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venerdì 22 dicembre 2017

Pensiero di Natale

Pensiero di Natale

  Non ho la pretesa di dire agli altri in che cosa debbano credere. Del cristianesimo circolano versioni che mi sembrano un po' superficiali. Se uno vuole, può però approfondire. Un cristiano deve fare i conti con una storia tremenda, che non può essere cancellata, ma solo rimossa. Eppure, si può rimanere cristiani? Si può resistere all'orrore? Perché esso esiste e va molto oltre ciò che di solito si è portati, superficialmente, ad ammettere. Non si tratta, come per il comunismo storico, di fronteggiare circa settant'anni di storia, ma ormai oltre duemila. I comunisti, ad un certo punto, sembrano aver gettato la spugna. Il mondo è, per questo, diventato migliore? I cristiani, finora, non l'hanno mai fatto. Ma sono molto cambiati.
  Che cosa rimane delle origini? Ad ogni Natale, proprio in questi giorni, si cerca di capirlo. Nello sforzo di conversione ci si  è proposti incessantemente di  individuare e ripudiare la sacralizzazione del potere, che però è sempre risorta, in forme sempre nuove. In un certo senso il cristianesimo ingloba una teoria critica e questo fin dal principio. Questa la ragione di molte delle persecuzioni che ciclicamente ha subito. Nei primi secoli fu considerato ateo. Ernst Bloch, marxista, ci ha scritto un libro sopra, Ateismo nel cristianesimo, che, come altre sue opere, ha avuto un influsso enorme in religione, del quale però solo chi ha molto approfondito riesce ancora a rendersi conto. Il falso dio, quello che fonda l'ateismo del cristiano, la sua ribellione, è quello organizzato dal potere politico e dalla stessa religione quando vuole farsi potere politico. Quando, al cristiano, viene posta la questione "dio c'è?", egli coglie, dietro di essa, la persistenza della sacralizzazione del potere. Per un cristiano la questione "dio c'è?" è priva di senso. Manifesta il teismo del potere, quello nei cui confronti il cristiano è ateo. "Nessuno l'ha mai visto", è scritto, e il discorso potrebbe chiudersi qui.Il teismo del potere è inganno che va svelato con determinazione.  La riposta  cristiana a "dio c'è?" è "nessuno l'ha mai visto". Poi c'è l'agàpe, che invece è, anche questo è scritto: o teòs agàpe estìn, appunto, il Fondamento  è  agàpe.
  Che cos'è l'agàpe? Richiama l'idea di un lieto convito in cui ce n'è per tutti e nessuno è escluso, nessuno. Si traduce in vari modi, ma è difficile renderne il senso in italiano se non con un giro di parole. Sollecitudine misericordiosa, pietà per l'umanoSenza distinzione. di sesso, etnia, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali e via dicendo, senza distinzione.  Al centro della fede cristiana c'è questo moto di pietà verso l'altro, verso l'altro umano, per cui ci si attiva in suo soccorso e se ne ha cura, senza distinzione. Estendendo questo moto si arriva all'idea di fare dell'intera umanità una famiglia, un programma politico grandioso a ben pensarci, ma si va anche oltre. Ogni inimicizia è sentita come ingiusta. La natura stessa è sentita come insufficiente, perché lì il grosso mangia il piccolo. Da qui la diserzione verso ogni potere che, con vari pretesti e in vario grado, si presenti disumano e il ripudio della stessa natura, in quanto disumana. La morte, la vittoria della natura su ogni umano, rimane l'ultima nemica, è scritto. Questa la ragione del travaglio religioso, molto serio, sui temi del fine vita, delle cure sanitarie ai malati molto gravi nei confronti dei quali la medicina non ha più risorse, se, quando, per decisione di chi, e a quali condizioni sospenderle,  e di ogni forma di eutanasia.  Su questo il cristiano tende ad essere irriducibile e a mettere in questione anche sé stesso. Ogni critica diventa così autocritica. Il primato della povertà che qualche volta si afferma in religione è questo: critica che si fa autocritica, ripudio della sacralizzazione del potere e di ogni suo inganno, di ogni sua opera, di ogni suo privilegio. Per misericordia ricopriamo gli ignudi, ma nudi ci presentiamo al giudizio, tutto ripudiando, al modo di Francesco d'Assisi, fuorché la nostra umanità misericordiosa. Il rinnovo delle promesse battesimali  comprende questo, anche se molti recitano un po' distrattamente le sue formule molto impegnative;  contiene una serie di rinuncerinuncio, rinuncio e ancora rinuncio.  
 Ora, ad esempio, dovremmo avere la forza di dire:  rinunciamo alla Palestina contesa, rinunciamo a Gerusalemme e a quelli che la tradizione ci ha indicato come luoghi "santi", rinunciamo alla "Terra Santa" per la quale storicamente ci siamo dati allo sterminio, chiamiamo le cose con il loro vero nome, stato di Israele, autorità palestinese che vuole farsi statoe riconosciamo l'insufficienza dell'uno e dell'altra, e in definitiva l'insufficienza dello stato nazionale a sfondo religioso, di ogni sua disumana pretesa, di ogni sua frontiera e muraglia poste a dividere ciò che ancora sarebbe capace di compassione solidale e quindi di unire, di ogni sua presuntuosa "capitale", secondo la dura lezione che la storia ci ha dato nei millenni trascorsi. Verso gli uni e verso gli altri, rimangano solo la nostra pietà e la nostra sollecitudine misericordiosa, nel tentativo che non si facciano troppo male, nel tempo che sarà loro ancora necessario per imparare la lezione che noi abbiamo appreso nella nostra lunga e orrenda storia, che si apre alla speranza, e alla luce di una nuova  Gerusalemme, quella che immaginiamo scenderà dal Cielo  alla fine dei tempi,  come dono santo, solo se è conversione all'agàpe.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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