere dolorosa coscienza e osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo e così riconoscere quale contributo ciascuno può portare”. Le parole hanno un loro peso, non possono entrare di qui e uscire di lì. Papa Francesco ha il suo coraggio, la sua sofferenza, la sua semplicità. E questo diventa molto importante per tutti. Quando la dignità, la libertà, la vita delle persone vengono calpestate, noi non possiamo e non dobbiamo tacere.
La “dolce pedata di Dio” per non essere cittadini a intermittenza. Essere credibili, oltre che credenti. Il silenzio sul male, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni.
5. Il Papa invita, proprio nella Laudato si’, a entrare, cito testualmente, «in una fase di maggiore consapevolezza.»
 Io ho due riferimenti, che mi sono cari.  Il Vangelo. Son un cittadino: il mio secondo riferimento è la Costituzione italiana. Lì ci sono le regole dell’essere cittadino. La prima forma di legalità è la fedeltà alla nostra Costituzione. E io continuo a dire che il primo testo antimafia [da applicare] è la Costituzione italiana.
 Quell’art.3, quell’art.3 impressionante!
[Art.3 Cost. -Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
  E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese]
 Ma anche l’art.4
[art.4 Cost. - La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
  Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società]
 che ci invita a metterci in gioco per portare il nostro contributo al progresso materiale e spirituale del nostro Paese.
[…] Oggi come non mai c’è un livello di commistione, mai raggiunta prima, [con] mafia e corruzione. Ragazzi non dimenticatelo mai! [E’] un sistema che distrugge il lavoro, la sana impresa, la speranza di tante persone.
  Allora la lotta, il Papa parla sempre di lotta, non è solo un problema etico, […] alla corruzione, ai giochi mafiosi, non è solo un dovere etico, è una priorità economica. Perché ci impoverisce tutti la corruzione. Non permette l’impresa sana, crea disordine.
 E allora le mafie non sono un mondo a parte. Sono una parte del nostro mondo. Vivono tra noi. Cambiano insieme a noi. E quindi, quando qualcuno s’è stupito di Mafia Roma Capitale [l’inchiesta giudiziaria romana su un fenomeno mafioso originato a Roma. Nota del trascrittore], io mi sono stupito di chi si è stupito. [Quello che è emerso è impressionante].
 Quando c’eravamo trovati, per la confisca del Cafè de Paris, in via Veneto, davanti all’ambasciata americana che ha telecamere da tutte le parti, il famoso Cafè de Paris, quello del film di Fellini La Dolce Vita [il locale venne ripreso nel film La Dolce Vita, di Federico Fellini, del 1960. Nota del trascrittore], e si era scoperto che era in mano alla ‘drangheta, [a una famiglia accusata di mafia], [così come il caffè Chigi davanti a palazzo Chigi, io mi ero permesso di dire che la mafia qui in città c’era, perché la respiri, la senti, dove c’è la politica, la finanza. […] L’ultimo rapporto della DIA, consegnato l’altro giorno, [ha riferito] che la situazione è tornata pesante, grave. Perché in un momento di grande crisi economica e finanziaria loro hanno il denaro, lo investono, lo riciclano. E, allora, senza generalizzare, senza dimenticando le cose belle e positive che ci sono, bisogna prendere coscienza che questa situazione c’è. Ma il vero problema non sono solo i poteri illegali, ma sono anche i poteri legali che si muovono illegalmente.
 E vi cito [un rapporto della Banca d’Italia di non molto tempo fa che parlava] di corrotti che siedono regolarmente nei consigli di amministrazione degli enti pubblici.
 Non siamo qui per semplificare e giudicare, siamo qui per conoscere. Ed essere in chiesa, per me, è anche per chiedere a Dio che ci dia la sua dolce pedata, la pedata di Dio, perché nessuno si senta mai a posto e mai arrivato. E quando la gente mi chiede la benedizione, la benedizione di Dio, io la intendo come una dolce pedata, perché il [moto di rifiuto] ci deve coinvolgere veramente tutti.
 E allora abbiamo questa grande responsabilità, anche noi. Di non essere cittadini  a intermittenza.
 Il giudice Rosario Livatino [giudice siciliano assassinato dalla mafia nel 1990. Nota del trascrittore], che certamente finirà sugli altari, perché si è aperto il processo di beatificazione, lui non lo avrebbe mai pensato, ma improvvisamente [scatenò] la coscienza di Giovanni Paolo 2°.
  Perché [nel discorso preparato per essere pronunciato da Giovanni Paolo 2° nella Valle dei Templi] non c’era nulla di quello che poi invece disse improvvisamente.
  Il Papa Giovanni Paolo 2°, nel suo pontificato, andò cinque volte in Sicilia; quell’anno, nel 1993, era la seconda volta. Era l’ultimo giorno, ad Agrigento. Pranza nel seminario maggiore. Riposa una mezz’oretta. Si forma il corteo per andare alla Valle dei Templi. Migliaia di giovani. Adulti. Ma il corteo improvvisamente si ferma. Il Papa scende, entra in una porticina.
  [Poi, alla Valle dei Templi, pronuncia quel discorso, in cui] non c’era un riferimento alla violenza criminale mafiosa, c’era un riferimento più generico; la preghiera finale, nulla. Attenzione! Il Papa sta per andarsene e la televisione propone quell’immagine in cui lui dice [ai mafiosi]: “Verrà il giudizio di Dio! Convertitevi, cambiate!.
  Ma non bisogna [considerare solo quella] sequenza, bisogna vedere tutto quello che è successo.
  Perché Giovanni Paolo 2° sta per andarsene, ma ha dentro quell’incontro [di poco prima], fa un metro in avanti, poi torna indietro, e tenendo quel pastorale, che anche papa Francesco continua a portare e che era quello di Paolo 6°, comincia a gridare. Lo ricordate? Abbiamo scoperto poi che cosa era successo.
  Perché certi incontri cambiano la vita.
  Io ho conosciuto il papà e la mamma del giudice Livatino. Ora sono morti. Loro erano dietro quella porticina [per la quale era entrato il Papa].
  La mamma ricordo che mi aveva detto che era molto emozionata. Il papà mi ha detto: “Sai, gli abbiamo fatto leggere gli atti di nostro figlio”.
  Io non so quale fu la pagina che Giovanni Paolo 2° lesse.
  Io so qual è la pagina che ho letto io.  Quel papà mi ha fatto leggere i diari di suo figlio. E da quel momento quello che io ho letto lo continuo a gridare ovunque. Quando Livatino scrive nel suo diario che alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili.   
 Io non so quale pagina lesse Giovanni Paolo 2°, so che il Papa torna indietro e dirà parole dure, cambiate!, convertitevi!, e aggiunge: “Un domani, il giudizio di Dio!”.
  La mafia risponde.
  Nove maggio: Valle dei Templi [il discorso del Papa]. 27 luglio, Roma [attentato mafioso], San Giovanni Laterano, San Giorgio in Velabro. A settembre viene ucciso, il giorno del suo compleanno Pino Puglisi [parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo]. Qualche mese dopo don Peppino Diana [parroco in Casal di Principe] il giorno del suo onomastico.
 Ma, attenzione, c’è un passaggio che diventa importante. E’ che, tra quel  9 maggio, il 27 luglio e il 15 settembre [omicidio di don Puglisi], il 19 agosto, in America, un signore chiede di parlare con l’FBI, questo signore, uomo di Cosa Nostra [il nome che i mafiosi hanno dato alla loro organizzazione criminale], che era diventato collaboratore di giustizia, protetto in America, negli Stati Uniti, dall’FBI, chiede di poter parlare e dirà queste testuali parole, che sono fondamentali e importanti: «Nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile. Ora invece Cosa Nostra sta attaccando la Chiesa, perché si sta esprimendo contro la mafia. Gli uomini d’onore mandano messaggi chiari ai sacerdoti: “Non interferite!”». Era il 19 agosto. Qualche giorno dopo il Ministro degli interni dirama nei cifrati dei messaggi di allerta. Il 15 settembre viene ucciso don Pino Puglisi.
  La Chiesa ha avuto anche lei delle fasi altalenanti. C’è stata un Chiesa grande, forte, coraggiosa, ma mentre da una parte veniva ucciso don Puglisi, c’era un sacerdote, un frate, che andava a celebrare la Messa al super latitante e super ricercato Pietro Aglieri.  Al punto che un grande gesuita, che dopo le stragi di Capaci [assassino del giudice Giovanni Falcone] e di via D’Amelio [assassinio del giudice Paolo Borsellino, andrà a Palermo, padre Bartolomeo Sorge, quando lascerà Palermo, scriverà queste parole: «Mi sono sempre chiesto, come questo sia potuto accadere. Il silenzio della Chiesa sulla mafia. Non si potrà mai capire come mai i promulgatori del Vangelo delle Beatitudini non si siano accorti che la cultura mafiosa ne era la negazione. Il silenzio, se ha spiegazioni, non ha giustificazioni.
 Anche la Chiesa ha avuto della fasi di superficialità, di grave superficialità.
L’importanza dei segni. Dio è di tutti. Chi adora il male è scomunicato. Essere capaci di andare incontro a chi ha sbagliato
6.[Quando ho incontrato papa Francesco], gli  ho portato un piccolo regalo. A Torino c’è un piccolo bar, che fa un ottimo caffè. Ho pensato “E’ un figlio di italiani”. E quando noi andiamo per il mondo a trovare i nostri, portiamo un po’ di formaggio grana e il caffè tostato. Io vado dal papa Francesco e gli ho portato un po’ di caffè [di quel bar]. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare.  Quattro giorni dopo torno a Torino, passo da quel bar e [il titolare] mi dice: “Il Papa mi ha scritto”. Aveva letto la targhetta [sulla confezione] e gli aveva scritto: “Il caro don Luigi, mi ha portato un pacco del vostro caffè. Io me lo sono fatto. Molto buono! Grazie. Papa Francesco!”. Voi avete capito l’importanza dei segni!  Anche tra di noi! A volte non sono necessarie parole! Un gesto, un ascolto! Una prossimità! In quella famiglia dove c’è una persona che stenta a vivere!         Quelle persone più fragili. L’unità di misura, ce lo siamo detti, è la donazione. I gesti sono importanti. Alla seconda volta che l’ho incontrato: un pacco di caffè. Piccoli doni. Io gli ho chiesto: “Te la senti di incontrare mille famigliari a cui hanno ucciso le persone più care, gli hanno strappato gli affetti?”. E lui non mi ha fatto nemmeno finire e mi ha detto: “Vengo!”. Per correttezza gli ho detto: “Guarda che non tutti sono cattolici!”. Perché venivano da campi diversi. E con un sorriso mi fa: “Che bello!”. Lui ha avuto un grande maestro, Carlo Maria Martini. Io non potrò mai dimenticare quando Carlo Maria Martini, grande biblista, diceva una cosa importante, che Dio non è cattolico, Dio è di tutti, Dio ama tutti. E il Papa ha incontrato [quelle persone], ha ascoltato, ha detto delle parole cariche d’affetto, ma anche lì ha compiuto un segno. Immaginate, un migliaio di familiari a cui hanno ucciso le persone più  care e lui dirà delle belle parole che consegno anche a voi: “Il desiderio che sento è di condividere con voi una speranza, ed è questa, che il senso di responsabilità che adottiamo sulla corruzione, in ogni parte del mondo, deve partire da dentro, dalle coscienze e da lì risanare i comportamenti, le relazioni, il tessuto sociale, le scelte, così che la giustizia guadagni spazio, si allarghi, si radichi,  e prenda il posto dell’iniquità”. Poi va avanti.  Li abbraccia, con le parole e con la voce. Prende il discorso e lo capovolge. Attenzione, c’erano familiari a cui avevano ammazzato le persone care! Dice: “E sento di dover dire una parola ai grandi assenti, ai protagonisti assenti, agli uomini e alle donne mafiose. Per favore, cambiate vita! Convertitevi! Fermatevi! Smettete di fare il male! E noi preghiamo per voi”. E compie lo stesso gesto che fece Paolo 6°, un grande Papa, quando fu rapito l’onorevole Aldo Moro [nel 1978]. Paolo 6° impiegò una notte, strappò tante volte quello che scriveva, lo modificò, lo corresse. Fino al punto di scrivere “Uomini delle brigate rosse, ve lo chiedo in ginocchio: liberate l’onorevole Aldo Moro!”. E userà lo stesso passaggio Papa Francesco: “Convertitevi, lo chiedo in ginocchio. E’ per il vostro bene”.  E poi, mentre Giovanni Paolo 2° disse che sarebbe venuto il giorno del giudizio di Dio, lui è più pratico, dice: “Questa vita che vivete adesso non vi darà gioia, non vi darà felicità, il potere e il denaro che voi avete [ricavato] dagli affari sporchi, dai crimini mafiosi, è denaro insanguinato, è potere insanguinato, che non potrete portare nell’altra vita. Convertitevi! Ancora c’è tempo, per non finire all’inferno.” Molto pratico. Io ricordo quel momento con grande emozione. Come ricordo che qualche mese dopo è andato nella piana di Sibari, in Calabria, ricordate?, e lì, con un filo di voce ma con una profondità immensa, ha detto una cosa molto semplice: “Chi adora il male è scomunicato”. Però poi, come ha sempre fatto, come noi siamo invitati a fare, perché c’è la misericordia di Dio ma anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi verso gli altri, va a incontrare chi ha sbagliato, chi è in carcere, non si fa sconti a nessuno!, perché la giustizia deve fare la sua strada, ma dobbiamo essere capaci di andare incontro a chi ha sbagliato, perché possa veramente rivedere un pochettino il percorso della propria vita.
La misericordia. Liberare chi libero non è. Non essere cittadini a intermittenza. Continuità e condivisione. Approfondire il sapere, cercare di capire, non essere superficiali.
7. Non vi dico il nome del carcere, per correttezza, ma nei miei occhi c’è un’altra donna. Mi sono trovato con lei in quel carcere ai primi di novembre, nel cortile, e ad un certo punto questa donna mi dice: “Luigi, stammi vicino! Vedi?, quel ragazzo che sta venendo verso di noi nel il cortile è quello che ha ucciso mio figlio. Ha l’età di mio figlio. [Ma quando abbiamo visto] le gravissime condizioni della sua famiglia, dove vive, la loro povertà, la loro miseria, nel rispetto - badate bene!- dei percorsi della giustizia - perché se sbagli [ci deve essere qualcuno per farti riconoscere le tue responsabilità: è un atto d’amore! Per darti una mano a vedere dove ha sbagliato, a guardarti dentro]-, ma quando io e mio marito abbiamo visto, abbiamo deciso noi di venire ogni settimana a trovarlo, e abbiamo deciso che aspetteremo quel giorno che uscirà dal carcere - era un ragazzo minorenne - : lo sentiamo come nostro figlio”. E’ difficile, è difficile, è difficile… Questa donna, che io ho presente…la ritroverò [il prossimo 21 marzo, Giornata della memoria e dell’Impegno 2016, quando leggeremo - fatelo anche voi in parrocchia, vi fornisco tutto l’elenco dei nomi! - i nomi delle vittime innocenti delle mafie]; vengono letti in contemporanea in tutta Italia, da Messina che è il luogo centrale a tutt’Italia; [ci sarà anche quella donna, con suo marito, che, nonostante quello che ha fatto, aspettano quel ragazzo]. Non hanno più il figlio, [ma sentono quel ragazzo come loro figlio]. Questa è la misericordia! Questa meraviglia! E’ un dono meraviglioso questo Anno Santo della Misericordia! Papa Francesco continuerà sempre a stupirci, perché il suo riferimento è il Vangelo! E’ quello che dovremmo fare tutti! E mi ha fatto piacere che quando è andato a Redipuglia [Nota del trascrittore. Il 13 settembre 2014. E’ una frazione del Comune di Fogliano Redipuglia, in provincia di Gorizia, nella Regione Friuli-Venezia Giulia, dove è stato costruito un cimitero militare, un sacrario, dedicato ai caduti italiani nella Prima guerra mondiale] ha gridato il bisogno della pace, e poi ha distribuito  ai rappresentanti di tutto il mondo trecento lampade della pace [Nota del trascrittore.   Lampade a olio accese dalla lampada ad olio che si trova nella Basilica della Natività a Betlemme], ma ha voluto che l’olio dentro le lampade fosse l’olio di Libera, l’olio prodotto da dalle cooperative aderenti a Libera. Il Papa ha voluto che fosse quello l’olio di quelle lampade! Perché la violenza, la corruzione, l’illegalità, le mafie [dividono le persone]. Chi è povero è costretto a chiedere. Allora la vita ci affida un impegno, a noi tutti, con il dono della vita, l’amore dei nostri genitori, questo dono di Dio!. Qual è questo impegno? E’ di impegnare la nostra libertà per liberare chi libero non è. Questo è l’impegno che ci affida la vita. […] Stare a fianco alla storia di tante persone. La strada è in salita…Certe parole dobbiamo farle nostre, metterle al centro del nostro cammino. La continuità… Non si può essere cittadini a intermittenza. E neanche essere cristiani da salotto, ci ricorda papa Francesco. Dobbiamo sporcarci, per fare qualcosa di positivo: il cambiamento avviene dentro ciascuno di noi. La continuità: [non dobbiamo scoraggiarci se l’obiettivo degno.] L’altra parola è la condivisione. E’ il noi! Non dobbiamo essere dei solitari, sapete. Io rappresento un noi questa sera. Ci sono tanti altri. E mi fa piacere essere in una comunità. Questo noi.
  E se trovate qualcuno nel vostro cammino che vi dice di avere capito tutto, salutatelo e cambiate strada! Abbiamo il dovere di sconfiggere questo peccato di oggi che è il peccato del sapere. C’è troppo sapere di seconda mano e per sentito dire. Abbiamo bisogno allora di libertà, di guardarci dentro, di conoscere in profondità. Io dico sempre a questi meravigliosi ragazzi che incontro in giro, a Nord, a Sud, al Centro, sono meravigliosi!, dico loro sempre,  umilmente, una cosa - una cosa in cui mi sono maestri” -: la vostra generazione ha a disposizione la più grande biblioteca al mondo, internet. Vi trovate tutto e il contrario di tutto, però. Attenzione: se posso umilmente dirvi una piccola cosa, ma voi ne capite il senso e anche l’affetto con cui ve la dico. Un cosa è trovare le informazioni e appiccarle lì, altra cosa è cercare, cercare… Non fermarsi solo alle informazioni, ma cercare, scendere in profondità, cercare di capire. Questo è importante, per me e per voi, in modo fondamentale.
Vincere l’indifferenza, malattia spirituale, per conquistare la pace - ascoltare il grido della terra che è il grido dei poveri - fare la nostra parte, assumerci le nostre responsabilità verso coloro gli sfollati, i rifugiati - Non essere solo spettatori di ciò che accade - L’importanza dell’educazione e della cultura - la fede implica il desiderio di cambiare il mondo
8.  C’è un parola che il Papa usa: e guardate che la parola misericordia l’ha subito lanciata al primo Angelus, ma c’è un’altra parola che lui continua a usare, indifferenza. Tanto è vero che il messaggio per la  Giornata mondiale della pace l’ha voluta quest’anno intitolare “Vinci l’indifferenza, conquista la pace” [si allega di seguito il testo integrale del documento], [con questa sottolineatura] la pace è dono di Dio, ma opera dell’uomo.
 Sono quarantadue in questo momento le guerre in atto.  Negli ultimi due anni in Burundi, ottocentomila morti: chi ne parla?
 A Re di Puglia, l’ho detto prima, il Papa ha parlato con coraggio della Terza guerra mondiale, [combattuta] a pezzi, a pezzi.  [E con la Laudato si’ [enclicica del 2015] con umiltà ci lancia un messaggio], con un sottotitolo “Bisogna curare la casa comune]
[sul Web: < http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html>]
  E allora uno si ferma a riflettere, quanto parla di grido della terra, che è il grido del povero.  Perché la terra parla. Bisogna ascoltarla, la terra. E quando ci viene detto che l’80% dei semi  - è agricoltura, vuol dire cibo! - è in mano a cinque multinazionali, qualche domanda dobbiamo porcela!  Quando ci viene detto - ed è documentato! - che il 60% degli ecosistemi è scomparso, qualche domanda dobbiamo porcela! Quando ci viene detto che cinquecento milioni di piccoli agricoltori rischiano di essere spazzati via: è un grido!  E un grido!  E allora… Io non ho nessun titolo, non siamo qui per semplificare, ma per pregare, per riflettere… Quando il Papa dice che è opera degli uomini la pace, lui denuncia l’indifferenza e dice che forse è il più agguerrito ostacolo contro la pace. Ma dice di più! Perché dice che l’indifferenza è anche una malattia spirituale, che addomestica le coscienze. E poi dà tre volti all’indifferenza: l’indifferenza verso Dio, verso gli altri, ma parla anche dell’indifferenza verso il Creato. La nostra casa comune, che oggi viene così sfruttata, sfregiata… Eh sì! E’ il dio-denaro che muove il mondo. E lui ha chiamato una certa economia un’economia assassina. E’ duro, sono parole dure, che non vogliono mai generalizzare. La Laudato si’  è veramente una documentazione così forte, così seria.
 Oggi i muri e i fili spinati superno i 13.000 chilometri. Invece papa Francesco ha voluto celebrare la Messa al confine [durante il viaggio negli Stati Uniti d’America del febbraio 2016]. Stanno realizzando con muri e filo spinato [una barriera] in Messico per 1.200 chilometri. Fili spinati, per respingere… Quando l’anno scorso si sono spesi 1.776 miliardi di dollari per investimenti negli armamenti! E non ci sono i soldi per affrontare la povertà della vita di tanta gente!
 L’anno scorso gli organismi  internazionali  ci dicono che gli sfollati e i profughi, quelli che hanno dovuto abbandonare tutto, per varie cause, le guerre, le rivoluzioni, l’anno scorso hanno dovuto spostarsi tredici milioni di persone! Sono i dati ufficiali. Siamo chiamati a metterci in gioco, a fare la nostra parte, ad assumerci di più la nostra parte di responsabilità.
 Ecco allora che diventa molto importante l’educazione. Abbiamo bisogno di educazione e anche di  cultura, perché è la cultura che dà la sveglia alle coscienze.
 In Italia abbiamo sei milioni di analfabeti! E’ l’analfabetismo di ritorno. Un giovane su tre [non finisce] i cinque anni delle superiori. E questo nonostante che, grazie agli investimenti nella scuola degli ultimi anni, siamo passati da una dispersione scolastica del 25%, come media nazionale, ad una del 17%. Ma nonostante questo perdiamo tanti ragazzi per strada. Bisogna ricordare le cose belle, perché si possa accorciare questa distanza, investire molto nella scuola, nell’università, nella cultura, negli strumenti per dare conoscenza. Ma soprattutto abbiamo bisogno di educazione. E’ nella vita di relazione che impariamo a conoscerci, a cogliere le nostre qualità, e anche a riconoscere i nostri limiti, a esplorare le nostre contraddizioni e a venire a capo delle nostre inquietudini. L’educazione è il primo, il più prezioso, investimento di una comunità aperta a futuro. Un investimento che trova nella famiglia - o dovrebbe trovare -, nella famiglia e nella scuola le sue [fonti] principali. Ma ogni contesto può e deve essere educativo. L’educazione è fondamentale. Bisogna crederci: cultura, educazione, sostegno alla famiglie. [La lotta alle mafie  significa]: lavoro e scuola.  A fianco dei magistrati e delle forze di polizia. Ma noi non ci scoraggiamo! La strada è in salita. Ci vuole continuità, ci vuole condivisione e ci vuole la corresponsabilità. Bisogna collaborare con le istituzioni quando fanno la loro parte ed essere un pungolo quando non fanno la loro parte. Sempre con umiltà, ma anche con coraggio, perché lo facciamo come un atto d’amore, perché non possiamo essere spettatori  di quello che purtroppo sta avvenendo.
 Termino. Papa Francesco un giorno disse: “Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato,  e che esiste solo per preparare le anime per il Cielo. Sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra! Un fede autentica, che non è mai  comoda e individualistica, implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo e di trasmettere valori”.
 E’ l’augurio a voi che già siete impegnati, che vivete questa comunità. Ha ragione il vostro parroco: il sabato, a quest’ora!, è una vera meraviglia. E ringrazio Dio per l’invito che mi hai fatto: io, piccolo piccolo a essere qui a condividere con voi di spendere la vita per dare una mano a tanti come noi e ad essere cercatori di verità  e costruttori di pace.

Trascrizione di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA CELEBRAZIONE DELLA 
XLIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2016
Vinci l’indifferenza e conquista la pace

 1. Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona! All’inizio del nuovo anno, vorrei accompagnare con questo mio profondo convincimento gli auguri di abbondanti benedizioni e di pace, nel segno della speranza, per il futuro di ogni uomo e ogni donna, di ogni famiglia, popolo e nazione del mondo, come pure dei Capi di Stato e di Governo e dei Responsabili delle religioni. Non perdiamo, infatti, la speranza che il 2016 ci veda tutti fermamente e fiduciosamente impegnati, a diversi livelli, a realizzare la giustizia e operare per la pace. Sì, quest’ultima è dono di Dio e opera degli uomini. La pace è dono di Dio, ma affidato a tutti gli uomini e a tutte le donne, che sono chiamati a realizzarlo.
Custodire le ragioni della speranza
2. Le guerre e le azioni terroristiche, con le loro tragiche conseguenze, i sequestri di persona, le persecuzioni per motivi etnici o religiosi, le prevaricazioni, hanno segnato dall’inizio alla fine lo scorso anno moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo, tanto da assumere le fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”. Ma alcuni avvenimenti degli anni passati e dell’anno appena trascorso mi invitano, nella prospettiva del nuovo anno, a rinnovare l’esortazione a non perdere la speranza nella capacità dell’uomo, con la grazia di Dio, di superare il male e a non abbandonarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Gli avvenimenti a cui mi riferisco rappresentano la capacità dell’umanità di operare nella solidarietà, al di là degli interessi individualistici, dell’apatia e dell’indifferenza rispetto alle situazioni critiche.
Tra questi vorrei ricordare lo sforzo fatto per favorire l’incontro dei leader mondiali, nell’ambito della COP 21, al fine di cercare nuove vie per affrontare i cambiamenti climatici e salvaguardare il benessere della Terra, la nostra casa comune. E questo rinvia a due precedenti eventi di livello globale: il Summit di Addis Abeba per raccogliere fondi per lo sviluppo sostenibile del mondo; e l’adozione, da parte delle Nazioni Unite,dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, finalizzata ad assicurare un’esistenza più dignitosa a tutti, soprattutto alle popolazioni povere del pianeta, entro quell’anno.
Il 2015 è stato un anno speciale per la Chiesa, anche perché ha segnato il 50° anniversario della pubblicazione di due documenti del Concilio Vaticano II che esprimono in maniera molto eloquente il senso di solidarietà della Chiesa con il mondo. Papa Giovanni XXIII, all’inizio del Concilio, volle spalancare le finestre della Chiesa affinché tra essa e il mondo fosse più aperta la comunicazione. I due documenti, Nostra aetate e Gaudium et spes, sono espressioni emblematiche della nuova relazione di dialogo, solidarietà e accompagnamento che la Chiesa intendeva introdurre all’interno dell’umanità. Nella Dichiarazione Nostra aetate la Chiesa è stata chiamata ad aprirsi al dialogo con le espressioni religiose non cristiane. Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, dal momento che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» [1], la Chiesa desiderava instaurare un dialogo con la famiglia umana circa i problemi del mondo, come segno di solidarietà e di rispettoso affetto [2].
In questa medesima prospettiva, con il Giubileo della Misericordia voglio invitare la Chiesa a pregare e lavorare perché ogni cristiano possa maturare un cuore umile e compassionevole, capace di annunciare e testimoniare la misericordia, di «perdonare e di donare», di aprirsi «a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica», senza cadere «nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge» [3].
Ci sono molteplici ragioni per credere nella capacità dell’umanità di agire insieme in solidarietà, nel riconoscimento della propria interconnessione e interdipendenza, avendo a cuore i membri più fragili e la salvaguardia del bene comune. Questo atteggiamento di corresponsabilità solidale è alla radice della vocazione fondamentale alla fratellanza e alla vita comune. La dignità e le relazioni interpersonali ci costituiscono in quanto esseri umani, voluti da Dio a sua immagine e somiglianza. Come creature dotate di inalienabile dignità noi esistiamo in relazione con i nostri fratelli e sorelle, nei confronti dei quali abbiamo una responsabilità e con i quali agiamo in solidarietà. Al di fuori di questa relazione, ci si troverebbe ad essere meno umani. E’ proprio per questo che l’indifferenza costituisce una minaccia per la famiglia umana. Mentre ci incamminiamo verso un nuovo anno, vorrei invitare tutti a riconoscere questo fatto, per vincere l’indifferenza e conquistare la pace.
Alcune forme di indifferenza
3. Certo è che l’atteggiamento dell’indifferente, di chi chiude il cuore per non prendere in considerazione gli altri, di chi chiude gli occhi per non vedere ciò che lo circonda o si scansa per non essere toccato dai problemi altrui, caratterizza una tipologia umana piuttosto diffusa e presente in ogni epoca della storia. Tuttavia, ai nostri giorni esso ha superato decisamente l’ambito individuale per assumere una dimensione globale e produrre il fenomeno della “globalizzazione dell’indifferenza”.
La prima forma di indifferenza nella società umana è quella verso Dio, dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico. L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti [4]. Contro questa autocomprensione erronea della persona, Benedetto XVI ricordava che né l’uomo né il suo sviluppo sono capaci di darsi da sé il proprio significato ultimo [5]; e prima di lui Paolo VIaveva affermato che «non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento di una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana» [6].
  L’indifferenza nei confronti del prossimo assume diversi volti. C’è chi è ben informato, ascolta la radio, legge i giornali o assiste a programmi televisivi, ma lo fa in maniera tiepida, quasi in una condizione di assuefazione: queste persone conoscono vagamente i drammi che affliggono l’umanità ma non si sentono coinvolte, non vivono la compassione. Questo è l’atteggiamento di chi sa, ma tiene lo sguardo, il pensiero e l’azione rivolti a sé stesso. Purtroppo dobbiamo constatare che l’aumento delle informazioni, proprio del nostro tempo, non significa di per sé aumento di attenzione ai problemi, se non è accompagnato da un’apertura delle coscienze in senso solidale [7]. Anzi, esso può comportare una certa saturazione che anestetizza e, in qualche misura, relativizza la gravità dei problemi. «Alcuni semplicemente si compiacciono incolpando i poveri e i paesi poveri dei propri mali, con indebite generalizzazioni, e pretendono di trovare la soluzione in una “educazione” che li tranquillizzi e li trasformi in esseri addomesticati e inoffensivi. Questo diventa ancora più irritante se gli esclusi vedono crescere questo cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi – nei governi, nell’imprenditoria e nelle istituzioni – qualunque sia l’ideologia politica dei governanti» [8].
  In altri casi, l’indifferenza si manifesta come mancanza di attenzione verso la realtà circostante, specialmente quella più lontana. Alcune persone preferiscono non cercare, non informarsi e vivono il loro benessere e la loro comodità sorde al grido di dolore dell’umanità sofferente. Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete [9]. «Quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… Allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene» [10].
  Vivendo in una casa comune, non possiamo non interrogarci sul suo stato di salute, come ho cercato di fare nella Laudato si’. L’inquinamento delle acque e dell’aria, lo sfruttamento indiscriminato delle foreste, la distruzione dell’ambiente, sono sovente frutto dell’indifferenza dell’uomo verso gli altri, perché tutto è in relazione. Come anche il comportamento dell’uomo con gli animali influisce sulle sue relazioni con gli altri [11], per non parlare di chi si permette di fare altrove quello che non osa fare in casa propria[12].
 In questi ed in altri casi, l’indifferenza provoca soprattutto chiusura e disimpegno, e così finisce per contribuire all’assenza di pace con Dio, con il prossimo e con il creato.
La pace minacciata dall’indifferenza globalizzata
4. L’indifferenza verso Dio supera la sfera intima e spirituale della singola persona ed investe la sfera pubblica e sociale. Come affermava Benedetto XVI, «esiste un’intima connessione tra la glorificazione di Dio e la pace degli uomini sulla terra» [13]. Infatti, «senza un’apertura trascendente, l’uomo cade facile preda del relativismo e gli riesce poi difficile agire secondo giustizia e impegnarsi per la pace» [14]. L’oblio e la negazione di Dio, che inducono l’uomo a non riconoscere più alcuna norma al di sopra di sé e a prendere come norma soltanto sé stesso, hanno prodotto crudeltà e violenza senza misura [15].
  A livello individuale e comunitario l’indifferenza verso il prossimo, figlia di quella verso Dio, assume l’aspetto dell’inerzia e del disimpegno, che alimentano il perdurare di situazioni di ingiustizia e grave squilibrio sociale, le quali, a loro volta, possono condurre a conflitti o, in ogni caso, generare un clima di insoddisfazione che rischia di sfociare, presto o tardi, in violenze e insicurezza.
  In questo senso l’indifferenza, e il disimpegno che ne consegue, costituiscono una grave mancanza al dovere che ogni persona ha di contribuire, nella misura delle sue capacità e del ruolo che riveste nella società, al bene comune, in particolare alla pace, che è uno dei beni più preziosi dell’umanità [16].
  Quando poi investe il livello istituzionale, l’indifferenza nei confronti dell’altro, della sua dignità, dei suoi diritti fondamentali e della sua libertà, unita a una cultura improntata al profitto e all’edonismo, favorisce e talvolta giustifica azioni e politiche che finiscono per costituire minacce alla pace. Tale atteggiamento di indifferenza può anche giungere a giustificare alcune politiche economiche deplorevoli, foriere di ingiustizie, divisioni e violenze, in vista del conseguimento del proprio benessere o di quello della nazione. Non di rado, infatti, i progetti economici e politici degli uomini hanno come fine la conquista o il mantenimento del potere e delle ricchezze, anche a costo di calpestare i diritti e le esigenze fondamentali degli altri. Quando le popolazioni vedono negati i propri diritti elementari, quali il cibo, l’acqua, l’assistenza sanitaria o il lavoro, esse sono tentate di procurarseli con la forza [17].
  Inoltre, l’indifferenza nei confronti dell’ambiente naturale, favorendo la deforestazione, l’inquinamento e le catastrofi naturali che sradicano intere comunità dal loro ambiente di vita, costringendole alla precarietà e all’insicurezza, crea nuove povertà, nuove situazioni di ingiustizia dalle conseguenze spesso nefaste in termini di sicurezza e di pace sociale. Quante guerre sono state condotte e quante ancora saranno combattute a causa della mancanza di risorse o per rispondere all’insaziabile richiesta di risorse naturali [18]?
Dall’indifferenza alla misericordia: la conversione del cuore
5. Quando, un anno fa, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Non più schiavi, ma fratelli”, evocavo la prima icona biblica della fraternità umana, quella di Caino e Abele (cfr Gen 4,1-16), era per attirare l’attenzione su come è stata tradita questa prima fraternità. Caino e Abele sono fratelli. Provengono entrambi dallo stesso grembo, sono uguali in dignità e creati ad immagine e somiglianza di Dio; ma la loro fraternità creaturale si rompe. «Non soltanto Caino non sopporta suo fratello Abele, ma lo uccide per invidia» [19]. Il fratricidio allora diventa la forma del tradimento, e il rifiuto da parte di Caino della fraternità di Abele è la prima rottura nelle relazioni familiari di fraternità, solidarietà e rispetto reciproco.
  Dio interviene, allora, per chiamare l’uomo alla responsabilità nei confronti del suo simile, proprio come fece quando Adamo ed Eva, i primi genitori, ruppero la comunione con il Creatore. «Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?”. Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!”» (Gen 4,9-10).
  Caino dice di non sapere che cosa sia accaduto a suo fratello, dice di non essere il suo guardiano. Non si sente responsabile della sua vita, della sua sorte. Non si sente coinvolto. È indifferente verso suo fratello, nonostante essi siano legati dall’origine comune. Che tristezza! Che dramma fraterno, familiare, umano! Questa è la prima manifestazione dell’indifferenza tra fratelli. Dio, invece, non è indifferente: il sangue di Abele ha grande valore ai suoi occhi e chiede a Caino di renderne conto. Dio, dunque, si rivela, fin dagli inizi dell’umanità come Colui che si interessa alla sorte dell’uomo. Quando più tardi i figli di Israele si trovano nella schiavitù in Egitto, Dio interviene nuovamente. Dice a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco, infatti, le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele» (Es 3,7-8). È importante notare i verbi che descrivono l’intervento di Dio: Egli osserva, ode, conosce, scende, libera. Dio non è indifferente. È attento e opera.
  Allo stesso modo, nel suo Figlio Gesù, Dio è sceso fra gli uomini, si è incarnato e si è mostrato solidale con l’umanità, in ogni cosa, eccetto il peccato. Gesù si identificava con l’umanità: «il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29). Egli non si accontentava di insegnare alle folle, ma si preoccupava di loro, specialmente quando le vedeva affamate (cfr Mc 6,34-44) o disoccupate (cfr Mt20,3). Il suo sguardo non era rivolto soltanto agli uomini, ma anche ai pesci del mare, agli uccelli del cielo, alle piante e agli alberi, piccoli e grandi; abbracciava l’intero creato. Egli vede, certamente, ma non si limita a questo, perché tocca le persone, parla con loro, agisce in loro favore e fa del bene a chi è nel bisogno. Non solo, ma si lascia commuovere e piange (cfr Gv 11,33-44). E agisce per porre fine alla sofferenza, alla tristezza, alla miseria e alla morte.
  Gesù ci insegna ad essere misericordiosi come il Padre (cfr Lc 6,36). Nella parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,29-37) denuncia l’omissione di aiuto dinanzi all’urgente necessità dei propri simili: «lo vide e passò oltre» (cfr Lc 10,31.32). Nello stesso tempo, mediante questo esempio, Egli invita i suoi uditori, e in particolare i suoi discepoli, ad imparare a fermarsi davanti alle sofferenze di questo mondo per alleviarle, alle ferite degli altri per curarle, con i mezzi di cui si dispone, a partire dal proprio tempo, malgrado le tante occupazioni. L’indifferenza, infatti, cerca spesso pretesti: nell’osservanza dei precetti rituali, nella quantità di cose che bisogna fare, negli antagonismi che ci tengono lontani gli uni dagli altri, nei pregiudizi di ogni genere che ci impediscono di farci prossimo.
  La misericordia è il cuore di Dio. Perciò dev’essere anche il cuore di tutti coloro che si riconoscono membri dell’unica grande famiglia dei suoi figli; un cuore che batte forte dovunque la dignità umana – riflesso del volto di Dio nelle sue creature – sia in gioco. Gesù ci avverte: l’amore per gli altri – gli stranieri, i malati, i prigionieri, i senza fissa dimora, perfino i nemici – è l’unità di misura di Dio per giudicare le nostre azioni. Da ciò dipende il nostro destino eterno. Non c’è da stupirsi che l’apostolo Paolo inviti i cristiani di Roma a gioire con coloro che gioiscono e a piangere con coloro che piangono (cfr Rm 12,15), o che raccomandi a quelli di Corinto di organizzare collette in segno di solidarietà con i membri sofferenti della Chiesa (cfr 1 Cor 16,2-3). E san Giovanni scrive: «Se qualcuno possiede dei beni di questo mondo e vede suo fratello nel bisogno e non ha pietà di lui, come potrebbe l’amore di Dio essere in lui?» (1 Gv 3,17; cfr Gc 2,15-16).
  Ecco perché «è determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre. La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare un’oasi di misericordia» [20].
  Così, anche noi siamo chiamati a fare dell’amore, della compassione, della misericordia e della solidarietà un vero programma di vita, uno stile di comportamento nelle nostre relazioni gli uni con gli altri [21]. Ciò richiede la conversione del cuore: che cioè la grazia di Dio trasformi il nostro cuore di pietra in un cuore di carne (cfr Ez 36,26), capace di aprirsi agli altri con autentica solidarietà. Questa, infatti, è molto più che un «sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane» [22]. La solidarietà «è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» [23], perché la compassione scaturisce dalla fraternità.
  Così compresa, la solidarietà costituisce l’atteggiamento morale e sociale che meglio risponde alla presa di coscienza delle piaghe del nostro tempo e dell’innegabile inter-dipendenza che sempre più esiste, specialmente in un mondo globalizzato, tra la vita del singolo e della sua comunità in un determinato luogo e quella di altri uomini e donne nel resto del mondo [24].
Promuovere una cultura di solidarietà e misericordia per vincere l’indifferenza
 6. La solidarietà come virtù morale e atteggiamento sociale, frutto della conversione personale, esige un impegno da parte di una molteplicità di soggetti, che hanno responsabilità di carattere educativo e formativo.
  Il mio primo pensiero va alle famiglie, chiamate ad una missione educativa primaria ed imprescindibile. Esse costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità, della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro. Esse sono anche l’ambito privilegiato per la trasmissione della fede, cominciando da quei primi semplici gesti di devozione che le madri insegnano ai figli [25].
  Per quanto riguarda gli educatori e i formatori che, nella scuola o nei diversi centri di aggregazione infantile e giovanile, hanno l’impegnativo compito di educare i bambini e i giovani, sono chiamati ad essere consapevoli che la loro responsabilità riguarda le dimensioni morale, spirituale e sociale della persona. I valori della libertà, del rispetto reciproco e della solidarietà possono essere trasmessi fin dalla più tenera età. Rivolgendosi ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi, Benedetto XVI affermava: «Ogni ambiente educativo possa essere luogo di apertura al trascendente e agli altri; luogo di dialogo, di coesione e di ascolto, in cui il giovane si senta valorizzato nelle proprie potenzialità e ricchezze interiori, e impari ad apprezzare i fratelli. Possa insegnare a gustare la gioia che scaturisce dal vivere giorno per giorno la carità e la compassione verso il prossimo e dal partecipare attivamente alla costruzione di una società più umana e fraterna» [26].
  Anche gli operatori culturali e dei mezzi di comunicazione sociale hanno responsabilità nel campo dell’educazione e della formazione, specialmente nelle società contemporanee, in cui l’accesso a strumenti di informazione e di comunicazione è sempre più diffuso. E’ loro compito innanzitutto porsi al servizio della verità e non di interessi particolari. I mezzi di comunicazione, infatti, «non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari e quindi possono dare un apporto notevole all’educazione dei giovani. È importante tenere presente che il legame tra educazione e comunicazione è strettissimo: l’educazione avviene, infatti, per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona» [27]. Gli operatori culturali e dei media dovrebbero anche vigilare affinché il modo in cui si ottengono e si diffondono le informazioni sia sempre giuridicamente e moralmente lecito.
La pace: frutto di una cultura di solidarietà, misericordia e compassione
 7. Consapevoli della minaccia di una globalizzazione dell’indifferenza, non possiamo non riconoscere che, nello scenario sopra descritto, si inseriscono anche numerose iniziative ed azioni positive che testimoniano la compassione, la misericordia e la solidarietà di cui l’uomo è capace. Vorrei ricordare alcuni esempi di impegno lodevole, che dimostrano come ciascuno possa vincere l’indifferenza quando sceglie di non distogliere lo sguardo dal suo prossimo, e che costituiscono buone pratiche nel cammino verso una società più umana.
 Ci sono tante organizzazioni non governative e gruppi caritativi, all’interno della Chiesa e fuori di essa, i cui membri, in occasione di epidemie, calamità o conflitti armati, affrontano fatiche e pericoli per curare i feriti e gli ammalati e per seppellire i defunti. Accanto ad essi, vorrei menzionare le persone e le associazioni che portano soccorso ai migranti che attraversano deserti e solcano mari alla ricerca di migliori condizioni di vita. Queste azioni sono opere di misericordia corporale e spirituale, sulle quali saremo giudicati al termine della nostra vita.
 Il mio pensiero va anche ai giornalisti e fotografi che informano l’opinione pubblica sulle situazioni difficili che interpellano le coscienze, e a coloro che si impegnano per la difesa dei diritti umani, in particolare quelli delle minoranze etniche e religiose, dei popoli indigeni, delle donne e dei bambini, e di tutti coloro che vivono in condizioni di maggiore vulnerabilità. Tra loro ci sono anche tanti sacerdoti e missionari che, come buoni pastori, restano accanto ai loro fedeli e li sostengono nonostante i pericoli e i disagi, in particolare durante i conflitti armati.
 Quante famiglie, poi, in mezzo a tante difficoltà lavorative e sociali, si impegnano concretamente per educare i loro figli “controcorrente”, a prezzo di tanti sacrifici, ai valori della solidarietà, della compassione e della fraternità! Quante famiglie aprono i loro cuori e le loro case a chi è nel bisogno, come ai rifugiati e ai migranti! Voglio ringraziare in modo particolare tutte le persone, le famiglie, le parrocchie, le comunità religiose, i monasteri e i santuari, che hanno risposto prontamente al mio appello ad accogliere una famiglia di rifugiati [28].
 Infine, vorrei menzionare i giovani che si uniscono per realizzare progetti di solidarietà, e tutti coloro che aprono le loro mani per aiutare il prossimo bisognoso nelle proprie città, nel proprio Paese o in altre regioni del mondo. Voglio ringraziare e incoraggiare tutti coloro che si impegnano in azioni di questo genere, anche se non vengono pubblicizzate: la loro fame e sete di giustizia sarà saziata, la loro misericordia farà loro trovare misericordia e, in quanto operatori di pace, saranno chiamati figli di Dio (cfr Mt 5,6-9).
La pace nel segno del Giubileo della Misericordia
 8. Nello spirito del Giubileo della Misericordia, ciascuno è chiamato a riconoscere come l’indifferenza si manifesta nella propria vita e ad adottare un impegno concreto per contribuire a migliorare la realtà in cui vive, a partire dalla propria famiglia, dal vicinato o dall’ambiente di lavoro.
 Anche gli Stati sono chiamati a gesti concreti, ad atti di coraggio nei confronti delle persone più fragili delle loro società, come i prigionieri, i migranti, i disoccupati e i malati.
 Per quanto concerne i detenuti, in molti casi appare urgente adottare misure concrete per migliorare le loro condizioni di vita nelle carceri, accordando un’attenzione speciale a coloro che sono privati della libertà in attesa di giudizio [29], avendo a mente la finalità rieducativa della sanzione penale e valutando la possibilità di inserire nelle legislazioni nazionali pene alternative alla detenzione carceraria. In questo contesto, desidero rinnovare l’appello alle autorità statali per l’abolizione della pena di morte, là dove essa è ancora in vigore, e a considerare la possibilità di un’amnistia.
 Per quanto riguarda i migranti, vorrei rivolgere un invito a ripensare le legislazioni sulle migrazioni, affinché siano animate dalla volontà di accoglienza, nel rispetto dei reciproci doveri e responsabilità, e possano facilitare l’integrazione dei migranti. In questa prospettiva, un’attenzione speciale dovrebbe essere prestata alle condizioni di soggiorno dei migranti, ricordando che la clandestinità rischia di trascinarli verso la criminalità.
 Desidero, inoltre, in quest’Anno giubilare, formulare un pressante appello ai responsabili degli Stati a compiere gesti concreti in favore dei nostri fratelli e sorelle che soffrono per la mancanza di lavoro, terra e tetto. Penso alla creazione di posti di lavoro dignitoso per contrastare la piaga sociale della disoccupazione, che investe un gran numero di famiglie e di giovani ed ha conseguenze gravissime sulla tenuta dell’intera società. La mancanza di lavoro intacca pesantemente il senso di dignità e di speranza, e può essere compensata solo parzialmente dai sussidi, pur necessari, destinati ai disoccupati e alle loro famiglie. Un’attenzione speciale dovrebbe essere dedicata alle donne – purtroppo ancora discriminate in campo lavorativo – e ad alcune categorie di lavoratori, le cui condizioni sono precarie o pericolose e le cui retribuzioni non sono adeguate all’importanza della loro missione sociale.
 Infine, vorrei invitare a compiere azioni efficaci per migliorare le condizioni di vita dei malati, garantendo a tutti l’accesso alle cure mediche e ai farmaci indispensabili per la vita, compresa la possibilità di cure domiciliari.
 Volgendo lo sguardo al di là dei propri confini, i responsabili degli Stati sono anche chiamati a rinnovare le loro relazioni con gli altri popoli, permettendo a tutti una effettiva partecipazione e inclusione alla vita della comunità internazionale, affinché si realizzi la fraternità anche all’interno della famiglia delle nazioni.
 In questa prospettiva, desidero rivolgere un triplice appello ad astenersi dal trascinare gli altri popoli in conflitti o guerre che ne distruggono non solo le ricchezze materiali, culturali e sociali, ma anche – e per lungo tempo – l’integrità morale e spirituale; alla cancellazione o alla gestione sostenibile del debito internazionale degli Stati più poveri; all’adozione di politiche di cooperazione che, anziché piegarsi alla dittatura di alcune ideologie, siano rispettose dei valori delle popolazioni locali e che, in ogni caso, non siano lesive del diritto fondamentale ed inalienabile dei nascituri alla vita.
 Affido queste riflessioni, insieme con i migliori auspici per il nuovo anno, all’intercessione di Maria Santissima, Madre premurosa per i bisogni dell’umanità, affinché ci ottenga dal suo Figlio Gesù, Principe della Pace, l’esaudimento delle nostre suppliche e la benedizione del nostro impegno quotidiano per un mondo fraterno e solidale.
 Dal Vaticano, 8 dicembre 2015
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia
                                                                      FRANCISCUS
·                    [1] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1.
·                    [3] Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia Misericordiae Vultus, 14-15.
·                    [7] «La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità» (Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate, 19).
·                    [17] «Fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 59).
·                    [20] Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia Misericordiae Vultus, 12.