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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 24 febbraio 2018

Negare il conflitto non è la soluzione

Negare il conflitto non è la soluzione

  Nella pratica ecclesiale si è portati a negare i conflitti, perché ritenuti sconvenienti. In questo modo ne diviene impossibile la soluzione. In una parrocchia si finisce così per essere nelle mani del parroco, che diviene l’unico artefice del precario equilibrio tra i gruppi. Può andare bene, può andare male. Se va male ci si trasferisce, si migra altrove. Questo appunto è accaduto nella nostra parrocchia in anni passati, dai quali però ci stiamo velocemente distanziando.
  Non è possibile risolvere i conflitti lasciando tutto com’è. E’ infatti proprio questo che li ha generati.
  Il problema di solito è il poco rispetto per le persone. Si tende ad andare per le spicce, a tagliare corto. Certo, a lasciar  fare si può arrivare a punti morti, perché in religione c’è molta immaginazione, e quando le si lascia campo libero crea problemi. Ciascuno immagina la sua, come si fa a creare unità? Ci si schiera per questo o per quello, come si legge che accadeva anche ai tempi apostolici. Emergono i più disinvolti e appena conquistano spazi di potere diventa difficile contenerli. Il potere corrompe a tutti i livelli, se non si è imparata una severa disciplina morale.
  Che cosa si cerca in religione? Ognuno ha le sue esigenze. Consolazione, esaltazione, amicizia, arricchimento culturale, una guida morale nella vita, addirittura la guarigione spirituale o fisica, il miracolo. E fin qui sono cose destinate a sé stessi.  Se si punta solo a quello, in genere si rimane delusi. La religione ci  è indispensabile perché siamo esseri finiti, di breve durata, ma per tirare avanti come società abbiamo necessità di ragionare come se non lo fossimo. Per via religiosa ci affranchiamo dalla brutale legge di natura, secondo la quale prevale il forte, finché rimane tale. Ci siamo elevati dal mondo animale a quello spirituale. L’anima è ciò che ci distingue. I teologi ne hanno un’idea, che si è evoluta. Ma ognuno può capire sperimentalmente che cos’è. E’ ciò che manca al cadavere rispetto all’essere vivente che era. Ci pervade, ma pervade anche l’ambiente intorno a noi. Entrando nella stanza di uno che è morto la si percepisce diversa. Se non diamo spazio all’anima, soffriamo, soffre la nostra anima prima che il corpo. La religione è questo. Trasforma la società intorno nel lavoro che fa, in modo da fare spazio all’anima. Non ogni società le è adatta. E’ per questo in religione si cerca di trasformare ciò che non va.
  La religione è un lavoro collettivo, altrimenti non funziona bene. Ecco perché si deve cercare di andare d’accordo. Storicamente  è stato molto difficile. E’ dipeso dalla politica, naturalmente, ma anche dalla gente, dalle loro anime. Se ci si riesce a convincere che è la misericordia la via giusta, si incontrano meno difficoltà. L’apporto della nostra fede nel panorama delle antiche religioni fu sostanzialmente questo, e lo è ancora. Gli antichi erano molto religiosi, anche se noi, presuntuosamente, diamo loro dei pagani.  Ma i loro dèi in genere non erano misericordiosi, li tiranneggiavano, richiedevano gravi sacrifici per accordare il loro favore, a volte crudeli, omicidi.
 Misericordia  è uno dei significati che si può dare al termine del greco antico agàpe, il lieto convito in cui ce n’è per tutti e nessuno è escluso. La nostra fede non è questione di parole, ce ne rimproverava Paolo di Tarso quando la si riduceva a questo, ma innanzi tutto agàpe. Così, per cominciare a conoscersi e a fare pace, non c’è nulla di meglio, per cominciare, che ritrovarsi in una vera festa. Quest’ultima dovrebbe avere  una sua liturgia, per fare in modo che ognuno vi si senta accolto. Se fate memoria delle feste che si sono fatte da noi, non sempre è accaduto. Se ne occupa anche il galateo. Ci dovrebbe essere un maestro di cerimonia, che fa il lavoro di un direttore del coro, facendo in modo che nessuno rimanga isolato.
  Ma come fare quando si ragiona sui grandi numeri, nella dimensione delle centinaia, non più delle decine?  Non è sbagliato, allora, organizzare incontri per gruppi più piccoli. Purché non diventino sedi per iniziati, ad accesso limitato. Ora che siamo in tanti di più, capiamo che non sarebbe stato sbagliato, negli anni ’90, pensare a una chiesa parrocchiale un po’ più grande. E’ vero però che, quando si è in troppi, come nei grandi raduni nei quali  si va dal Papa, non ci si incontra veramente. Chi guarda la massa non ne riesce a cogliere le individualità. Chi guarda l’uomo per il quale si è convenuti insieme ha l’illusione di avere una relazione con lui, ma non è così. La via d’uscita potrebbe essere quella di introdursi in vari incontri amicali, una certa circolarità nelle esperienze associative, non stare sempre tra le stesse persone. Questo però richiede, come nei cori, nella musica polifonica, uno spartito che sia come una linea guida, dia l’orientamento. In genere non si fa così, ciascuno sta tra i suoi e finisce per diffidare degli altri, non conoscendoli a sufficienza. L’equilibrio sociale dovrebbe sorgere dalla base, dalla mutua conoscenza e stima, non essere legato solo all’autorità. Questo  è ciò che definiamo un processo democratico.
  Democrazia è stata a lungo una parolaccia in religione, sospetta di eresia. “La Chiesa non è una democrazia!”,   sbotta  qualcuno, pensando che sia ovvio e un bene, non una tara sociale. Eppure la concezione moderna della democrazia, come sistema di limiti basati su diritti e valori umani universali, ha chiara matrice religiosa. Nessuno deve finire completamente in mani altrui. Perché? La legge di natura non avrebbe obiezioni: per essa il grosso e forte mangia il piccolo e il debole. L’anima soffre in una società organizzata così. Oggi, poi, può toccare agli altri soccombere, ma un domani potrebbe toccare a noi. Un animale finisce per rassegnarsi, un umano no.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 23 febbraio 2018

L’origine della frattura e le vie della pace

L’origine della frattura e le vie della pace

   Ho cercato di descrivere il problema della nostra parrocchia: la compresenza di due società religiose separate e non comunicanti. La parrocchia come realtà sociale della gente di fede del quartiere si era andata annichilendo e si era sviluppata l’altra, composta di una confraternita di  circa trecento persone, tra le quali molte di fuori. La nuova chiesa parrocchiale era stata pensata per loro, infatti ora che sono tornati gli altri ci appare piccola. Addirittura, ad un certo punto, si decise di ridurre i posti a sedere costruendo l’attuale grande altare in mezzo ai fedeli, non più nel presbiterio.
  Dall’ottobre 2015, nel nuovo corso, si è ridato spazio alla gente del quartiere, che è tornata numerosa. C’è l’oratorio per i più piccoli, ci sono gli scout e l’Azione Cattolica Ragazzi, un nuovo coro che ha introdotto un  nuovo canzoniere, c’è il gruppo giovani, il lavoro del catechismo è stato rimodellato  e ci sono  tante altre iniziative, tra le quali ora gli incontri in Quaresima per cercare di guarire i mali spirituali della comunità. Si sono fatti, e si stanno facendo, lavori per recuperare spazi che erano stati sostanzialmente dismessi perché inutili per la poca gente che veniva. In definitiva si è visto che l’idea di una generale apostasia del quartiere, per cui occorresse sostituire e non sostenere, non era realistica.  Per circa trent’anni ci si è mossi immaginando di dover adottare l’ideologia tribale degli antichi israeliti giunti nella Terra promessa, quella appunto della sostituzione.
   La situazione ora è iniziata a cambiare. Tuttavia è rimasto il problema della coabitazione, in equilibrio precario, di due collettività distinte, diffidenti l'una dell'altra, quella fatta prevalentemente della gente del quartiere animata da un certo risentimento verso l’altra e quest’ultima con diversi  e radicati pregiudizi negativi verso la prima. La gente del quartiere trova ora in parrocchia quello di cui ha bisogno e che per tanti anni non ha avuto, quello che, ad esempio, io ho avuto e le mie figlie no, ma quando le due società compresenti sono costrette ad accostarsi, perché non possono non farlo in quanto vi sono esigenze liturgiche che costringono a ritrovarsi insieme, sprizzano scintille. In questo quadro la principale occasione di conflitto è la Settimana Santa, che la confraternita vorrebbe improntare ai suoi particolari costumi liturgici, mentre gli altri ne sono fortemente insofferenti. I contrasti sono molto accesi riguardo alla Veglia pasquale. Due  cose urtano molti: il cercare di prolungarla eccessivamente, tendenzialmente dal tramonto all’alba del giorno successivo, e i costumi troppo chiassosi, che ostacolano la meditazione. Comprendono anche una sorta di balletto collettivo, ad imitazione di un costume ebraico. Ma, tutto sommato, questi sono dettagli, particolarità, che in sé, con un po’ di buon senso e di tolleranza, semplicemente con un po’ di buona educazione, si potrebbero superare. E’ quello che si è tentato di fare dalla Pasqua del 2016. La questione, in realtà, è molto più seria. In genere non se ne ha più chiara consapevolezza. L’approfondimento storico non rientra ancora nel percorso di formazione religiosa, e invece dovrebbe.
  Bisogna capire che, fino agli anni  Trenta del secolo scorso, si riteneva che il  Cielo scendesse sulla Terra attraverso la gerarchia del clero. Al vertice: il Salvatore. Poi c’era il suo plenipotenziario terreno, il Papa. E poi, a scendere, in un ordine rigido basato sull’impegno di obbedienza e dedizione verso i superiori, tutto il clero e i religiosi laici, suore e frati, monaci e monache. La salvezza soprannaturale si diffondeva per quella via. Il popolo, tutta l’altra gente, il laicato, doveva appiccicarsi alla gerarchia per beneficiarne, superando in tal modo i guasti di un’esistenza considerata in sé imperfetta, in particolare perché permeata di avidità di potere e ricchezza   e  di  lussuria. I poteri civili erano considerati legittimi se trovavano un’intesa con quelli religiosi. Raggiuntala, si esercitava una sorta di condominio sul popolo e quest’ultimo doveva fedeltà e obbedienza  ad entrambi. Questo il quadro ideologico del compromesso raggiunto nel 1929 dal Papato con il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano, a chiusura di un’estenuante controversia apertasi con la conquista militare di Roma e la fine del piccolo Regno pontificio nel 1870. Infine, si pensò all’ordine famigliare come a un severo contenimento delle cattive inclinazioni del laico: gli si diede carattere gerarchico ad imitazione di quello del clero, centrato intorno ad un maschio dominante, il padre, al quale gli altri componenti della famiglia, moglie e figli, si dovevano sottomettere. Dovunque, l’autorità garantiva i buoni costumi.
  Dagli anni ’30 del secolo scorso, a seguito del prodursi, nel ventennio precedente, di potenti dinamiche di massa che resero evidente l’importanza che avevano i popoli per la conquista e il mantenimento  del potere, e quindi l’importanza di un indottrinamento della gente, non bastando più la pretesa di obbedienza ma essendo necessario promuovere un intenso attivismo, si prese coscienza di quella che fu chiamata una crisi di civiltà, di un cambiamento di fase storica. Si capì che, non adeguatamente formate, le masse finivano nelle mani dei despoti. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale si comprese che, se masse adeguatamente formate avessero avuto voce nel quadro di  processi democratici, probabilmente si sarebbe evitato un disastroso conflitto generale. Anche in religione si aprì la riflessione sulla democrazia e sulle sue dinamiche. La dottrina sociale ne fu profondamente influenzata e rivista. Si dichiarò il senso religioso delle attività sociali, ma anche della vita laicale. Lavorare per trasformare in meglio la società fu visto come una via religiosa di perfezione, addirittura di santità. Non bastavano direttive dall’alto del clero, per via gerarchica, occorreva che i laici collaborassero secondo la loro particolare competenza. La famiglia non fu più vista come forma di contenimento dell’avidità e della lussuria, ma anch'essa come via di perfezione, nonostante che la sessualità, vietata a clero e religiosi, vi avesse una parte importante tra i coniugi. Poiché il lavoro in società era necessariamente collettivo, se voleva valere a qualcosa in particolare attraverso le dinamiche democratiche, ne conseguì una rivalutazione del valore della società civile, non più vista come forma di condominio tra poteri religiosi e civili di tipo autarchico e autocratico, vale a dire che trovavano in sé stessi l’unica giustificazione, ma come ambito di svolgimento della personalità umana. Infine, dopo il Concilio Vaticano 2°, la grande svolta: il collegamento tra evangelizzazione e promozione umana, quest’ultima vista come modalità attuativa della prima. La Chiesa iniziò a cambiare, come molte volte era accaduto nella sua ormai bimillenaria storia e, come sempre, insorsero componenti reazionarie e conservatrici, di chi voleva tornare a ciò che c’era prima e di chi voleva che non si andasse oltre. In questo quadro si inserisce il lungo regno del papa Giovanni Paolo 2° , il polacco Karol Wojtyla, iniziato nel 1978 e prolungatosi fino al 2005.
  In Polonia, dall’affermazione del regime comunista, nel 1947, la Chiesa aveva costituito un contropotere politico. La sua organizzazione e azione erano state scarsamente permeate dalla svolta prodottasi in religione nell’Europa occidentale. Isolata e perseguitata da una politica civile ostile, la Chiesa era rimasta sostanzialmente quella di prima, stretta intorno alla gerarchia del clero, in particolare intorno al suo Primate e ai suoi vescovi. La sua pretesa fondamentale era di poter mantenere spazi sociali separati e auto-organizzati, liberi dall’ingerenza dei poteri civili. Per resistere si era organizzata come realtà di popolo caratterizzata da un’assoluta e plateale fedeltà ai principi religiosi e alla liturgia. La resistenza coinvolgeva anche moltissimi giovani: era tutto un popolo che appariva schierato dietro alla gerarchia religiosa, in opposizione ad un’ideologia atea, anticlericale, antireligiosa, autoritaria in politica, permissiva per quanto riguardava i costumi sociali. Questa realtà popolare, che poi negli anni ’90 rapidamente mutò, tornata la democrazia, trasformandosi nell’antico nazionalismo, affascinò i reazionari religiosi dell’Europa occidentale, in particolare in Italia: vi videro la realizzazione degli insegnamenti della prima dottrina sociale, quella marcatamente anti-socialista, e la possibilità di rigenerare, per quella via, la società religiosa occidentale, nella quale la sperimentazione post-conciliare sembrava avere come risultato la dispersione del gregge e l’inquinamento della fede. Vi furono movimenti che all’esperienza polacca si ispirarono, da noi, ad esempio, Comunione e Liberazione, vivacemente contrastati da altre componenti del ricco mondo cattolico italiano. Si parlò di cultura della presenza, la via polacca, e di quella della mediazione, la via dei cattolici democratici. La prima voleva ricostruire una società organica intorno alla religione, fatta di modi di pensare e d costumi, per resistere  contro una società civile fattasi ostile e per influirvi con la forza del numero, la seconda pensava di migliorare la società intorno infondendovi valori religiosi cercando di far capire quanto di essi c’era in quelli civili, ad esempio in quello della pace o in quelli che erano alla base dell’affermazione dei diritti fondamentali della persona costitutivi delle democrazie avanzate contemporanee.
   Sotto il regno di papa Giovanni Paolo 2° tutti i movimenti che si ispiravano alla cultura della presenza apparvero largamente preferiti. All'inizio degli anni '80, al momento del pensionamento del parroco don Vincenzo Pezzella, che aveva retto la parrocchia dalla sua costituzione negli anni '50, si ebbe da noi la svolta di cui ora vediamo gli effetti. Si trattò di un processo durato una decina d'anni. 
  Ora, la confraternita che da noi affianca la parrocchia, e coabita con essa, segue una particolare via della cultura della presenza, una via estrema, quella della completa separazione dalla società intorno e della sfiducia verso di essa. Mentre un movimento come Comunione e Liberazione si propone di influire sulla società politica mediante la presenza di una cultura, intesa come insieme di modi di pensare, di vivere e di relazionarsi, con forte base popolare, essa vorrebbe separare per preservare. Vede il mondo intorno come animato da pulsioni di morte, il regno del male. Si è fortificata, corazzata, blindata, insomma chiusa, in una federazione di famiglie ordinate intorno ad  autorità paterne, secondo le antiche indicazioni. Come gli antichi israeliti vede nelle relazioni sociali con gli altri una fonte di contaminazione e di impurità. Questo rende assai difficile ogni mediazione, il dialogo, ogni relazione non puramente formale. Anche perché le persone che si sono affidate a quella via ne sono divenute dipendenti, per via dell’intensa solidarietà che la permea, e per questo temono i cambiamenti, in particolare quelli che possano incidere sulla coesione fraterna. Perché non è riuscita ad affermarsi nel quartiere? Fondamentalmente perché è una via estrema e non le riesce bene di integrare le differenze che si presentano in società. Pretende una certa uniformità. Legittima in sé, come via di perfezione, come altre esperienze analoghe del passato, ad esempio quelle degli ordini religiosi più rigidi, non ha funzionato quando la si è proposta come unica via per tutti, come non funzionerebbe quella seguita dai monaci trappisti se la si volesse estendere a tutti.
  La vita di noi che viviamo una diversa religiosità appare a quelli della confraternita insipida e manchevole, e non mancano di ricordarcelo quando periodicamente ci fanno i loro appelli a seguirli. Ci raccontano in genere di come prima vivevano come noi e poi hanno incontrato il Maestro in una delle loro comunità e allora la loro vita è cambiata. E’ implicito in questo discorso che la nostra è una fede meno valida. Noi, che ad esempio usiamo farci battezzare e far battezzare i nostri figli per aspersione e non per immersione come loro. E’ come se fossimo un po’ meno battezzati. La vita di noi semplici parrocchiani appare priva di quelle intense emozioni che li motivano e li sorreggono comunitariamente. Siamo, in un certo senso, un pericolo per la loro integrità, che è sorretta da una comunità molto esigente. Vedono in noi, gente che non ha aderito alla loro via, una minaccia, come la vedevano gli antichi israeliti nella contaminazione con le culture intorno. E probabilmente lo siamo, nel senso che ciò che per loro è essenziale, fondativo, motivante, la comunità fortificata nella quale sola, nella loro prospettiva, si può incontrare veramente il soprannaturale, per noi non lo è e seguendo un po’ anche la nostra via, accostandosi e quindi  contaminandosi con noi, probabilmente diventerebbero effettivamente  diversi, come sempre accade in ogni vera e sincera relazione sociale, nella quale si impara gli uni dagli altri, e maggiormente quando si riesce anche a volersi bene.
  Inutile cercare un’intesa per via teologica o ideologica. I modi di pensare in base ai quali i gruppi si autodefiniscono e si caratterizzano  ci separano irrimediabilmente. Non è per quella via che si potrà fare pace.
  Si  potrebbe cominciare da un piano più semplice, e più umano, da quello puramente della buona educazione e della cortesia, che regola le relazioni civili impedendo che le differenze finiscano per provocare continue liti. Nelle occasioni in cui si è insieme: non cercare di egemonizzare e di avere il boccone più grosso, anzi fare spazio agli altri, non cercare di escluderli, e in particolare di scomunicarli di fatto, esercitare tolleranza capendo le ragioni dell’insofferenza altrui, cercare di trovare una via mediana senza colpi di mano, rispettando le intese raggiunte, cercare di raccontarsi con sincerità, da persona a persona, dismettendo ideologie e partiti presi, abbassando un tantino la guardia. La via che ci è proposta quest’anno negli incontri di Quaresima è quella di provare a mischiarci, uscendo dai rispettivi gruppi di appartenenza. Che accadrà? Non lo so. So poco degli altri e penso che anche per loro sia lo stesso. Ciò che ho raccontato di loro qui sopra li ritrae fedelmente o anch’io mi sono lasciato prendere dai pregiudizi? Ho avuto una lunga consuetudine con quegli altri, ma sempre dall’esterno. E’ diverso quando si riesce ad avvicinarsi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




giovedì 22 febbraio 2018

Vivere il conflitto sociale in modo non distruttivo

Vivere il conflitto sociale in modo non distruttivo

  Il conflitto sociale non è eliminabile perché dipende da come siamo fatti. Esso consente l’evoluzione sociale e quindi il progresso, ma  può produrre anche regresso, un peggioramento delle condizioni di vita. Accade sempre quando diventa distruttivo. Ciò avviene quando viene a mancare una base di valori condivisi che metta le persone al riparo dell’arbitrio di quelli che di volta in volta riescono ad essere più forti. La religione può contribuire a crearla, ma si è dimostrata insufficiente da sola. La soluzione al problema è la democrazia, il sistema di limiti basato su valori ad ogni potere che tenda al dispotismo, a farsi assoluto e incontestabile.
  In democrazia si vive il conflitto sociale in modo non distruttivo: si salva la società consentendone però l’evoluzione. L’insufficiente assimilazione dei processi democratici ha creato in Italia i problemi di fronte ai quali ancora ci troviamo in religione. Di fronte al conflitto, manifestatosi nel periodo successivo al Concilio Vaticano 2°, tra reazionari e riformatori, si è scelta la via del congelamento dei contrasti, del rifiuto di un dialogo aperto che consentisse il franco confronto, e quindi la coesistenza, delle varie posizioni. La scelta fu imposta dal papa Giovanni Paolo 2°, profondamente diffidente verso il pluralismo religioso che trovò in Europa occidentale all’inizio del suo regno. Riuscì ad affermare su base carismatica una sua autorità di tipo paternalistico, un  papismo  di tipo nuovo, e noi tutti che vivemmo insieme a lui quella stagione ne fummo affascinati e la seguimmo. Il conflitto fu sopito, ma rimase latente. La mancanza di vero dialogo portò i gruppi a trincerarsi. Come accadde nei conflitti etnici nei Balcani, ciascuno fu spinto a migrare verso i suoi simili. Anche le parrocchie soffrirono questo sviluppo, venendo spesso connotate dai gruppi o dal gruppo prevalente. Naturalmente tesero ad affermarsi i gruppi e le spiritualità più apprezzati dal Papa. Alcune parrocchie furono affidate ai movimenti emergenti come prima lo erano state agli ordini religiosi, e si presentarono gli stessi problemi causati da questi ultimi in quell’ambito. Tuttavia, in un certo senso, la situazione talvolta si presentò anche peggiore, per il fondamentalismo di certi metodi. Per circa trent’anni la nostra parrocchia visse una situazione estrema di questo tipo. Non si sarebbe potuta produrre senza l’assenso dell’autorità religiosa, che ne è quindi corresponsabile. Il risultato fu la separazione dell’organizzazione parrocchiale dal quartiere. Ma la parrocchia non è solo organizzazione: è la gente di fede che vive vicina. Quindi, più precisamente bisogna parlare di separazione dell’organizzazione della parrocchia, fatta da chi era rimasto dentro, dalla parrocchia, fatta da chi era rimasto fuori. La gente della parrocchia, in senso sociale, la  gente di fede del quartiere, venne sostituita da gente di fuori e si disse che la parrocchia era di chi ci andava e che quindi andava bene così. La formazione alla fede venne impostata in modo che, ad un certo punto, bisognava decidere se rimanere dentro  o migrare, e molti migrarono nelle parrocchie vicine. Alla fine fu evidente che la gente del quartiere non ci mandava più nemmeno i bimbi per il primo catechismo. Fu a quel  punto che dalla Diocesi si decide di cambiare, con l’occasione dell’avvicendamento per limiti d’età tra parroci. Ho sintetizzato trent’anni di storia senza fare nomi perché so che i fedeli che hanno seguito la spiritualità a lungo favorita in parrocchia hanno molti e accaniti nemici e non voglio mettere parrocchiani, che nonostante le differenze considero comunque amici, nelle loro mani. Ci si odia molto in religione e odia di più chi è fuoriuscito da un gruppo in cui ha creduto. In genere si odia quando si prescinde dalle persone e ci si concentra su questioni di parole, sui costumi, sull’esteriorità, i quadri che si affiggono alle pareti, come si costruiscono e arredano le chiese, come si canta, certe particolarità liturgiche e, infine, su una specie di teologhese, un gergo di aspetto teologico che della vera e grande teologia è solo una brutta copia. Io sono ben consapevole che le persone in parrocchia dalle quali mi divide una certa spiritualità sono comunque persone buone e non voglio fare a meno di loro, né far loro del male, farle soffrire. La nostra dovrebbe essere una religione che salva: se induce solo ad odiare, non serve nulla, e allora avrebbero  ragione i suoi critici sulla base di una lunga esperienza storica negativa. Si tratta, allora, di costruire un’altra storia.
  Prendere atto del conflitto, farlo emergere, è il primo passo per superarlo, ma non basta. Bisogna anche volere la pace. Per fare pace occorre smobilitare l’ideologia e incontrarsi tra persone cercando di conoscersi meglio. L’ideologia serve ad avere una visione sommaria della società, non potendola conoscere nei dettagli per i nostri limiti cognitivi: come persone siamo infatti confinati in gruppi piccoli, ma dobbiamo governare una grande complessità sociale, una società che, ai diversi livelli in cui si manifesta, è fatta di gruppi via via più grandi, con relazioni che ormai, a livello globale, coinvolgono circa otto miliardi di esseri umani. Da qui l’utilità di visioni sommarie, riassuntive. Ma per fare pace occorre potersi sedere intorno ad un tavolo, guardandosi faccia a faccia,  in quella che religiosamente immaginiamo come  agàpe, il convito amichevole in cui ce n’è per tutti e nessuno rimane escluso. Conoscendosi da vicino si finisce in genere per apprezzarsi, se si riescono a superare pregiudizi e partiti presi. Si cerca di evitare di fare quello che dà fastidio agli altri, ma anche di tollerare un certo fastidio che gli altri possono dare. Questa è la vera base di ogni convivenza sociale, quando si capisce che stare insieme è comunque meglio che separarsi o addirittura combattersi. Non è scontato che questo progresso accada: le cose possono anche finire male, è l’esperienza che lo insegna. In religione si possono trovare le risorse morali perché vadano bene: «Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: ‘Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri’ (Gv 13,35)», ha scritto papa Francesco nell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium. Naturalmente c’è chi in religione ha trovato anche argomenti per odiare. Accade, ad esempio, nella Polonia di oggi. Il modello  polacco,  quello ci venne proposto tanto a lungo, non ha funzionato proprio dove originò. Ma il problema non è nella teologia, bensì nelle persone. Quando si è decide di odiarsi si cerca in religione ciò che serve e lo si trova. Così come quando si decide di fare pace. Non è la teologia a convincere: essa serve solo a fare ordine nei pensieri quando si è già persuasi. La fede, si dice, precede, e nella mia esperienza è così,
  Nel nostro complesso parrocchiale, fatto della chiesa e degli edifici intorno, abitano due società: la parrocchia e una confraternita religiosa organizzata su base famigliare, sull’esempio delle  antiche tribù israelitiche. Queste due realtà si conoscono poco, e, conoscendosi poco, diffidano l’una dell’altra. Fanno vita separata, con costumi e liturgie diversi. La pace tra loro è come quella tra le due Coree: si basa su un armistizio, su una precaria sospensione delle ostilità. Come nelle riunioni di condominio, si cerca di prevalere nelle decisioni comuni. Si vorrebbe migliorare la convivenza, cercando innanzi tutto di conoscersi meglio e, così facendo, di apprezzarsi a vicenda, imparando dal bene che gli altri fanno.
  Le ragioni di conflitto non sono superficiali, hanno un fondamento propriamente teologico. C’è in questione una visione della società e del suo destino. Si sa che il male c’è, ma tra questa consapevolezza e il ritenere che la società non sia emendabile se non sostituendola integralmente o ritirandosene c’è una grande differenza. Se uno pensa che tutto è peccato al di fuori del suo gruppo, lo penserà anche di coloro che sono meglio integrati nella società e quindi vi vedono anche del bene. In questa prospettiva uno come me, che vuole imparare dai cattolici democratici, può essere visto come un eretico. Il primo passo per fare pace potrebbe essere questo: negarsi il potere di scomunica fai-da-te, l’arbitrio dell’esclusione. Nessuno deve essere messo nella condizione di scegliere tra il sottomettersi ad una via che proprio non può accettare o di prendere la prendere la porta in uscita. E non sarebbe male seguire la via proposta da Sant’Ignazio di Lojola: parlare innanzi tutto del bene che c’è negli altri. Nessuna vita è totalmente malvagia, questa è l’esperienza che in genere si fa conoscendo gli altri, ma questo è vero particolarmente in religione, dove ci si trova tra persone che sinceramente cercano di essere buone.  Proviamo a seguire l’esortazione del Papa: prendersi cura gli uni degli altri, incoraggiarsi mutuamente,  accompagnarsi amichevolmente.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

mercoledì 21 febbraio 2018

Non più guerra tra noi

Non più guerra tra noi

Il prossimo venerdì, il 23 febbraio, alla 20:30, in parrocchia, con inizio in chiesa, si terrà il secondo degli incontri di riflessione comunitaria alla luce del Convegno Diocesano del 2017. Il tema sarà No alla guerra tra noi. Ci viene proposto per la meditazione il brano che segue dell’esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium, del 2013, che è stata considerata il documento programmatico del papato di papa Francesco:

No alla guerra tra di noi
98. All’interno del Popolo di Dio e nelle diverse comunità, quante guerre! Nel quartiere, nel posto di lavoro, quante guerre per invidie e gelosie, anche tra cristiani! La mondanità spirituale porta alcuni cristiani ad essere in guerra con altri cristiani che si frappongono alla loro ricerca di potere, di prestigio, di piacere o di sicurezza economica. Inoltre, alcuni smettono di vivere un’appartenenza cordiale alla Chiesa per alimentare uno spirito di contesa. Più che appartenere alla Chiesa intera, con la sua ricca varietà, appartengono a questo o quel gruppo che si sente differente o speciale.
99. Il mondo è lacerato dalle guerre e dalla violenza, o ferito da un diffuso individualismo che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere. In vari Paesi risorgono conflitti e vecchie divisioni che si credevano in parte superate. Ai cristiani di tutte le comunità del mondo desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. Che tutti possano ammirare come vi prendete cura gli uni degli altri, come vi incoraggiate mutuamente e come vi accompagnate: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). È quello che ha chiesto con intensa preghiera Gesù al Padre: «Siano una sola cosa … in noi … perché il mondo creda» (Gv 17,21). Attenzione alla tentazione dell’invidia! Siamo sulla stessa barca e andiamo verso lo stesso porto! Chiediamo la grazia di rallegrarci dei frutti degli altri, che sono di tutti.
100. A coloro che sono feriti da antiche divisioni risulta difficile accettare che li esortiamo al perdono e alla riconciliazione, perché pensano che ignoriamo il loro dolore o pretendiamo di far perdere loro memoria e ideali. Ma se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae. Perciò mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?
101. Chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore. Che buona cosa è avere questa legge! Quanto ci fa bene amarci gli uni gli altri al di là di tutto! Sì, al di là di tutto! A ciascuno di noi è diretta l’esortazione paolina: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rm 12,21). E ancora: «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9). Tutti abbiamo simpatie ed antipatie, e forse proprio in questo momento siamo arrabbiati con qualcuno. Diciamo almeno al Signore: “Signore, sono arrabbiato con questo, con quella. Ti prego per lui e per lei”. Pregare per la persona con cui siamo irritati è un bel passo verso l’amore, ed è un atto di evangelizzazione. Facciamolo oggi! Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!

 La litigiosità sociale è un fatto naturale, dipende da come siamo fatti. La si osserva anche nelle altre comunità di primati, i viventi di cui noi esseri umani siamo considerati, da punto di vista biologico, una specie.
  Creiamo delle società che ci sono utili, ma vogliamo prevalere in esse, in modo che ci siano più utili che ad altri. Ognuno è più debole in certe fasi della sua vita, in genere all’inizio e verso la fine, la sua capacità di influenza sociale non rimane sempre la stessa e poi, di generazione in generazione, e anche da fuori, arriva gente nuova: ragionando su grandi numeri, si capisce quindi che questo rende instabili le nostre società. Il diritto e le istituzioni cercano di rimediare e fino ad un certo punto ci riescono. Tuttavia nella storia osserviamo che anch’essi sono cambiati. Nessuna istituzione sociale è rimasta la stessa dalle origini, che si perdono nella notte dei tempi, in epoche delle quali sappiamo poco perché risalgono a quando le culture umane non producevano ancora memoria storica. Tendiamo ad averne una visione mitologica e in molti miti sulle origini troviamo narrate liti omicide.
 Il mito è una narrazione di tipo simbolico, che non rappresenta esattamente i fatti come sono andati ma il loro senso complessivo, accompagnata da molte emozioni, al modo in cui una colonna sonora accompagna le immagini in un film. E’ questo il principale strumento cognitivo degli individui umani. Ciascuno, in questo quadro, ragiona come un dio, inconsapevole dei propri limiti individuali. Ognuno, inconsapevolmente, si pensa come immortale e onnipotente. Questa è l’origine delle religioni. Ma anche altri aspetti sociali sono permeati da questo modo di ragionare e, in particolare, lo è la politica, secondo la quale sono rette e organizzate le società civili. Il ragionare come dei esaspera i conflitti. Tutto ciò rende possibile trovare ai vertici supremi persone incolte, irrazionali, aggressive ed emotivamente instabili, ma che funzionano bene, come riferimenti sociali, nel campo del mito e delle emozioni. Infatti, per nostri limiti cognitivi di specie, per come siamo fatti dentro, le masse ci sfuggono, non possiamo rappresentarcele mentalmente, ci appaiono indistinte, magmatiche, prive di chiare connotazioni,  così come accade per la morte: viviamo costantemente immersi in piccoli gruppi, in scenari limitati,  quindi abbiamo necessità di organizzarci socialmente in massa, per avere ragione della complessità sociale di un mondo che ora comprende circa otto miliardi di individui,  prendendo come riferimento certe persone che assumono contorni mitologici, e che diciamo dotate di carisma, proprio per la loro capacità di attrarre l’attenzione sociale.
  Crescendo la complessità e la potenza delle società umane e il numero di individui la cui vita dipende da esse è molto aumentato il costo in vite umane dei contrasti sociali. Le guerre sociali e il crollo di sistemi sociali fanno molte vittime. Fin dall’antichità si è quindi presa consapevolezza della litigiosità sociale come di un male e della pace sociale come di un bene.
     La via seguita fin dall’antichità per pacificare le società è stata quella di istituire un potere prevalente e di tipo paterno, quindi non esclusivamente egoistico. La concezione del re come padre  del suo popolo è molto radicata e ancora presente nelle immagini contemporanee del potere. In questa visione il conflitto sociale è moderato perché il potere supremo, affermandosi, limita ogni altro potere nelle sue ambizioni, prospettive e potenzialità distruttive ed esso stesso è limitato dalla sua vocazione paterna. La stabilità sociale dipende da quella del potere supremo che, per questo, si tende a sacralizzare, vale a dire a collegare con concezioni religiose, presentandolo come voluto da un dio.
  Più recentemente si è affermata la via democratica che consiste nel porre dei limiti ad ogni potere, anche a quello delle masse  come istituzione suprema. Limiti di durata e di intensità. Si cerca di rendere stabile questo sistema di limiti collegandolo alla visione religiosa dell’individuo come portatore di diritti fondamentali incomprimibili, quindi come  persona. Il conflitto sociale non è abolito, ma regolato in modo che non sia distruttivo. In questo modo le società evolvono ma senza crollare. Si supera così il problema della concezione paterna  del potere supremo, che si esprime in dinastie regnanti, che rende possibile l’evoluzione sociale solo mediante il rovesciamento violento dei potenti dai troni, e quindi per mezzo di ciclici accessi di violenza rivoluzionaria.
  Anche le religioni, come ogni altra istituzione sociale, sono state coinvolte nei conflitti e, anzi, ne hanno promossi di molto intensi, crudeli e costosi in termini di vite umane. Anche la nostra, basata sul principio dell’agàpe, della condivisione misericordiosa delle risorse. Questo perché sono fatti sociali, quindi umani, quindi, in quanto umani, instabili e pervase dal conflitto. La sacralizzazione del potere al loro interno è molto forte e questo rende spesso irriducibili i contrasti.
  La via seguita nella nostra confessione per la pacificazione religiosa è ancora quella paterna. Più di recente si vanno affermando con molta difficoltà e prevalentemente in ambito laicale processi democratici. Ci si divide e si lotta per ogni cosa, su piccola e grande scala. La desacralizzazione sociale prodotta dai processi politici democratici rende molto meno distruttivi questi contrasti, che però rimangono. Il papato è il principale oggetto della contesa: ciascuna fazione tende a insediare un papa proprio, come accadeva a Roma nel Medioevo e nel Rinascimento. Il conflitto si colora teologicamente: ciascuno è convinto di fare la volontà divina. Su grande scala gli orientamenti che ai tempi nostri si combattono sono quelli pro e anti conciliari, riferendosi come discrimine ai principi proclamati nel Concilio Vaticano 2°, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965. Quel Concilio ha segnato un passaggio di fase storica nell’evoluzione delle nostre istituzioni religiose, ha innescato cambiamenti piuttosto veloci. C’è chi vorrebbe tornare a come si era prima, chi vorrebbe lasciare tutto com’è adesso e chi vorrebbe andare più avanti nell’affermazione di processi e principi democratici: ci sono quindi reazionari, conservatori e riformatori. Questi ultimi osservano che senza un costante processo di riforma la presa sociale della religione nel mondo contemporaneo tende a svanire.  I reazionari obiettano che sono stati proprio i processi di riforma, per loro troppo rapidi e pretestuosi, a  produrre questo risultato. I conservatori, timorosi degli sviluppi di ogni tipo di evoluzione, all’indietro come in avanti, preferirebbero innanzi tutto pacificare, contenere, sopire i contrasti, riportando tutti sotto un’autorità di tipo paterno. Questo orientamento è a lungo prevalso sotto il pontificato di Giovanni Paolo 2°, dal 1978 al 2005, favorito dal grande carisma personale del Papa.
 Nella nostra parrocchia, durante il papato di Giovanni Paolo 2°, è stato tentato per circa un trentennio un esperimento sociale estremo, un monocultura religiosa che mescolava reazione e riforma. Obiettivamente non ha avuto buoni risultati, al di là delle intenzioni e dell’indole dei suoi promotori, persone buone. Si è concluso il 17 ottobre del 2015, con l’insediamento del nuovo parroco, don Remo. Su questo blog potete leggere il resoconto dell’evento. Il nuovo corso ha trovato una comunità profondamente divisa. Si è cercato di rimediare, ma è stato ed è difficile. Molto, anzi moltissimo, è stato fatto. Non si tratta di sopprimere, ma di consentire la convivenza tra persone animate da diverse concezioni e di far emergere ciò che vi è di comune, ed è molto. Deposte le armi ideologiche rimangono persone che cercano sinceramente di essere buone e questo è senz’altro un buon inizio. Ma i contrasti si fanno sentire in particolare intorno alla Settimana Santa, che nel vecchio corso era stata permeata di accentuazioni caratterizzanti molto sensibili. Negli anni scorsi si è combattuta, purtroppo, la battaglia di Pasqua. Chi non ha avuto animo di farsi il sangue cattivo nel periodo più santo dell’anno ha preferito, in fondo, ritirarsi, e io sono tra questi. L’anno scorso ho invocato la presenza del vescovo ausiliare di settore a presiedere la Veglia di Pasqua per aiutarci a recuperare l’unità: è la via dell’autorità paterna. Essa è condizionata dall’essere legata a una sola persona, limitata, che non può essere ovunque e con tutti: è la condizione di fragilità in cui si trova ogni monarchia. Le autorità paterne finiscono in genere per deludere, come ogni padre in fondo. La via più produttiva può essere quella di un recupero di un’unità culturale, che implica conoscersi meglio e capirsi, senza cercare di prevalere e sottomettere. E’ quella che mi pare si stia tentando.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


sabato 17 febbraio 2018

Primo incontro in parrocchia sulle malattie dell’anima

Primo incontro in parrocchia sulle malattie dell’anima

  Ieri sera in parrocchia si è tenuto il primo incontro di Quaresima sulle malattie dell’anima. Si proseguirà ogni venerdì di Quaresima alle 20:30. Si è cominciato nella chiesa parrocchiale con una meditazione del sacerdote su questo brano dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium – La gioia del Vangelo:

53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare.

 Siamo stati invitati a individuare in noi l’indifferenza che porta all’esclusione e a fare propositi per migliorare.
 Il male dell’indifferenza e dell’esclusione può manifestarsi anche in ambienti religiosi, nella diffidenza verso persone che appartengono ad altri gruppi e  che seguono una diversa spiritualità.
  Si è poi proseguito in incontri per piccoli gruppi che avevano assegnato il compito di discutere sui temi proposti e di  scrivere una sintesi del dibattito. Questo lavoro verrà poi raccolto a livello diocesano e presentato al Papa.
  Nel gruppo a cui ho partecipato si è manifestata una certa difficoltà ad aver consapevolezza del carattere sociale del peccato di esclusione e del fatto che siamo tutti partecipi e quindi responsabili, in quanto consumatori, lavoratori, contribuenti, beneficiari di servizi e provvidenze sociali, dell’economia che produce inequità [neologismo dallo spagnolo che significa: diseguaglianza ingiusta].
 Si è sentita l’influenza della cattiva propaganda politica di oggi. Si è manifestato un certo disagio a pensare a correttivi sociali di cui possano beneficiare certe categorie di emarginati, in particolare gli africani e gli zingari poveri che vediamo nelle strade del nostro quartiere chiedere l’elemosina o rovistare nei cassonetti dell’immondizia per recuperare cose che abbiamo buttato e che, evidentemente, a qualcuno possono ancora servire.
  E’ emerso che l’assistenza agli anziani  parzialmente o non più autosufficienti, che tendono a finire in solitudine, è un grave peso per molte famiglie e non di rado cade su figli loro stessi ormai nella terza età e già onerati dell’assistenza dei loro figli.
 Le leggi e le istituzioni tendono a venire sentite come ostili, da una parte perché non danno a sufficienza una mano e dall’altra perché non escludono e rimuovono la gente verso la quale si prova avversione e sospetto per vari motivi.
 Prendendo spunto da un  fatto di cronaca, il crollo di una strada pubblica in un quartiere romano, ho fatto notare che la gente che si era trovata improvvisamente senza casa era stata assistita e varie istituzioni, primi i Vigili del fuoco, erano corse in loro soccorso. Tutti hanno avuto un alloggio provvisorio, in attesa di poter rientrare a casa propria dopo le verifiche statiche. Questo è ciò che vogliono le leggi vigenti. Sono norme informate ad  elevati principi morali e non sempre la società ne appare all’altezza.  Derivano dall’affermarsi dei processi democratici, per cui si è cominciato a tenere sempre più conto del bene comune. Il nostro problema di oggi è di mantenerle vive e di applicarle alla nuova gente che è arrivata. C’è chi ne sta diventando insofferente e spinge a discorsi francamente razzisti, ai quali la gente a volte cede, anche se non sempre consapevole della loro reale, e peccaminosa, natura. In un mondo globalizzato, in cui il nostro benessere, molto più che in altri tempi, dipende anche da quello che succede in Paesi lontani, dai quali arrivano le materie prime e moltissimi oggetti di uso comune, non è più una soluzione valida rinchiudersi in piccole patrie.
  Negli anni ’30 i cattolici italiani, salvo minoranze, in fondo non videro un vero problema religioso nel razzismo contro gli ebrei. Ai tempi nostri accade qualcosa di analogo nei confronti degli stranieri rifugiati da nazioni sventurate, colpite da catastrofi molto maggiori del crollo dell’altro giorno in città: “grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita”,  ha scritto il Papa. Siamo riluttanti ad occuparcene. Il mondo intero non è sentito come una casa comune. Noi europei, in questo scenario, siamo quelli che danno le regole economiche che a livello globale producono esclusione, siamo dalla parte dei padroni del mondo. Siamo noi che facciamo le parti e che decidiamo chi si salva e chi muore.  E’ difficile accettarlo per chi si confina nel proprio particolare, perdendo di vista la società. Allora ci immaginiamo molto più poveri e bisognosi di come realmente siamo. Ma siamo anche portati ad accettare l’idea, proposta in società dai più ricchi,  che i poveri si  meritino  di essere tali, e che per essere diventati così qualcosa di sbagliato abbiano pur fatto. Così facendo  diamo credito a chi si propone di togliere le reti di protezioni sociali che potrebbero fare comodo anche a noi.
  In definitiva mi è parso che nella discussione nel gruppo ristretto di riflessione abbiamo avuto difficoltà a fare autocritica, che è alla base di ogni processo di conversione. Ma siamo solo all’inizio del percorso di Quaresima.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro,Valli

mercoledì 14 febbraio 2018

Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2018 sul tema: "Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti" (Mt 24,12) e commento del teologo Pierangelo Sequeri

Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2018 sul tema: "Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti" (Mt 24,12)
dal WEB: https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-messaggio-quaresima-2018
«Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24,12)


Cari fratelli e sorelle,

ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione», che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.
  Anche quest’anno, con il presente messaggio, desidero aiutare tutta la Chiesa a vivere con gioia e verità in questo tempo di grazia; e lo faccio lasciandomi ispirare da un’espressione di Gesù nel Vangelo di Matteo: «Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (24,12).
 Questa frase si trova nel discorso che riguarda la fine dei tempi e che è ambientato a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi, proprio dove avrà inizio la passione del Signore. Rispondendo a una domanda dei discepoli, Gesù annuncia una grande tribolazione e descrive la situazione in cui potrebbe trovarsi la comunità dei credenti: di fronte ad eventi dolorosi, alcuni falsi profeti inganneranno molti, tanto da minacciare di spegnere nei cuori la carità che è il centro di tutto il Vangelo.
I falsi profeti
  Ascoltiamo questo brano e chiediamoci: quali forme assumono i falsi profeti?

Essi sono come “incantatori di serpenti”, ossia approfittano delle emozioni umane per rendere schiave le persone e portarle dove vogliono loro. Quanti figli di Dio sono suggestionati dalle lusinghe del piacere di pochi istanti, che viene scambiato per felicità! Quanti uomini e donne vivono come incantati dall’illusione del denaro, che li rende in realtà schiavi del profitto o di interessi meschini! Quanti vivono pensando di bastare a sé stessi e cadono preda della solitudine!
Altri falsi profeti sono quei “ciarlatani” che offrono soluzioni semplici e immediate alle sofferenze, rimedi che si rivelano però completamente inefficaci: a quanti giovani è offerto il falso rimedio della droga, di relazioni “usa e getta”, di guadagni facili ma disonesti! Quanti ancora sono irretiti in una vita completamente virtuale, in cui i rapporti sembrano più semplici e veloci per rivelarsi poi drammaticamente privi di senso! Questi truffatori, che offrono cose senza valore, tolgono invece ciò che è più prezioso come la dignità, la libertà e la capacità di amare. E’ l’inganno della vanità, che ci porta a fare la figura dei pavoni… per cadere poi nel ridicolo; e dal ridicolo non si torna indietro. Non fa meraviglia: da sempre il demonio, che è «menzognero e padre della menzogna» (Gv 8,44), presenta il male come bene e il falso come vero, per confondere il cuore dell’uomo. Ognuno di noi, perciò, è chiamato a discernere nel suo cuore ed esaminare se è minacciato dalle menzogne di questi falsi profeti. Occorre imparare a non fermarsi a livello immediato, superficiale, ma riconoscere ciò che lascia dentro di noi un’impronta buona e più duratura, perché viene da Dio e vale veramente per il nostro bene.

Un cuore freddo
  Dante Alighieri, nella sua descrizione dell’inferno, immagina il diavolo seduto su un trono di ghiaccio; egli abita nel gelo dell’amore soffocato. Chiediamoci allora: come si raffredda in noi la carità? Quali sono i segnali che ci indicano che in noi l’amore rischia di spegnersi?
  Ciò che spegne la carità è anzitutto l’avidità per il denaro, «radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10); ad essa segue il rifiuto di Dio e dunque di trovare consolazione in Lui, preferendo la nostra desolazione al conforto della sua Parola e dei Sacramenti. Tutto ciò si tramuta in violenza che si volge contro coloro che sono ritenuti una minaccia alle nostre “certezze”: il bambino non ancora nato, l’anziano malato, l’ospite di passaggio, lo straniero, ma anche il prossimo che non corrisponde alle nostre attese.
  Anche il creato è testimone silenzioso di questo raffreddamento della carità: la terra è avvelenata da rifiuti gettati per incuria e interesse; i mari, anch’essi inquinati, devono purtroppo ricoprire i resti di tanti naufraghi delle migrazioni forzate; i cieli – che nel disegno di Dio cantano la sua gloria – sono solcati da macchine che fanno piovere strumenti di morte.

L’amore si raffredda anche nelle nostre comunità: nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium [La gioia del Vangelo] ho cercato di descrivere i segni più evidenti di questa mancanza di amore. Essi sono: l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario.
Cosa fare?
  Se vediamo nel nostro intimo e attorno a noi i segnali appena descritti, ecco che la Chiesa, nostra madre e maestra, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno.
  Dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi, per cercare finalmente la consolazione in Dio. Egli è nostro Padre e vuole per noi la vita.

L’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello: ciò che ho non è mai solo mio. Come vorrei che l’elemosina si tramutasse per tutti in un vero e proprio stile di vita! Come vorrei che, in quanto cristiani, seguissimo l’esempio degli Apostoli e vedessimo nella possibilità di condividere con gli altri i nostri beni una testimonianza concreta della comunione che viviamo nella Chiesa. A questo proposito faccio mia l’esortazione di san Paolo, quando invitava i Corinti alla colletta per la comunità di Gerusalemme: «Si tratta di cosa vantaggiosa per voi» (2 Cor 8,10). Questo vale in modo speciale nella Quaresima, durante la quale molti organismi raccolgono collette a favore di Chiese e popolazioni in difficoltà. Ma come vorrei che anche nei nostri rapporti quotidiani, davanti a ogni fratello che ci chiede un aiuto, noi pensassimo che lì c’è un appello della divina Provvidenza: ogni elemosina è un’occasione per prendere parte alla Provvidenza di Dio verso i suoi figli; e se Egli oggi si serve di me per aiutare un fratello, come domani non provvederà anche alle mie necessità, Lui che non si lascia vincere in generosità?
  Il digiuno, infine, toglie forza alla nostra violenza, ci disarma, e costituisce un’importante occasione di crescita. Da una parte, ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario e conoscono i morsi quotidiani dalla fame; dall’altra, esprime la condizione del nostro spirito, affamato di bontà e assetato della vita di Dio. Il digiuno ci sveglia, ci fa più attenti a Dio e al prossimo, ridesta la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame.

Vorrei che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa Cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio. Se come noi siete afflitti dal dilagare dell’iniquità nel mondo, se vi preoccupa il gelo che paralizza i cuori e le azioni, se vedete venire meno il senso di comune umanità, unitevi a noi per invocare insieme Dio, per digiunare insieme e insieme a noi donare quanto potete per aiutare i fratelli!
Il fuoco della Pasqua
  Invito soprattutto i membri della Chiesa a intraprendere con zelo il cammino della Quaresima, sorretti dall’elemosina, dal digiuno e dalla preghiera. Se a volte la carità sembra spegnersi in tanti cuori, essa non lo è nel cuore di Dio! Egli ci dona sempre nuove occasioni affinché possiamo ricominciare ad amare.

Una occasione propizia sarà anche quest’anno l’iniziativa “24 ore per il Signore”, che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di adorazione eucaristica. Nel 2018 essa si svolgerà venerdì 9 e sabato 10 marzo, ispirandosi alle parole del Salmo 130,4: «Presso di te è il perdono». In ogni diocesi, almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive, offrendo la possibilità della preghiera di adorazione e della Confessione sacramentale.
Nella notte di Pasqua rivivremo il suggestivo rito dell’accensione del cero pasquale: attinta dal “fuoco nuovo”, la luce a poco a poco scaccerà il buio e rischiarerà l’assemblea liturgica. «La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito», affinché tutti possiamo rivivere l’esperienza dei discepoli di Emmaus: ascoltare la parola del Signore e nutrirci del Pane eucaristico consentirà al nostro cuore di tornare ad ardere di fede, speranza e carità.
Vi benedico di cuore e prego per voi. Non dimenticatevi di pregare per me.

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La Quaresima, il nostro tempo e i falsi profeti. Per non rassegnarsi all'amore freddo

di Pierangelo Sequeri

dal Web: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/per-non-rassegnarsi-all-amore-freddo

  La profezia del raffreddamento dell’amore, alla quale si riferisce papa Francesco commentando il tempo presente nel suo Messaggio per introdurci alla Quaresima che per il rito romano inizia oggi, è una parola piuttosto forte di Gesù: «Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti» (Mt 24, 11).
  La circostanza della parola di Gesù è apparentemente minima e casuale. I discepoli lo invitano ad ammirare la maestà della mura del tempio. Gesù li invita a considerarne la fragilità: nulla di ciò che è stato edificato dagli uomini, fosse anche per la gloria di Dio, resiste alla follia degli uomini. E a partire da qui avvia un discorso, molto duro e teso, sulla follia distruttiva degli uomini. Sotto la pressione di questa follia, che genera sempre nuove contese e guerre sempre più fratricide, e abbandona i popoli alla fame, alla malattia, alla distruzione, molti proveranno orrore e scandalo. Ma poi si lasceranno vincere dal risentimento e finiranno per odiarsi tra loro. Dove scarseggia il cibo, finiranno per abbondare le armi. Il colmo sarà raggiunto, aggiunge Gesù, quando incominceranno a sorgere «falsi profeti» che giustificheranno la necessità – economica, politica, eugenetica, persino religiosa – della violenza e dell’abbandono: promettendo salvezza per sé in cambio dell’odio per l’altro. Inganno supremo, vergognoso, diabolico.
  L’affermazione di Gesù sul gelo dell’amore arriva in questo punto esatto del suo discorso: quando la corruzione dilaga, l’amore si raffredda, è tentato di cedere. Le «donne incinte e quelle che allattano» dovranno essere messe in salvo per prime, ammonisce il Signore. È vero. La minaccia contro il figlio che sta per arrivare, e il figlio appena arrivato, è il simbolo di tutti i simboli del disprezzo per la vita. In ogni civiltà e ogni cultura, anche quelle che pensano di essere più evolute, si può insediare questo disprezzo. Quando si arriva a questo, vuol dire che il gelo dell’amore è arrivato al cuore. Quale amore si congela, in questa congiuntura difficile di cui parla Gesù? Non dobbiamo fare troppa fatica per immaginarlo. Tutto l’amore, si congela. Tutto. Non c’è da illudersi. Tutti gli affetti del mondo sono a rischio quando l’amore di Dio e del prossimo sono calpestati: comprati e venduti, umiliati e offesi, torturati a morte e gettati nella spazzatura della storia.
E così, commenta il Papa, non facciamo neppure fatica a immaginare quali sono i «falsi profeti» che coltivano le nostre illusioni e poi lucrano sulle nostre passioni. Sono «incantatori di serpenti», che ci spingono all’ossessione del godimento senza limiti e lucrano scientificamente sulle nostre frustrazioni senza fine. I falsi profeti sono ciarlatani autentici: ti vendono la schiavitù e te la spacciano come liberazione. Il fatto è che questo genere di ciarlatani non è più come il vecchietto dei film western, che raccomanda il suo miracoloso elisir per ogni male, un po’ suscitando curiosità, un po’ compassione. Questi sono un esercito. Vestono dal sarto, hanno lo staff. Sono presuntuosi e arroganti, ma sanno essere anche melliflui e persuasivi. Ti guardano con compassione, quando levi la tua voce a difesa dei piccoli, dei poveri, dei vecchi abbandonati, degli innocenti sacrificati e dei discepoli perseguitati.
  La Quaresima del Signore è la nostra mossa annuale contro la rassegnazione al mondo degli incantatori e dei cialtroni. Incominciamo ad asciugare l’acqua in cui nuotano. Non spendiamo i soldi come vogliono loro. Possiamo essere una benedizione per il povero anche se non siamo ricchi. Possiamo rinunciare a ingozzarci come se ogni volta fosse l’ultimo pranzo. Possiamo benissimo ritrovare il piacere di condividere parole e cibo anche con quelli che non hanno da ricambiare. Possiamo far vergognare i prepotenti della loro vigliaccheria, mentre ritroviamo il coraggio di confessare la nostra: la conversione incomincia di qui. Ci sono demoni che si vincono con la preghiera e il digiuno, aveva detto Gesù, una volta, ai discepoli tentati dallo scoraggiamento. La preghiera e il digiuno quaresimale vanno interpretati e agiti come esercizio di disintossicazione dalla nostra assuefazione alle sostanze stupefacenti del diavolo. Prove di disgelo del cuore, insomma, per resistere ai giorni difficili dell’amore. E mettere in salvo l’umano che ci resta, comunque. Incominciando dalle donne e dai bambini.



Stati Uniti, i più armati, ma con le strade piene di buchi. Solo per le armi si trovano i solidi. Anche da noi sarà così? Lo decide il Parlamento