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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 30 dicembre 2017

Giacomo Lercaro. Omelia del 1 gennaio 1968, in occasione della prima Giornata mondiale della pace (dal sito: www.dossetti.eu/)


Giacomo Lercaro. Omelia del 1 gennaio 1968, in occasione della prima Giornata mondiale della pace
dal sito:
http://www.dossetti.eu/wp-content/uploads/2017/12/Omelia-Lercaro-come-in-audio-per-sito.pdf

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Nota biografica da
http://www.treccani.it/enciclopedia/giacomo-lercaro_%28Dizionario-Biografico%29/
[...]  A Bologna si era ormai da tempo sviluppato un acceso confronto in merito alla guerra in Vietnam: l'orientamento dell'amministrazione comunale e di vari settori popolari era chiaramente ostile all'escalation militare americana; sul fronte cattolico, invece, le posizioni risultavano divaricate tra coloro che osteggiavano la linea americana e altri - tra i quali la maggioranza dei politici democristiani locali - che invece si mantenevano su una linea di equidistanza tra i contendenti, seguendo in questo la Democrazia cristiana (DC) nazionale e lo stesso pontefice.
Fu proprio un messaggio di Paolo VI, mirato a istituire per il 1° genn. 1968 la Giornata mondiale per la pace a far precipitare la situazione bolognese. Tra le varie iniziative previste in diocesi per dare eco alla proposta del papa il Lercaro e Dossetti programmarono infatti anche un'omelia da tenersi in cattedrale in occasione appunto della Giornata. La decisione, della quale in via riservata venne informato il sindaco, era di pronunciare nella circostanza una chiara condanna dei bombardamenti americani sul Vietnam del Nord. Nonostante qualche indecisione della vigilia, legata alla preoccupazione che si potesse interpretare il tutto in chiave politica, l'impegno venne infine rispettato dal Lercaro; poche settimane dopo un emissario della S. Sede lo informò che il suo episcopato era finito. Il nesso tra le due circostanze, per quanto mai documentato in modo risolutivo, parve al Lercaro evidente e comunque contribuì a consegnare alla memoria collettiva il ricordo del sacrificio forse consapevole di un moderno "profeta". Ritiratosi alle porte della città l'antico "combattente-costruttore" sopravvisse ancora otto anni alla decisione della S. Sede di interrompere il suo governo episcopale.[…]
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 Figli dilettissimi, popolo di Dio della nostra santa Chiesa bolognese,
Nella odierna Eucaristia celebriamo l’ottavo giorno dalla nascita del Salvatore: come ci ha detto or ora l’Evangelo: «quando cioè furono compiuti gli otto giorni per la circoncisione del Bambino, fu circonciso e chiamato Gesù». Secondo l’ordine dato da Dio ad Abramo (Gen 17,9-14), rinnovato a Mosé nell’Esodo (Es 12,44; cfr. Lev 12,3) la circoncisione era per tutte le tribù d’Israele il segno della alleanza con Dio, e per ognuno in particolare, il segno della appartenenza al popolo eletto, la condizione per partecipare alla santa assemblea e per comunicare alla salvezza nella Pasqua del Signore.
Ma in Cristo circonciso il segno si concreta e il simbolo diventa realtà, e non più soltanto per un popolo, ma per l’intero genere umano. Il primo sangue versato dal Dio Bambino inizia il sacrificio del Calvario e anticipa il lavacro di «acqua e sangue» (Gv 19,34) che ne scaturirà non più soltanto per la razza di Abramo, ma a riscatto di tutti gli uomini di ogni «razza, lingua, popolo e nazione» come si esprime l’Apocalisse (5,9). Così, la circoncisione del Figlio di Maria, da un lato significa la sua legittima appartenenza al popolo d’Israele; dall’altro anticipa il battesimo cristiano, cioè l’universalità del «sigillo della giustizia della fede», come dice Paolo nella Lettera ai Romani (4,11), nella quale tutti gli uomini – nessuno escluso – potranno essere «circoncisi nel cuore secondo lo Spirito» (2, 29) riuniti in un unico e definitivo popolo di Dio.
Dunque, già in questo ottavo giorno del Natale, nel nome di Gesù «viene annunziato un Buon Annunzio eterno a quelli che abitano sulla terra, ad ogni nazione, razza, lingua e popolo» (Ap 14,6). Ed è proprio meditando l’universalità dell’Evangelo di salvezza, che anche noi – secondo il desiderio e il Messaggio del Sommo Pontefice – presentiamo in questo giorno l’appello per la pace rivolto dal Papa a tutti gli uomini della terra. Abbiamo già offerto in questi giorni il Messaggio pontificio ai capi delle altre comunità di credenti in Bologna e alle autorità responsabili delle comunità e delle istituzioni civili. Qui, stasera, in questa Messa episcopale, lo consegniamo idealmente a tutti i fedeli della nostra Chiesa bolognese: a quanti, con noi – secondo la parola dell’Apostolo letta poc’anzi dal lettore – credono che oggi «l’amabile bontà del nostro Dio salvatore si è rivelata a tutti gli uomini».
1. La liturgia odierna e il Messaggio pontificio convergono oggi ad illuminare il mistero e l’impegno della nostra unità e pace con tutti gli uomini in Cristo: a farci, dunque, sentire in modo particolarissimo questo come il momento di «rinunziare all’ira, allo sdegno, alla malignità», – sono le parole di san Paolo – il momento di rivestirci dell’uomo nuovo, «nel quale – è ancora san Paolo che parla – non vi è più né greco né giudeo, né circonciso né incirconciso, né barbaro né Scita, né schiavo né libero, ma in tutto e in tutti è Cristo» (Col 3,8 e 11). Perché il nostro anelito e la nostra preghiera di pace per tutte le nazioni possa essere autentica e sincera, occorre che noi, in questa sede, rinunziamo a cercare, a giudicare le cause di divisione e di conflitto che possono venire da altri, ma piuttosto imploriamo dallo Spirito il dono di sapere «esaminare noi stessi, per non essere giudicati» (1Cor 11,31). «Ognuno di noi – dice l’Apostolo – renderà conto a Dio di sé stesso. Dunque non giudichiamoci più a vicenda, ma pensate piuttosto a non mettere inciampo né a dare scandalo al vostro fratello» (Rm 14,12-13).
2. Fratelli e figli dilettissimi, vorrei aprirvi tutto il mio animo, confessarmi a voi, davanti al Signore e alla Vergine, della quale la liturgia di oggi con tanta insistenza invoca l’intercessione. Da più giorni, il Messaggio del Santo Padre mi sospinge a scrutare la mia coscienza e la mia vita. Mi chiedo quale è stata la testimonianza di pace mia personale e dell'intera nostra comunità ecclesiale. Mi domando soprattutto fino a che punto possiamo avere talvolta inclinato a vedere solo in altri la causa dei disordini e dei conflitti ed eventualmente a giudicarli come fomentatori di guerra e perturbatori della pace, piuttosto che esaminare noi stessi ed eventualmente preoccuparci di togliere da noi le pietre d’inciampo sul cammino della pace e le ragioni di scandalo, forse inconsapevolmente offerte ai credenti e ai non credenti. 2
3. Miei figli amati in Cristo, vi confesso ancora che del Messaggio che ora vi presento, alcune parole mi sono entrate più a fondo nell’anima, cioè quelle in cui il Santo Padre spiega la sua insistenza nel parlare e nell’operare per la pace: «Vorremmo – egli dice – che non mai ci fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità». Anche a me, secondo la mia modestissima misura e responsabilità, anche a me, da tanti anni vostro pastore e vostro maestro, voglia il Cielo che non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa bolognese, nel contesto umano, sociale, culturale in cui essa vive e opera. Perciò non posso ora limitarmi alla semplice consegna del testo del Sommo Pontefice: ma, quasi a suggello e a commento di esso sento di dovere mettere nelle vostre mani i sentimenti più profondi del mio cuore di pastore di questa nostra Chiesa bolognese.
4. Io vorrei riempire questa consegna con tutto ciò che ho detto e fatto per la pace in tutta la mia vita: specialmente in questi ultimi anni, nel Concilio, nel governo e nell’insegnamento ordinario in Diocesi, nelle assemblee delle nostre Chiese, nell’aula del Consiglio Comunale e in quelle delle varie istituzioni bolognesi. Vorrei ora, in particolare, richiamare alla mia coscienza e riproporre a voi il discorso in cui, alcuni mesi or sono all’Archiginnasio, ho cercato di esporre i temi principali della dottrina conciliare e della visione biblica sulla pace: penso che quel discorso trovi ora, al di là del previsto, una verifica e una nuova attualità in tutto quello che accade e viene detto da tante parti in questi ultimi giorni.
5. Ma soprattutto ora piego le ginocchia davanti al Signore, che giudicherà la mia vita e il mio episcopato, e mi chiedo se quello che ho detto sinora può bastare o se ancora non vi sia qualche cosa da aggiungere, per orientare ancor meglio le nostre anime a pensieri e a opere di pace, proporzionate alla estrema gravità del pericolo e dell'’impegno storico che, variamente ma solidalmente, grava su tutti e su ciascuno. Mi vado convincendo sempre più che il compito della Chiesa a questo riguardo è duplice, consta di due elementi complementari e inscindibili: veramente «occorre adempiere l’uno, senza omettere l’altro».
6. Da una parte, la Chiesa non deve stancarsi di diffondere, spiegare e rispiegare l’insegnamento generale cristiano sulla pace; deve anzi approfondire ancora più le radicali esigenze del Vangelo circa la rinunzia alla violenza; deve formare le coscienze; soprattutto deve metodicamente guidare i credenti e rispettosamente aiutare i non credenti a ricomporre in sé stessi quella pace personale e interiore che l’uomo moderno poco conosce e «che è – secondo le parole di Paolo VI – la radice profonda e feconda della pace esteriore, politica, militare, sociale, comunitaria» (Discorso di Natale).
7. Dall’altra parte, la Chiesa non deve far mancare il suo giudizio dirimente – non politico, non culturale, ma puramente religioso – sui maggiori comportamenti collettivi e su quelle decisioni supreme dei responsabili del mondo, che possano coinvolgere tutti in situazioni sempre più prossime alla guerra generale e che possano, a un tempo, confondere le coscienze proponendo false interpretazioni della pace o false giustificazioni della guerra e dei suoi metodi più indiscriminatamente distruttivi.
8. Certo la Chiesa non può né deve assidersi arbitra delle contese politiche fra le nazioni: memore della risposta data da Gesù a chi gli chiedeva di arbitrare la divisione dell’eredità fra due fratelli, la Chiesa deve ripetere agli uomini e agli Stati: «Chi mi ha costituito arbitra o ripartitrice fra di voi?» (Lc 12,13-14). Certo, la Chiesa – per non apparire invadente o parziale o imprudentemente impegnata nell’opinabile e nel contingente – deve affinare sempre più la sua purezza trascendente e il suo distacco da ogni interesse politico e persino da ogni metodo in qualche modo analogo a quelli delle potenze.
9. Ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio, deve – secondo le parola di Isaia riprese dall’Evangelista san Matteo (12,18) – «annunziare il giudizio alle nazioni». 3
10. Il profeta può incontrare dissensi e rifiuti, anzi è normale che, almeno in un primo momento, questo accada: ma se ha parlato non secondo la carne, ma secondo lo Spirito, troverà più tardi il riconoscimento di tutti. È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo – quando c’era ancora il tempo di farlo – contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della parola di Dio.
11. Figli miei, le ultime circostanze mi hanno indotto a ripensare in concreto alle esperienze di guerra attraversate nella mia lunga vita: ancora come bimbo, la prima guerra d’Africa; come chierico, la guerra di Libia e poi come novello sacerdote, quando mi ha sorpreso e mobilitato la Prima guerra mondiale. Ho ripercorso il travagliato itinerario di questi ultimi cinquant’anni e delle diverse guerre in cui si è trovato coinvolto, suo malgrado, il nostro paese. Ho voluto rivedere, con gli occhi di oggi, le singole decisioni supreme del 1915, del 1936, del 1940 che hanno portato tre volte il nostro popolo in guerra. In guerre che nessuna esigenza vitale di sopravvivenza e di giustizia ci imponeva, in guerre che il popolo nella sua maggioranza, non voleva e non sentiva, ma che tuttavia furono intraprese dai governanti per una concatenazione quasi fatale di pregiudizi, di ambizioni, di tragiche leggerezze, di fatalismo, o per il meccanismo incontrollabile delle alleanze impegnate dai capi.
12. Ebbene, se ripenso a tutto l’arco di questi dieci lustri, debbo riconoscere che la parola più concreta e incidente, in rapporto alle vicende belliche in cui l’Italia fu coinvolta, fu pronunziata appunto cinquant’anni fa (1917) da Benedetto XV: alludo al suo giudizio che definiva la guerra in corso fra le potenze, una «inutile strage». Quel giudizio – veramente non politico, non diplomatico, ma religioso – fu immediatamente il bersaglio di ogni accusa: ma oggi da tutti si riconosce che quella parola profetica costituisce uno dei titoli maggiori della statura, pontificale e storica, del papa Benedetto.
13. E adesso, potremmo facilmente passare da quell’esempio, lontano ma tanto significativo, a un esempio attualissimo. La dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni, dal Concilio, da papa Paolo) per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto. Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto il mondo sempre più corali – e delle quali si è fatto eco il Papa nel recentissimo discorso ai cardinali – perché l’America (al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica) si determini a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord. Il Santo Padre ha detto testualmente: «Molte voci ci giungono invitandoci ad esortare una parte belligerante a sospendere i bombardamenti. Noi lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora… Ma contemporaneamente invitiamo di nuovo anche l’altra parte belligerante… a dare un segno di seria volontà di pace».
14. La Chiesa, questo lo deve dire, anche se a qualcuno dispiacesse. Lo deve dire perché, a questo punto, è il caso di coscienza immediato di oggi, è il primo nodo da cui possono dipendere le svolte più fauste o più tragiche. In paragone a questo nodo concreto, a questa scelta compromettente, l’attualità odierna dell’Evangelo si verifica, essa può effettivamente attirare e orientare gli spiriti, specialmente delle nuove generazioni, e la sua dottrina di pace non resta teoria evanescente, ma si incarna e può incidere sulla storia degli uomini.
15. Figli dilettissimi, tutto questo esame di coscienza e questo confronto più scavato tra l’Evangelo e la problematica più cruciante dell’ora presente, riportano i nostri spiriti alle considerazioni che ci suggeriva all’inizio la liturgia odierna: per la Chiesa e per il cristiano è una cosa tremendamente impegnativa e concreta l’universalità della salvezza donata a tutti gli uomini nel sangue di Gesù, l’unità e la pace fondata fra tutti gli uomini in Cristo, unico Salvatore del mondo. È un mistero tanto trascendente ogni possibile motivo umano di differenza o di disaccordo, tanto imperativo e tanto vincolante, che non ci può essere età della Chiesa o età del mondo che non ne sia del tutto condizionata, dominata con una coerenza sempre più lucida e radicale, man mano che l’umanità procede anche nel suo cammino storico, nelle sue possibilità smisuratamente più grandi di concordia o di conflitto. 4
16. Perciò è sembrato a me, vostro padre in Cristo, di essere debitore – di fronte a voi e ancora di più di fronte ai vostri figli – di un debito che vorrei adempiere sin da questo nuovo anno 1968, almeno predisponendo alcune premesse che altri, secondo il divino beneplacito, porterà a più avanzato sviluppo. Intendo dire che mi sento in obbligo di impegnare me stesso e tutta la nostra comunità ecclesiale – più di quanto sinora non si sia fatto – in un più largo e più approfondito sforzo catechetico per dare ai nostri ragazzi e ai nostri giovani in dimensioni nuove una coscienza evangelica dell’universale fraternità in Gesù, del rispetto assoluto della dignità di ogni uomo redento da Cristo, del rifiuto radicale di ogni forma di violenza, interiore od esteriore, privata o collettiva.

17. Dicevo un anno fa che avrei voluto essere sempre più e soltanto un servitore dell'Evangelo, e che avrei voluto ormai lasciarmi incontrare solo col Vangelo sulle labbra e nell'anima da tutto il popolo di Bologna. Ora vorrei precisare: in quest'anno che si inizia col Messaggio del Papa a tutto il mondo, vorrei essere un servo dell'Evangelo di pace, vorrei che tutta la Chiesa di Bologna non fosse altro che un unico generale annunzio dell'Evangelo di pace a tutti, ma specialmente ai giovani, perché tutta la nostra gioventù possa divenire — malgrado tutte le tentazioni, tutti i miti e tutte le compromissioni di guerra — una forza grande, spirituale e storica, nei nostri giorni "operatrice di pace" e perciò, secondo la promessa delle Beatitudini, veramente "figlia di Dio".

Cittadinanza solitaria

Cittadinanza solitaria

  Una fila di clienti, ciascuno con un buono sconto in mano, davanti ad un negozio che ha annunciato un giorno di offerte commerciali eccezionalmente convenienti. Nessuno conosce gli altri, né ha interesse a conoscerli. L’obiettivo è riuscire a comprare qualcosa e andarsene: il tutto nel più breve tempo possibile. Gli altri intorno sono d’impaccio: rallentano il conseguimento dell’obiettivo, fanno perdere tempo e, forse, compreranno prima l’ultimo prodotto disponibile di un certo tipo facendo perdere l’occasione a chi segue. Quindi si preferirebbe che non ci fossero. Dentro il  negozio, invece, in attesa di aprire, i proprietari sono contenti che ci sia tanta gente fuori. Non hanno alcun interesse a che i clienti in attesa si conoscano. Parlando tra loro potrebbero scoprire che l’offerta non è così conveniente o che, in definitiva e ben ragionando, distanziandosi dalle emozioni indotte dalla pubblicità commerciale, il prodotto che sono venuti a comprare non è poi questo granché.
 Qualche volta, quando si parla di cittadinanza, la si concepisce un po’ come lo stare insieme in attesa davanti ad un negozio con supersconti. Ciascuno pensa per sé e vorrebbe che ci fosse meno gente intorno: teme che non ce ne sia per tutti.
  E’ vero: la cittadinanza dà molti diritti e tra questi, ai tempi nostri, anche molti diritti sociali, quelli che comportano qualcosa che le istituzioni pubbliche danno alla gente, ad esempio il servizio sanitario o le pensioni. I diritti sociali sono importanti per chi nella società sta peggio. I più ricchi hanno già ciò che serve. E uno che sta male, che se ne fa, in fondo, dei soli diritti di libertà, se poi sta male, ad esempio se non ha il lavoro o non può permettersi i costi delle cure sanitarie? Questo è vero in genere, ma non per tutti: chi è religioso, anche se povero, li pretende quei diritti di libertà. Bisogna considerare però  che i diritti sociali, a differenza dei diritti di libertà, hanno un costo, che le istituzioni pubbliche prelevano, con le tasse, dalla ricchezza prodotta nella società. E’ chiaro che finiscono per pagare di più i più ricchi, quelli stessi che, di solito, riescono anche a dominare le società. In quelle democratiche ci riescono facendo compromessi con chi sta peggio. Perché i più ricchi sono una minoranza e con il loro numero non potrebbero prevalere. Di solito il compromesso consiste in questo: i più ricchi sono disposti a cedere un po’ della loro ricchezza a fini sociali, purché si consenta loro di rimanere i più ricchi e, in particolare, di controllare l’economia; ma cercano sempre di risparmiare, riducendo la platea di quelli che, per così dire, sono i loro assistiti. Quindi, anche quando si riesce ad ottenere diritti sociali, la loro estensione dipenderà sostanzialmente dalla forza contrattuale di quelli che stanno peggio, quelli che possiamo individuare con l’espressione le masse, perché sono di più, per distinguerli dai privilegiati sociali, che sono sempre minoranze. La forza contrattuale di chi sta peggio dipende dal numero: più si è meglio è. Ma essere in molti non basta, occorre anche intendersi e tener conto delle vite altrui. In una parola: solidarietà. Senza di essa si è soli anche se si è in tanti, come i clienti in fila davanti al negozio di cui dicevo all'inizio. La cittadinanza o è solidale, e allora affratella, o non è tale. La cittadinanza solitaria, nella quale il singolo cittadino è di fronte ad un'istituzione, pubblica o privata, sia essa lo stato o la grande impresa o un  partito, è un imbroglio, non è vera cittadinanza: si è sempre i pesci piccoli di fronte ai pesci grossi. Per diventare pesci grosso, un boccone troppo grosso da mandar giù, occorre essere tanti e solidali, riconoscendosi a vicenda la dignità, i diritti e i doveri della cittadinanza vera.
  Le minoranze privilegiate mirano invece a convincere gli altri, le masse, che più si è, peggio è, perché ce ne sarà di meno per ciascuno. Questo corrisponde al loro interesse di privilegiati, onerati di dare una quota della loro ricchezza per fini sociali: meno saranno gli assistiti, meno i più ricchi pagheranno con le tasse. Quando dai più ricchi viene la richiesta di meno tasse essa va tradotta con  meno prestazioni sociali, meno diritti sociali attuati. Le masse, invece, facendo forza sul numero, che in democrazia è importante perché comandano le maggioranze, possono ottenere più diritti sociali per più persone. Sulla questione della cittadinanza, i privilegiati sociali proporranno di non estenderla ai nuovi arrivati anche se si sono bene integrati, lavorano e pagano tasse. In questo modo ci saranno lavoratori che contribuiscono alla ricchezza sociale, pagano le tasse condividendone l'onere e quindi anche diminuendo quello dei più ricchi, comprano e consumano e quindi arricchiscono chi controlla la produzione e il commercio, ma hanno meno benefici sociali, saranno esclusi dalla maggior parte di essi e quindi graveranno di meno sui più ricchi. Costeranno di meno a chi dovrebbe pagare di più: i privilegiati sociali.
 Quindi riassumendo: nel campo dei diritti sociali, più si è, meglio è, dal punto di vista di chi ha bisogno di quelle prestazioni sociali, purché si sia solidali. Altrimenti essere in molti non serve.
 Ma la cittadinanza comporta anche molti e impegnativi doveri. Il più importante e oneroso è la difesa della Patria. In Costituzione lo si definisce dovere sacro (art.52). Sacro  in che senso? Non c’è alcun rapporto con i doveri religiosi. Sacro  nel senso che non ci si può sottrarre ad esso per nessun motivo, neanche invocando il bene  a cui in genere si tiene di più: la vita. Per la difesa della Patria si può essere costretti a rischiare e addirittura a perdere la vita. In tempo di  guerra si fa la mobilitazione generale, si richiamano  alle armi classi di età,  a partire dai più giovani che sono anche i più validi al combattimento, e ora può accadere anche alle donne; si va in battaglia e quando gli ufficiali dicono di attaccare, si deve uscire dal coperto, dalla trincea o da altro riparo, ed esporsi al fuoco nemico. Se non lo si fa, questa è diserzione e codardia, punita molto gravemente, anche se non più con la pena di morte come un tempo. Chi può essere richiamato  alle armi? Solo i cittadini. In guerra più si è, meglio è, si resiste meglio, si attacca meglio. Più cittadini ci sono più si riuscirà a fare forza contro il nemico, purché, anche qui, si sia solidali. Ci si aiuta, ci si soccorre, ci si stringe gli uni  gli altri: stringiamoci a coorte / siam pronti alla morte  è scritto in una strofa del nostro inno nazionale (lo è diventato da qualche giorno per legge). Quando è questione di vita o di morte, ci si stringe compatti e più si è, meglio è.  Anche nel campo dei doveri, quindi, non basta essere in tanti, occorre essere anche solidali: stringersi a coorte. Chi va in prima linea? Storicamente è accaduto che in genere i privilegiati sociali abbiano scelto e ottenuto posti più sicuri, negli Stati Maggiori, nei servizi tecnici ausiliari, e comunque si siano ritrovati tra gli ufficiali, che rischiano, ma non nello stesso modo della truppa. Sono le masse a rischiare di più e spesso rischiano tutto quello che hanno, sia i militari ma anche i civili, come quando in un bombardamento di una città perdono la loro unica casa. I più ricchi, di solito, ne possiedono molte e mandano la famiglia all’estero o in posti sicuri. Quindi anche nel campo dei doveri sociali, e in particolare in quello della difesa della Patria, in cui si può rischiare la vita, più si è meglio è. La questione si è fatta attuale, dopo l’annuncio di un nostro prossimo  impegno militare nella guerra che si sta combattendo da tempo nel Sahara. La guerra sarà limitata, come è accaduto in Siria? Chi può dirlo. E' tanto vicina ai nostri confini e a importanti nostre fonti energetiche... E il teatro di guerra è tra i più difficili e rischiosi.
 In conclusione: chi fa parte delle masse non ha nessun interesse a limitare l’accesso della cittadinanza ai nuovi arrivati, anzi. Perché: più si è meglio è. Ma bisogna essere anche solidali. La solidarietà non solo fa  la cittadinanza, ma la potenzia. La cittadinanza solidale affratella e tra fratelli ci si aiuta. Allora si riesce ad avere ragione dei più forti, e innanzi tutto a far valere verso di loro le buone ragioni di tutti. Per i privilegiati sociali, invece, è diverso. Non hanno veramente bisogno dell’aiuto di nessuno: se hanno bisogno di qualcosa o di qualcuno hanno i mezzi per comprarli. Tendono a pagare di meno per la società: la loro invocazione sarà quindi  "Meno tasse!".  E’ strano vedere che una parte delle masse la condivide.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

venerdì 29 dicembre 2017

Italiani al bivio della storia

Italiani al bivio della storia


Uniamoci, amiamoci, 
l’Unione, e l’amore 
Rivelano ai Popoli 
Le vie del Signore

[da una strofa del Canto degli Italiani (Fratelli d’Italia) di Goffredo Mameli (1927-1849), rivoluzionario nazionalista repubblicano di ispirazione mazziniana]

  La Costituzione vigente, entrata in vigore nel 1948, ci appare molto più avanti della legislazione ordinaria. Perché? Perché spesso non si è all'altezza dei grandi principi proclamati. La Costituzione guarda all'universale, l'altra legislazione ai problemi di controllo che i poteri pubblici hanno sempre avuto. In una democrazia il cittadino partecipa al governo, ampliando le categorie ammesse alla cittadinanza viene messo in questione l'assetto di potere che domina in un certo tempo storico. Di solito però il diritto segue le esigenze di normazione della società: se la società cambia, cambia anche il suo diritto,  nonostante gli sforzi di reazionari e conservatori. Il diritto è sempre lo specchio di una società e un suo prodotto.
   I membri dell’Assemblea Costituente, che scrissero e approvarono la Costituzione tra il 1946 e il 1947 disegnarono una società partecipativa, solidale, fondata sul lavoro, non sul privilegio, l’arrembaggio sociale e la violenza, una società in cui ogni interesse particolare dovesse tener conto del bene comune. Tuttavia la nostra società, spinta dalla paura del futuro e dalla difficoltà di comprendere realisticamente le cause dei mali sociali,  potrebbe cambiare strutturandosi in caste, quella dei nativi e quella dei nuovi venuti, sostanzialmente ridotti ad apolidi, disconoscendo una parte della loro umanità. Le sarebbe  però necessario un assetto autoritario, più violenza pubblica, perché chi è respinto tende  sempre a ribellarsi. Più violenza pubblica richiede la militarizzazione della società, meno libertà per tutti. Militarizzata la società, un piccolo gruppo di spregiudicati violenti la può facilmente controllare, fino a che sangue chiami sangue e si arrivi a un processo rivoluzionario, rovesciandoli. Sono strade che storicamente sono state percorse: poste certe condizioni, si sa come va a finire.
  Di questi tempi gli italiani sono giunti a un bivio, nella loro storia: possono prendere una strada o l'altra. Alcuni pensano di salvarsi escludendo, ma si illudono: il loro benessere dipende dall'integrazione. Basta che guardino le etichette che indicano dove sono stati prodotte le cose di loro uso comune. Il libro che dovrebbero avere sempre tra le mani è il manuale di storia dell'ultimo anno delle scuole medie. I cattolici: la lettera apostolica Octogesima adveniens - L’ottantesimo anniversario (1971), le encicliche Populorum Progressio - Lo sviluppo dei popoli, Laborem exercens - Mediante il lavoro (1981), Centesimus annus - Il centenario, Caritas in veritate - Carità nella verità (2009) e Laudato si' (2013). Sono tutte pubblicate sul sito <www.vatican.va>.
 La prima decisione che il nuovo Parlamento dovrà prendere è quella della guerra in Africa. Già siamo impegnati in Libia, a nord del Sahara, e si vorrebbe mandare un consistente contingente in Niger, a sud del grande deserto, dove si stanno organizzando forze antioccidentali e antidemocratiche. Una volta iniziata la guerra, non si potrà sapere, come sempre accade nelle guerre, quando e come finirà. Se il nemico, come si prevede, diventerà più forte, occorrerà mandare più soldati. Sarà una guerra molto costosa perché in Niger la nostra forza militare è molto lontana dalle fonti di approvvigionamento e perché nel deserto l’usura dei macchinari è elevata.
 Per quanto riguarda i diritti degli stranieri che lavorano in Italia, si prevede che per molti anni si abbandonerà la via dell’integrazione, perché sembra che così voglia almeno la metà degli italiani, terrorizzati da una vera e propria strategia della tensione centrata su questo tema. Il nuovo sistema elettorale non favorisce più l’alternanza tra schieramenti di diversa tendenza. Produrrà, pensano alcuni, coalizioni opportunistiche necessarie per conquistare il potere: fatalmente esse saranno stabili proprio perché fondate sull'esigenza di mantenere il potere. Una società che rifiuta  di riconoscere l’integrazione di masse che già si trovano integrate al suo interno inevitabilmente diventerà più violenta. La violenza favorirà i violenti e, alla fine, ci renderà infelici senza risolvere alcun problema. Così  è sempre accaduto: la storia ci è maestra in questo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli)


giovedì 28 dicembre 2017

Diritto di sangue e integrazione sociale

Diritto di sangue e integrazione sociale

Ius sanguinis (acquisto della cittadinanza per discendenza da genitori  cittadini), ius soli (acquisto della cittadinanza perché nati in una certa nazione), ius culturae (pronuncia: ius culture; acquisto della cittadinanza per integrazione culturale in una nazione diversa da quella dei propri avi)

(In risposta a una richiesta di chiarimenti)


  Vi prego: trovatemi nella Costituzione l'articolo in cui è scritto che si è cittadini italiani perché si è figli di cittadini italiani (cittadinanza per ius sanguinis, diritto di sangue). Leggete la Costituzione e trovatemelo.  Vi anticipo che non c’è.
 Nell'art.3 della Costituzione - nei principi fondamentali, è scritto che i cittadini non si distinguono a seconda della lingua che parlano e della loro etnia, vale a dire della loro discendenza di sangue. 
 Per la Costituzione, la cittadinanza nazionale è manifestazione del pieno sviluppo della persona umana e dell'effettiva partecipazione di tutti il lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. All'art.3, comma 2, è scritto che "è compito della Repubblica" rimuovere tutti gli ostacoli che vi si frappongono. Si voleva che "tutti" i lavoratori partecipassero. Tendenzialmente tutti i lavoratori dovrebbero quindi poter aver accesso alla cittadinanza, se già non la possiedono. La Repubblica è infatti "fondata" sul lavoro, non sull'etnia o altre caratterizzazioni culturali (vale a dire di costume, concezioni, tradizione). Vi sono impegnativi doveri collegati alla cittadinanza: essere fedeli alla Repubblica, osservare la Costituzione  e le leggi, concorrere alle spese pubbliche, difendere la patria, adempiere con disciplina e onore le funzioni pubbliche assegnate, non recare danno, nel perseguire i propri interessi privati, alla società intorno, rispettare il lavoro altrui. Ai nati da cittadini italiani non viene chiesto se li accettano: vi si trovano coinvolti nascendo e li assumono man mano che crescono. Non possono rifiutarli, finché rimangono cittadini, anche se, assumendo la cittadinanza di altro stato, possono rinunciare a quella italiana, e quindi essere esonerati da quei doveri. Ci sono poi stranieri che lavorano da noi stabilmente che vorrebbero la cittadinanza italiana.  A certe condizioni la possono ottenere. Il disegno di legge denominato "ius soli", diritto di cittadinanza legato al territorio, proponeva di facilitare l'acquisto della cittadinanza agli stranieri nati in Italia o giunti in Italia molto giovani che avessero fatto le scuole da noi, venendo assimilati in tutto dal punto di vista culturale (della lingua, concezioni, costumi, modi di pensare e di vivere). Si tratta di persone che sono in tutto italiane, per le quali l'acquisto della cittadinanza  è però soggetto a problemi e ritardi burocratici. Si parla di ius soli ma impropriamente. Quell'espressione latina va bene se  riferita alle leggi sulla cittadinanza che prevedono, come negli Stati Uniti d'America, che il figlio di stranieri nato sul territorio nazionale acquisiti automaticamente la cittadinanza. Non era questo il caso del disegno di legge (ancora) in discussione, salvo fine della legislatura, che si prevede per il prossimo 28, con lo scioglimento delle Camere. Se si vuole usare il latinorum dovrebbe parlarsi di "ius culturae" (pronuncia: ius culture), che è quando si fa dipendere la cittadinanza dall'integrazione culturale. Le persone alle quali si rivolgeva il disegno di legge in discussione erano italiane di cultura, ma straniere di nazionalità, tuttavia spesso riconosciute culturalmente come straniere negli stati di formale nazionalità, che di frequente non sono nemmeno quelli di provenienza, poiché si tratta di soggetti nati in Italia. 
  E' vero che alcuni diritti sociali, e i diritti umani fondamentali, competono già agli stranieri, ma l'integrazione non è completa. Questo genera sofferenza in chi  è escluso, ma  è un danno anche per l'Italia, perché, in definitiva, si esonera gente che vive e lavora da noi stabilmente dai doveri dei cittadini. L'esclusione genere poi rivolta. Diventa un fattore di instabilità sociale. 
  Quanto ai migranti cosiddetti "economici", bisogna considerare che quello di migrare per motivi economici è un  diritto umano fondamentale. Se non mette in pericolo la sicurezza degli stati, non può essere limitato. Chi viene a lavorare non crea pericoli per la sicurezza. Non si tratta di una colonizzazione, come quella che gli europei inflissero nelle Americhe, in Africa e in Asia, alle popolazioni autoctone. Per la nostra Costituzione, il lavoro abilita alla cittadinanza, se si accettano i relativi doveri. Le migrazioni verso l'Italia sono generate dalle stesse dinamiche economiche che generano quella verso l'esterno: i numeri più o meno si equivalgono. La regola d'oro è non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Per contenere le migrazioni occorrerebbe correggere il sistema economico che le stimola. Di solito si pensa invece alla scorciatoia del correre alle armi. Ma è una soluzione miope. Perché la nostra economia è profondamente integrata con quella mondiale, ne abbiamo conseguito tanti vantaggi, ma non accettiamo i relativi oneri. Circolano liberamente capitali e merci, è  chiaro che anche le persone avrebbero cominciato a fare altrettanto. Il problema comunque non è "quanti accogliere ancora", ma riconoscere l'integrazione nazionale di chi è già integrato tra noi. 
La cittadinanza è disciplinata da leggi ordinarie. La legge ordinaria deve conformarsi alla Costituzione. La Costituzione non prevede come si debba acquistare la cittadinanza: prescrive solo che vengano rimossi gli ostacoli alla piena integrazione dei lavoratori. La cittadinanza italiana risale all'unità d'Italia, dal 1861. All'epoca la costituzione era lo Statuto Albertino, del 1848, che non parlava di cittadini, ma di regnicoli, persone soggette alla sovranità del Re: non regolava il modo in cui lo si diventava. Nelle leggi sulla cittadinanza che si sono susseguite da allora, sia in epoca monarchica che in epoca repubblicana, fu sempre previsto che degli stranieri potessero diventare cittadini italiani. Chi discendeva da genitori cittadini italiani lo era d'autorità, e lo è ancora: era soggetto a tutti i doveri che la cittadinanza comportava, il più gravoso dei quali era il servizio militare, e all'epoca le guerre erano molto frequenti, non si trattava solo di servizio ma di combattere rischiando la vita. L'acquisto automatico della cittadinanza per i figli dei cittadini italiani era una conseguenza del dominio del sovrano su di loro, dipendeva dalla concezione politica per la quale i popoli erano possesso  del sovrano. Tale dominio sovrano era la metamorfosi e l'estensione di quello ancestrale, naturale, proprietario del maschio dominante, capo tribù, antico monarca sul bestiame e sugli schiavi e sui loro nuovi nati e sui familiari e altre persone in suo potere e loro nuovi nati.  Prevalevano  i doveri sui diritti, ed erano doveri pesanti. Il passaggio dalla condizione di suddito regnicolo  a quella di cittadino corrisponde al passaggio del potere supremo da una dinastia sovrana al popolo.  Chi emigrava, e storicamente furono tanti gli italiani a farlo, cercava di integrarsi negli stati di destinazione, acquisendone la cittadinanza: in tal caso si perdeva quella italiana, diventando soggetti ad altro sovrano, Re o Repubblica che fosse, salvo che per l'acquisto della cittadinanza straniera non fosse richiesto un atto di volontà del cittadino italiano di rinuncia alla cittadinanza italiana (acquisto automatico della cittadinanza straniera). Oggi la nuova cittadinanza può aggiungersi a quella italiana. In passato, passare sotto il dominio di un altro sovrano comportava la liberazione da quello del precedente sovrano; ora si può  partecipare  democraticamente a più collettività politiche. La legge italiana comunque da molto tempo prevede la possibilità di acquistare la cittadinanza italiana da parte di stranieri discendenti da avi cittadini italiani, qualora possano ricostruire in maniera affidabile il proprio albero genealogico e quindi documentare la discendenza. Con la Repubblica  e la sua Costituzione, con tanti diritti sociali, la cittadinanza italiana è divenuta più ambita dagli stranieri discendenti da avi italiani, i quali, acquistatala hanno diritto di voto alle elezioni politiche benché non più o  mai residenti in Italia. E' ambita anche dagli stranieri integrati in Italia, per lo stesso motivo per cui i nostri emigranti ambivano la cittadinanza dei Paesi di destinazione: a fine di realizzare la piena integrazione sociale. Con la Repubblica è divenuto prevalente, per quanto riguarda la cittadinanza, il profilo della partecipazione  all'organizzazione sociale, molti diritti e molti doveri. Questo dipende dal suo carattere di democrazia popolare di lavoratori. Di lavoratori che, partecipando alla politica nazionale, si liberano da tutti gli ostacoli che si frappongono alla loro piena integrazione mediante la partecipazione democratica al governo. Da regnicoli, sudditi in dominio del sovrano, sia pure con garanzie democratiche, si è stati riconosciuti come cittadini nelle mani dei quali è il destino della nazione, partecipi e quindi responsabili di fronte alla storia. E' lo sviluppo dei processi democratici che ha fatto attenuare il principio per cui si cadeva nel dominio dello stato in quanto  discendenti da persone già assoggettate, in quanto cittadine, a quel dominio.   Le varie leggi che si sono susseguite per regolare la cittadinanza hanno progressivamente facilitato l'acquisto della cittadinanza per gli stranieri discendenti da avi italiani e anche per gli stranieri integrati in Italia. Per i primi c'è l'idea che la perdita della cittadinanza o il mancato acquisto per discendenza li abbia sfavoriti, e non è sempre così. Per gli altri si tratta di riconoscere una loro condizione effettiva.  Oggi abbiamo cittadini che, dal punto di vista culturale, sono stranieri, e stranieri che, dal punto di vista culturale, sono cittadini. Un paradosso. Il caso di questi ultimi crea più problemi perché è un ostacolo serio allo sviluppo nazionale e rende instabile la società. La cittadinanza crea una rete di solidarietà nella quale è importante includere chi è integrato nella società italiana e richiede il riconoscimento di questa sua condizione, rendendosi disponibile ad onerarsi dei relativi doveri. Dal 1990 l'immigrazione verso l'Italia è divenuta pari all'emigrazione dall'Italia. Si rende necessario adeguare la legislazione ordinaria a questo epocale fenomeno umano. La Costituzione è già pronta.
  La Costituzione infatti prevede una Repubblica fatta anche di persone non italiane di stirpe, lingua e cultura: all'art.3 dichiara infatti che i cittadini  non si distinguono per etnia (discendenza), lingua, altre condizioni personali e sociali.  Chi si oppone al riconoscimento dell'integrazione degli stranieri da noi pensa a una cittadinanza fatta di etnialingua  e cultura:  questa non è la concezione accolta dalla Costituzione. Infatti più volte la Corte Costituzionale è intervenuta per correggere la legislazione sulla cittadinanza dove contrastava maggiormente con i principi costituzionali.
  La legge che  è (ancora) in discussione in Parlamento e impropriamente chiamata sullo ius soli  intende facilitare l'acquisto della cittadinanza a persone figlie di genitori stranieri ma già completamente integrate nel contesto sociale nazionale per essersi formate da piccole da noi. La lingua e la cultura non contano di per sé, ma in quanto indicano quella piena integrazione sociale. L'esclusione di gente già così integrata da essere indistinguibile dagli altri italiani è ingiusta, è una violazione dei diritti umani fondamentali riconosciuti dall'art.2 della Costituzione.
 Quando all'Unione Europea, è vero che si sta costruendo una cittadinanza europea, ma, per ora, lo si fa a partire dalle cittadinanze nazionali, la cui disciplina viene lasciata alle regole stabilite dagli stati membri. Storicamente l'Unione Europea ha suscitato un grandioso movimento di estensione della cittadinanza europea integrando molti degli stati dell'Europa Orientale che fino alla fine degli anni '80 furono dominati da regimi comunisti. Popoli interi che storicamente ci erano stati nemici sono stati integrati tra noi. E il processo è ancora in corso. 
  I Costituenti che lavorarono tra il 1946 e il 1947 non avevano davanti lo scenario di oggi. La decolonizzazione non era ancora avvenuta. I popoli colonizzati erano profondamente integrati con gli stati europei colonizzatori. Dispiacque perdere le nostre colonie in Libia, Somalia ed Etiopia. Così come, nei decenni  successivi, dispiacque a britannici, francesi, spagnoli e portoghesi perdere le loro. Cercarono di fare di tutto per mantenerle e, comunque, per mantenere una egemonia culturale, politica ed economica anche dopo la concessione dell'indipendenza nazionale. Non c'era assolutamente la piccineria xenofoba che si sta sviluppando oggi in Europa e che, al limite, può essere compresa in nazioni che furono sempre ai margini della grande  storia. Si parla di fascismo, ma il fascismo italiano non fu xenofobo, anzi pensava di ricreare un grande impero multinazionale mediterraneo, sul modello di quello dell'antica Roma: andava in cerca degli stranieri. 
  La paura dello straniero, in quanto "diverso", viene oggi utilizzata dai populisti per distogliere l'attenzione dalle vere cause della sofferenza sociale attuale, che sono le storture dell'economia dominata dall'ideologia neoliberista, quella che ha dato a chi può la libertà di arricchirsi senza tener conto delle vite  e delle sofferenze altrui. Negli Stati Uniti d'America vediamo, ad esempio, i proletari che, dietro la parola d'ordine della xenofobia, si sono alleati con uno dei più briosi capitalisti neoliberisti, per il quale l'unico buono contratto è quello in cui lui vince e l'altro perde.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 27 dicembre 2017

Venti di guerra

Venti di guerra

La locandina del film Beau Geste,  del 1939, del regista William E. Wellem, sulla guerra della Legione straniera francese nel deserto. Una rifacimento del 1966 è pubblicato su Youtube  all'indirizzo
 https://www.youtube.com/watch?v=nDjJWVxmIro


«Oggi, mentre sul mondo soffiano venti di guerra e un modello di sviluppo ormai superato continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale, il Natale ci richiama al segno del Bambino, e a riconoscerlo nei volti dei bambini, specialmente di quelli per i quali, come per Gesù, «non c’è posto nell’alloggio» (Lc 2,7).»
[dal messaggio di papa Francesco  alla  Città e al Mondo - Urbi et Orbi  per il Natale 2017]

  Qualche giorno fa, nella generale apparente indifferenza, il Presidente del Consiglio dei ministri ha confermato notizie che erano apparse sulla stampa: l’Italia sta per inviare un grosso contingente militare a combattere in Niger, nel deserto, in prima linea.
  Secondo quanto pubblicato dalla stampa, l’intervento militare sarebbe stato concordato con Francia e Germania e alle nostre truppe sarebbe stato assegnato un avamposto nel deserto, vicino ai confini della Libia, in precedenza tenuto dalla Legione straniera francese. Nel deserto libico si stanno coagulando forze insurrezionali molto aggressive, al modo in cui avvenne in Siria, caratterizzate da islamismo politico radicale anti-occidentale e anti-democratico. Il teatro di guerra verrà raggiunto dalla costa atlantica della Nigeria, ma i mezzi e il personale sbarcati laggiù dovranno essere trasportati per via aerea a destinazione, circa duemila chilometri a settentrione.
  Le dimensioni dell’impegno militare dipenderanno da circostanze ad oggi non del tutto prevedibili e, in particolare, dalla forza che verrà raggiunta dal nemico. Gli si farà guerra nel deserto: dunque, occorrerà cercarlo, e non sarà facile, e attaccarlo. Il pericolo maggiore è che nostri contingenti, nel cercare il nemico nel deserto, cadano in attacchi di sorpresa, siano circondati da forze superiori, come storicamente è avvenuto nella storia di guerra della Legione straniera francese.
  Nella guerra moderna si utilizzano, per avvistare il nemico, macchine volanti senza pilota, elicotteri, aerei e anche satelliti, un apparato dai costi elevatissimi, anche per le operazioni di manutenzione, che dovranno essere molto frequenti e radicali per l’elevata usura degli ingranaggi nell’impiego nel deserto. Nonostante questo strumentario tecnologico si è dimostrato però difficile individuare i nemici nell’immenso deserto del Sahara.
  La missione militare è stata  giustificata anche con l’esigenza di contrastare le carovane di migranti che dall’Africa centrale risalgono verso la Libia, per imbarcarsi nel Mediterraneo con destinazione l’Europa. Ma, in realtà, per quanto sopra osservato, sarà piuttosto difficile che questo obiettivo possa essere raggiunto. Esso tuttavia servirà a far accettare più facilmente all’opinione pubblica una missione che sarà di guerra e di guerra in prima linea, i cui sviluppi non possono essere realisticamente previsti all’inizio. Le guerre, come tutte le guerre, si sa quando e come iniziano, ma non si può prevedere al loro inizio, ma anche durante la loro durata, quando e come finiranno.
  Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’Italia non è stata mai impegnata in questo modo in un conflitto. Assai problematica è la copertura costituzionale, tenuto conto che, all’art.11 della Costituzione vigente,  si proclama che l’Italia ripudia la guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali e che può impegnarsi in una guerra solo per assicurare pace e giustizia tra le Nazioni e sempre in un contesto gestito da organizzazioni internazionali, elementi che nell’intervento militare in Niger mancano. Su questo argomento deciderà il prossimo Parlamento, quello che sarà eletto nel prossimo marzo.
  Come avvenuto in analoghe precedenti missioni militari, le disposizioni necessarie verranno date dal Consiglio dei Ministri con un decreto legge, che verrà presentato per la conversione al Parlamento. Iniziato l’intervento, si saprà poco delle operazioni, solo quello che il Governo vorrà far trapelare. Missioni di questo tipo hanno sempre avuto importanti settori coperti dal segreto di Stato, del quale è arbitro il Presidente del Consiglio dei ministri.
   E’ prevedibile che l’intervento militare in Niger abbia il favore della popolazione, impaurita dalle prospettive dell’immigrazione non autorizzata ed emergenziale dall’Africa, terrore fomentato da noi dalla propaganda populista pre-elettorale. L’opinione pubblica preferirà non sapere in dettaglio quello che si farà nel deserto: in questo modo saranno evitati sensi di colpa. Si vorrà continuare a festeggiare il natale della tradizione, a fare il presepio e l’Albero, ignorando la teologia del Natale della fede, pronti anche a tirare le orecchie al Papa se ci richiamerà alla conversione virtuosa.
  Il messaggio natalizio di quest'anno del Papa alla Città e al Mondo, come anche l’omelia svolta durante la messa di Natale,  critici nei confronti dei venti di guerra  e misericordiosi verso i migranti in emergenza, sono stati infatti duramente contestati su quella stampa che abitualmente gli è ostile.  In particolare non si accetta la sua esortazione a vedere nel migrante sofferente, quello per il quale  non c’è posto nell’alloggio,  l’immagine divina rappresentata dal Bambino del Natale. Egli non era un migrante, si sostiene. Giuseppe tornava tra i suoi, in Giudea. Eppure, non è anche scritto  che, dopo la Nascita, Giuseppe, con il Bambino e sua madre, di notte si alzò, fuggì e  si rifugiò in Egitto perché tra i suoi  il piccolo rischiava la morte? Una fuga precipitosa, in emergenza. Fu avvertito in sogno da un angelo (Mt 2,13-14). «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi!», questo gli fu detto nell’apparizione Celeste. E’ lo stesso sogno che fanno i più disperati tra i migranti, quelli che non hanno tempo e possibilità di  fare le carte  per fuggire, appunto perché fuggono,  e, del resto, nessuno li vuole. Solo distruggendo in loro l’immagine divina si possono pensare e progettare certe cattiverie su di loro. «[..]  il messaggio di Gesù è scomodo e ci scomoda, perché sfida il potere religioso mondano e provoca le coscienze. Dopo la sua venuta, è necessario convertirsi, cambiare mentalità, rinunciare a pensare come prima, cambiare, convertirsi. », ha insegnato il Papa ieri, nell’Angelus per la festa di Santo Stefano. Potrà la nostra fede aver ragione delle nostre paure? Sembra che la fede non basti a produrre un impegno politico con essa coerente. Forse perché su certe cose non si ragiona abbastanza.
 La paura  è cieca, si dice. Ma forse si direbbe meglio che è stupida, perché rifiuta di capire. In primo luogo di accettare la lezione della storia: lo ripeto,  le guerre si sa quando e come iniziano ma non si può mai veramente prevedere quando e come finiranno.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


martedì 26 dicembre 2017

Impegno per cambiare la società intorno a sé

Impegno per cambiare la società intorno a sé


[dalla lettera apostolica L’ottantesimo anniversario - Octogesima Adveniens, diffusa nel 1971 dal papa Giovanni Battista Montini - Paolo 6°]

Necessità d'impegnarsi nell'azione
48. Nella sfera sociale la chiesa ha sempre voluto assicurare una duplice funzione: illuminare gli spiriti per aiutarli a scoprire la verità e a scegliere la via da seguire in mezzo alle differenti dottrine da cui il cristiano è sollecitato; entrare nell'azione e diffondere, con una reale preoccupazione di servizio e di efficienza, le energie dell'evangelo. Non è forse per essere fedele a questa volontà che la chiesa ha inviato in missione apostolica tra i lavoratori dei preti che, condividendo integralmente la condizione operaia, ambiscono di esservi i testimoni della sollecitudine e della ricerca della chiesa medesima?
  È a tutti i cristiani che noi indirizziamo, di nuovo e in maniera urgente, un invito all'azione. Nella Nostra enciclica sullo sviluppo dei popoli, Noi insistevamo perché tutti si mettessero all'opera: «I laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell'ordine temporale. Se l'ufficio della gerarchia è d'insegnare e di interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture delle loro comunità di vita» (Enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum progressio del 1967 - n. 81). Ciascuno esamini se stesso per vedere quello che finora ha fatto e quello che deve fare. Non basta ricordare i principi, affermare le intenzioni, sottolineare le stridenti ingiustizie e proferire denunce profetiche: queste parole non avranno peso reale se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e da un'azione effettiva. È troppo facile scaricare sugli altri la responsabilità delle ingiustizie, se non si è convinti allo stesso tempo che ciascuno vi partecipa e che è necessaria innanzi tutto la conversione personale. Questa umiltà di fondo toglierà all'azione ogni durezza e ogni settarismo ed eviterà altresì lo scoraggiamento di fronte a un compito che appare smisurato. Il cristiano alimenta la propria speranza sapendo innanzi tutto che il Signore è all'opera con noi nel mondo e che attraverso il suo corpo che è la chiesa - e per essa in tutta l'umanità - prosegue la redenzione compiuta sulla croce e che esplose in vittoria la mattina della risurrezione (cf. Mt 28, 30; Fil 2, 8-11); sapendo ancora che altri uomini sono all'opera per dar vita ad azioni convergenti di giustizia e di pace; poiché dietro il velo dell'indifferenza c'è nel cuore di ogni uomo una volontà di vita fraterna e una sete di giustizia e di pace che si devono far fiorire.
49. In tal modo, nella diversità delle situazioni, delle funzioni, delle organizzazioni, ciascuno deve precisare la propria responsabilità e individuare, coscienziosamente, le azioni alle quali egli è chiamato a partecipare. Coinvolto in correnti diverse dove accanto a legittime aspirazioni s'insinuano orientamenti più ambigui, il cristiano deve operare una cernita oculata ed evitare di impegnarsi in collaborazioni non controllate e contrarie ai principi di un autentico umanesimo, sia pure in nome di solidarietà effettivamente sentite. Se infatti egli desidera avere una funzione specifica, come cristiano in conformità alla sua fede - funzione che gli stessi increduli attendono da lui deve stare attento, nel suo impegno attivo, a elucidare [=chiarire] le proprie motivazioni, e a oltrepassare gli obiettivi perseguiti in una visione più comprensiva, al fine di evitare il pericolo di particolarismi egoistici e di totalitarismi oppressori.
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 Il natale come festa civile, giorno della famiglia, del pranzone, dell’Albero di Natale e del presepio, dura un giorno. La festa liturgica del Natale dura otto giorni, fino al Primo gennaio. Il Tempo liturgico del Natale dura fino alla festa del Battesimo del Signore, che in queste festività natalizie cade il 7 gennaio. Ma il Natale illumina aspetti molto importanti del senso della vita per i credenti: permane quindi tutto l’anno nella preghiera e nella meditazione. In particolare ci si vuole persuadere che tutto può cambiare. Ai tempi nostri è tanto difficile accettarlo. Ma come?! Non vediamo che il mondo si trasforma velocemente intorno a noi, tanto che è sempre più difficile stargli dietro? E’ così, ma per quanto riguarda la propria posizione personale nella società, spesso sembra invece di essere piantati in un certo punto dal quale non ci si riesce a muovere. Si ha la sensazione di essere lasciati indietro da tutto questo movimento e che non ci sia nulla da fare. Questo anche se si soffre, si è esclusi. E molti di quelli che cercano di interpretare la società ci confermano che non c’è nulla da fare. La sofferenza è inevitabile, dicono, perché il mondo va come va ed è come quando piove o cambiano le stagioni: ciascuno si difende come può ma i cambiamenti avvengono comunque. Dunque, perché darsi pena, perché darsi da fare? Ognuno stia dove sta e si rassegni. Il successo, la possibilità di cambiamento è di pochi, che sono diversi e meritano  di più, e proprio per questo meritare hanno anche di più. La società non deve interferire perché sarebbe inutile e anche ingiusto. La diseguaglianza è giusta.  Ognuno, infatti, ha ciò che si merita. La religione dovrebbe rimanere una consolazione individuale, senza riflessi sociali. un fatto privato. Questo modo di pensare è all’opposto di quello insegnato nella lettera apostolica L’ottantesimo anniversario - Octogesima Advenies, del papa Giovanni Battista Montini - Paolo 6°, della quale ho sopra trascritto i due paragrafi che esortano pressantemente all’azione sociale, e da tutta la moderna dottrina sociale. Dietro quest’ultima vi è la teologia del Natale. Quella che incita a  preparare la via  e a spianare i sentieri  e a  convertirsi, quindi a darsi da fare e a  cambiare, sé stessi e la società intorno. «Ciascuno esamini se stesso per vedere quello che finora ha fatto e quello che deve fare»: Il nuovo ci venne come bimbo che doveva crescere, di cui si dovette avere cura. L’azione sociale con senso religioso è più simile al mestiere dei genitori nel prendersi cura dei figli piccoli che a quello di chi costruisce grandi opere, un ponte, un fabbricato, una grande macchina come i moderni aeroplani, lavori in cui gli umani si fanno ingranaggi sociali. «…penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della loro comunità di vita» (enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum Progressio): è lavoro nella società, diverso però da quello che si fa per dominare gli altri, per soggiogarli e ridurli a strumento, come accadeva con gli schiavi di una volta e come accade nella schiavitù moderna, che non è più chiamata con quel nome, schiavitù, ma nella sostanza è la medesima cosa, persone e lavoro umiliati.
  Le scienze sociali descrivono come va il mondo, la filosofia ne indaga il senso, la nostra fede religiosa lo illumina nella vita delle persone indicando la via della virtù e della speranza, per cambiare una società che genera esclusione e sofferenza, contrastare i venti di guerra e un modello di sviluppo ormai superato che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale, per ricostruire il tessuto sociale indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa  (così nel Messaggio alla Città e al Mondo di Papa Francesco per il Natale di quest’anno). Capire, sperare e agire: ognuno trova le sue motivazioni, se non si perde d’animo. Quelle religiose sono molto potenti. Questo perché si confida che il fondamento della nostra speranza non sia solo nelle nostre forze. Molti  intorno  a noi mostrano di aver perso la speranza e sprecano la vita, il loro tempo prezioso (perché indietro non torna e i nostri giorni sono contati), e li vediamo travagliarsi in ciò che la sapienza di sempre insegna come privo di senso. E’ così, del resto, che li vogliono quelli che sono riusciti a dominare il mondo: inoffensivi perché sfiduciati. E’ in questo modo che, da sempre, le masse vengono dominate da minoranze di privilegiati. Ricostruire il tessuto sociale per opporsi al degrado: è possibile? Certo che è possibile, perché l’umano è alla nostra portata, sempre. E’ lì che, illuminato da  una fede, può farsi forza che innalza gli umili e umilia gli ingiusti. La società è nostra costruzione collettiva e dunque nostra responsabilità,  e le sofferenze sociali dipendono da come è fatta, non sono fatti naturali. E’ alla nostra portata perché possiamo non limitarci a capirla,  ma, nella nostra umanità, agire per cambiarla, «poiché dietro il velo dell'indifferenza c'è nel cuore di ogni uomo una volontà di vita fraterna e una sete di giustizia e di pace che si devono far fiorire.» (lettera apostolica L’Ottantesimo Anniversario - Octogesima Adveniens).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





domenica 24 dicembre 2017

Vigilia

Vigilia

Un cartoncino con gli auguri di Buon solstizio d'inverno, Yule, e un Babbo  silvano


 Nella grande Cina comunista di oggi si festeggia il natale, ma non è un giorno festivo per la legge civile. Gli innamorati si scambiano doni e comprano i regali in negozi e centri commerciali addobbati come in Occidente, con l’Albero di natale, i Babbi natale e tutto il resto. Molto vicino a casa mia, qui a Roma, ha aperto un negozio gestito da una coppia cinese, con un bimbo, in cui vendono tutto quello che serve nella vita quotidiana. Ieri lì ho comprato un piccolo trolley per mia madre. “Di che colore lo vuole?”, mi ha chiesto l’uomo. Volevo che si distinguesse dalle altre valigie degli ospiti del pensionato dove mia madre vive e ho scelto il rosso. “Rosso…Natale!”, ha detto lui. Non ci avevo proprio pensato… A me il rosso evoca altre cose, altre esperienze: anticamente, a Roma, era il colore delle vesti dei potenti ed è per questo che poi si è tramandato in quelle dei più potenti del clero cattolico. Ma è anche, dall’Ottocento, il colore della lotta del popolo: rosse erano le divise dei garibaldini, rosse le bandiere del socialismo. Il rosso natalizio è stato inventato nel Novecento dalla The Coca Cola Corporation, che l’ha usato nel costume del suo pupazzo Santa Claus - Babbo natale, il quale nella tradizione vestiva di verde, probabilmente perché metamorfosi di una primordiale divinità silvana. In quel momento ho pensato: come spiegherei a questi signori il nostro  Natale? Ma in che senso  nostro? Perché, più o meno, il natale che c’è in giro  da noi è uguale al loro, a quello dei cinesi. E’ l’indizio di una colonizzazione culturale dei cinesi da parte degli europei che non  è mai veramente riuscita alla loro religione principale, nelle sue varie denominazioni. Più difficile parlare del Natale dei cristiani, anche per me che ho vissuto tanto a lungo tra loro che forse non mi si riesce più a distinguere bene da loro.  Da dove cominciare? Da questo: in Cina e da noi c’è un natale innocuo, tanto che gli oligarchi cinesi di oggi non lo combattono più, e anche da noi è in genere così: questo segnala che non si tratta del Natale cristiano. Perché il Natale cristiano  è strettamente collegato all’idea un radicale cambiamento a partire da una conversione interiore e individuale per poi farsi sociale,  una forza critica, temuta da sempre da ogni potente.
  Per provare a capire il Natale cristiano, bisogna cancellarne in noi  tutte le immagini correnti, compresa quella del presepe, comprese quelle diffuse in religione. Cancellate tutto, tutto (potrete riprenderlo poi, dopo esservi convinti però che non c’è in esso nulla di essenziale). Cancellate. Anche la festa della famiglia, il bambinello, i pastori, i Magi, la Stella ecc. Rinunciate ad ogni immagine. Che rimane?
  Quando ti iniziano alla fede ti spiegano che è questo che si deve fare.
   Ignazio di Lojola, mistico del Cinquecento, ci scrisse sopra una specie di manuale, gli Esercizi.
   E’ come quando si sbuccia una cipolla, togli strato dopo strato, quello che rimane è l’essenziale, Ma, ripeto, che rimane?
  La fede è stata descritta come l’inoltrarsi, ascendendo, in una notte oscura, o anche come il gettarsi in un precipizio al buio. Ma è pure spiegata come illuminazione. “Ciascuno dalla sua notte va verso la luce”  cantò Victor Hugo, nella poesia Les contempations
 Puis vous m'avez perdu de vue; un vent qui souffle
Disperse nos destins, nos jours, notre raison,
Nos cœurs, aux quatre coins du livide horizon;
Chaque homme dans sa nuit s’en va vers sa lumière.
 Nella concezione cristiana, la luce non è in noi, e nemmeno andiamo verso di essa prima che si manifesti: essa  viene a noi. L’attendiamo, come la sentinella attende l’aurora, nella sua veglia, ripetendoci l’un l’altro le parole del salmo: Sentinella, a che punto è la notte?. Si manifesta, andiamo e l’adoriamo.  Questo è il Natale per i cristiani. E’ la manifestazione della luce: Natale, Capodanno, Epifania: un’unica festa, si celebra la stessa cosa.
Lo dico con il greco antico delle scritture sacre dei cristiani: E zoè en to fos ton antropòn, kai to fos en te skotia fàinai - la vita  era luce per gli uomini e la luce splende nelle tenebre. I colleghi che lavorano dalle parti di piazza Cavour lo potranno leggere nell’iscrizione sopra la porta del bel tempio valdese che c’è là: lux lucet in tenebris. E l’annuncio del Natale dei cristiani.
 Teòn udèis eòraken pòpote, lo confessiamo, non l’abbiamo mai visto, nessuno l’ha mai visto,  il Creatore, il Fondamento,  ma ekèinos exegèsato, ci è stato rivelato. O Teòs agàpe estìn: è null’altro che agàpe, l’Eterno, l’Atteso. Ecco il senso di tutto: ciò che ci è stato rivelato. Questa è l’illuminazione, la luce dell’agàpe. Non l’abbiamo capito  da noi stessi, scoperto, ci si è manifestato e ancora ci si manifesta e l’attendiamo alla fine dei tempi. E l’invocazione del Natale è èrku! Vieni!.
 Null’altro conta, null’altro vale, perché  nunì de menèi pìstis, elpìs, agàpe, ta tria tàuta: mèizon de tuton e agàpe. Rimangono  la fede, la speranza e l’agàpe, proprio queste cose, ma la più grande è l’agàpe. Non è lontana da noi, s’è fatta come noi, è accanto a noi, prende dimora in noi, è luce per le nostre vite, speranza in cui confidiamo nelle nostre tenebre, in ogni nostra angoscia e nell’ultima ora. Nulla le è pari, a tutto siamo disposti a rinunciare se fa ombra alla sua luce, essa è la guida nella nostra conversione. Vegliamo, per non esserne distolti. E’ il senso della Veglia di questa notte, ma di ogni Veglia di ogni liturgia cristiana.
 L’agàpe dunque è alla nostra portata e richiama l’idea di un convito in cui ce n’è per tutti e nessuno è escluso. Se ne ha l’immagine anche come di una città che ci è donata e scende dall’Alto. E dòxa tu Teù efòtisen atèn - lo splendore stesso della santità dell’Eterno la illumina. In essa nux gar uk èstai ekèi  - là non vi sarà più notte. Eppure: che vediamo intorno a noi e anche in noi? Siamo esseri viventi al pari di quelli non umani e in noi sentiamo ancora l’istinto di belva. Il rovello della teologia cristiana, fin dalle origini, sta tutto qui. In fondo la storia dei cristiani è stata tutta un progettare e costruire città nuove, civiltà nuove, interi mondi  nuovi, tra nostalgia di ciò che non è mai stato, ma si vorrebbe che fosse stato, e attesa di ciò che potrebbe ancora essere. Nel distacco da tutto ciò che c’è, vissuto come imperfetto, ancora bisognevole di agàpe, ma tuttavia costruendo su ciò che c’è, convinti che in esso vi sia il germe del nuovo. Non costruiamo su fantasie. Ciò che c’è ci è dato come un bimbo, bisognevole di cura. Lo si può avere tra le mani. Crescerà? Siamo convinti che crescerà bene. Ma non dipende solo da noi. Dipendesse solo da noi, non sarebbe ragionevole la speranza. Da chi allora? E anche su  questo che ci si interroga nel tempo di Natale. Si rammenta la teologia della storia: il senso della storia umana. E’ possibile congiungere Cielo e Terra, ciò che è umano e ciò che è eterno? La nostra evidenza di belve, alla quale sempre si tende a ritornare, dalla quale è così difficile, ma anche così bello, elevarsi, è l’ultima parola su di noi? E’ su questo che i cristiani hanno sviluppato, nell’arco dei primi secoli, la teologia del Natale. Costruita intorno alla persona del primo Maestro, colui che ha rivelato, la nostra luce. Così, si dà un Nome alla nostra speranza. Ogni generazione poi  ha aggiunto qualcosa o corretto qualcosa: il cristianesimo è un’opera collettiva. I secoli non sono passati invano. Ma si cerca di non dimenticare nulla. E così è stato anche per il Natale. Ma è un lavoro non ancora compiuto. Il nuovo ci sorprende e, del resto, è proprio questo che si attende, che ci sorprenda. L’attesa vigile è al centro della spiritualità del Natale cristiano. Kai to pneuma kai nùmfe lègusin: èrku - E lo spirito e la sposa dicono: «Vieni!»
Mario Ardigò  - Roma