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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 11 dicembre 2017

La prima volta al voto

La prima volta al voto

1.  Su L’Espresso  in edicola si parla del voto dei giovani che l’anno prossimo voteranno per la prima volta.
  Votai per la prima volta alle elezioni regionali del giugno 1975. Una legge di qualche mese prima aveva abbassato la maggiore età a diciotto anni.
  Il quadro politico era molto più chiaro di ora, anche se cominciava ad evolvere velocemente. I partiti recavano nelle loro denominazioni l’indicazione delle linee generali dei loro programmi.
  Una prima distinzione che si presentava era tra partiti dell’area di governo e partiti dell’opposizione. Tra questi ultimi vi erano i comunisti, e tra loro il partito maggiore era il Partito Comunista Italiano, e il Movimento Sociale Italiano. Il PCI, sebbene tra i maggiori artefici della nuova democrazia repubblicana italiana, manteneva rapporti molto stretti con il partito comunista sovietico, di tipo totalitario, mentre nel Movimento Sociale Italiano si raccoglievano molti estimatori del fascismo mussoliniano e, per questo, critici con la democrazia costituzionale instaurata nel 1948. Tuttavia, negli anni Settanta, la polemica politica del Movimento Sociale Italiano era prevalentemente anticomunista. Gli Stati Uniti d’America non autorizzavano l’accesso del Partito Comunista Italiano nell’area di governo. Nel 1973 avevano sostenuto un colpo di stato per abbattere il governo socialista cileno di Salvator Allende. Tra i partiti dell’area di governo e i comunisti vi era una tacita intesa per escludere il Movimento Sociale Italiano dal governo: questa intesa definiva quello che veniva chiamato “arco costituzionale”, vale a dire i partiti che progettato e approvato la Costituzione repubblicana italiana entrata in vigore nel 1948, la quale aveva tra i suoi principi ideologici l’antifascismo. Negli anni ’70 l’unico partito non antifascista era il Movimento Sociale Italiano e questo per un buon motivo: era stato fondato storicamente da reduci del fascismo mussoliniano. Al suo interno si dividevano due posizioni: chi voleva affiancare la Democrazia Cristiana, il principale partito dell’area di governo, per bloccarne lo spostamento verso i social-comunisti e chi voleva sostituire quel partito, costituendo una Destra Nazionale.
   Nell’area di governo vi erano la Democrazia Cristiana, due partiti socialisti, il Partito repubblicano italiano  e il Partito liberale. Gli ultimi due erano partiti minori  in termini di numero di consensi elettorali, ma molto importanti per i principi ideologici professati, che, per il Partito repubblicano risalivano direttamente a Giuseppe Mazzini. L’attrazione dei socialisti, in particolare del Partito socialista italiano di Pietro Nenni, nell’area di governo, quindi la costituzione del centro-sinistra, aveva comportato un serio travaglio ideologico tra i cattolici italiani. Era stata negoziata durante il Pontificato di Papa Giovanni 23° (regnante dal 1958 al 1963)  e nel clima di  distensione  internazionale che si era vissuto all’inizio degli anni Sessanta, dopo la risoluzione pacifica, nel 1962, di una grave crisi internazionale tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica causata dall’intenzione di quest’ultima di posizionare missili con testate atomiche a Cuba. L’artefice del processo politico di inclusione dei partiti socialisti nell’area di governo fu il democristiano Aldo Moro, che nel 1976 promosse un’analoga iniziativa verso il Partito comunista italiano per superare la grave emergenza nazionale che si stava all’epoca vivendo.
 La Democrazia Cristiana era una federazione di movimenti tra i quali quelli clericali di vario orientamento, i cattolici liberali, i cristiano sociali. Il partito era sorto con orientamento cattolico-democratico, quindi con un valutazione positiva del metodo e dei valori democratici.  Adottava la dottrina sociale come parte della propria ideologia politica, ma conservava una propria autonomia in politica, non era semplice strumento  del Papato. Era fortemente europeista, in tal modo cercando di mantenere una posizione autonoma dal governo statunitense, nel 1975 presieduto dal repubblicano Gerald Ford, dopo le dimissioni, l’anno precedente, di Richard Nixon.
 Alle elezioni regionali del 1975, nel Lazio il primo partito fu quello comunista. Da quell’anno e fino al 1990 i Presidenti della Regione furono socialisti, ad eccezione della presidenza del comunista Maurizio Ferrara, tra il 1975 e il 1977. Fino al 1977. i socialisti formarono giunte regionali con i comunisti, negli anni seguenti  con partiti di centro-sinistra. Nel 1976, con l’elezione del nuovo segretario politico Bettino Craxi, il Partito Socialista Italiano si era andato progressivamente distanziando dai comunisti.
 Nel panorama politico degli anni ’70 l’orientamento politico neo-liberista, oggi prevalente, era espresso solo dal piccolo Partito Liberale Italiano, il partito preferito da diversi esponenti della grande borghesia italiana di allora.
2. Ai tempi nostri il panorama politico si è fatto molto più confuso. Le aggregazioni politiche si formano o vengono radicalmente ristrutturate in prossimità delle elezioni ed è in questo periodo che si preparano i programmi, che in realtà sono spesso poco più che manifesti pubblicitari. Si  è indebolito il contatto vivo con una base popolare, ragione per cui i partiti cercano di convincere gli elettori con tecniche di marketing, dirette non a coinvolgere in un impegno politico ma, più che altro, a far tracciare un segno nel posto giusto su una scheda al momento giusto, il giorno delle elezioni. D’altra parte la gente rifugge l’impegno politico, sia perché riesce a capirci poco sia perché lo ritiene una perdita di tempo. Alla fine può prevalere l’idea di tirare un tiro mancino a chi comanda e che scoccia con tutta questa politica, mentre in realtà, si pensa, mira a fare solo gli interessi propri. Questa è l’anti-politica. I partiti ne prendono atto e strutturano in maniera corrispondente le proprie campagne elettorali, proponendo un prodotto politico “anti”. Questo richiede la costruzione di un nemico. I preferiti di questi tempi sono gli immigrati: non votano, ce la si può prendere tranquillamente con loro. Oppure ci si dichiara genericamente anti- tasse, che sono sgradite a tutti quelli che dovrebbero pagarle. Insomma  anti-qualcosa. Ad esempio anti-Merkel, anti-Euro o, addirittura, anti-Europa. Mi pare che pochi si propongano il buon governo, che era al centro della propaganda elettorale del Partito Comunista Italiano negli anni Settanta e Ottanta. I comunisti di allora presentavano i risultati di buon governo ottenuti nelle Regioni da loro governate e proponevano di estenderli a tutta Italia. Dagli anni ’80 posero al centro della loro proposta politica la  questione morale, vale a dire un’azione di governo virtuosa e disinteressata, e questo mentre nell’area di governo si cominciavano a manifestare i segni di un’ingravescente corruzione della politica, che poi venne clamorosamente alla luce nel decennio seguente. La proposta di una politica virtuosa mi parve lasciare tiepidi gli italiani, così come anche ora mi pare accadere.
  Il tema più rilevante della politica italiana di oggi è quello della politica economica o del modello di sviluppo. Si tratta di decidere se proseguire nelle politiche neo-liberiste che sono state attuate dagli anni ’90 o se cambiare registro. Cambiare significherebbe più Stato e quindi più tasse, più  regole, più oneri sociali per i più ricchi e, in particolare, per le imprese.  Assumere un lavoratore e acquistare una macchina sono la stessa cosa? Quando non servono più li si può buttare? Per il neo-liberismo, sì. Ma, e questo è un punto che bisogna capire bene, non è possibile cambiare le politiche neo-liberiste se i consumatori rimangono orientati verso di esse e quindi, ad esempio, hanno stili di vita e di consumo del tipo di quelli criticati dal Papa nell’enciclica Laudato si’ come “supersviluppo dissipatore e consumistico” e non pongono tanta attenzione alla sofferenza sociale che c’è nei prodotti che acquistano, purché funzionino e costino poco. Un caso: i pomodori che acquistiamo.  Si legge che sono stati raccolti con lavoro schiavo, di immigrati senza riconoscimento che quindi devono nascondersi e che per questo sono nelle mani di chi li assume, come nessun lavoratore dovrebbe mai essere. Saremmo disposto a pagarli il doppio, purché frutto di un lavoro degno? Questa è la sostanza della politica: impegno. Il resto sono solo chiacchiere del tipo di quelle impiegate a dosi industriali nel  marketing  per prendere per il naso chi vuole essere preso per il naso.
  Poniamo che uno  decida che il modello di sviluppo che si è seguito finora va bene: la sua scelta è facile perché quasi tutti i partiti politici e quasi tutti i candidati si propongono di seguirlo. Basterà che si assicuri che nel manifesto  politico della formazione prescelta vi sia lo slogan "Meno tasse!". Chi la pensa diversamente dovrà faticare di più. Un criterio che può essere adottato è quello di individuare in ogni proposta politica e nel profilo dei candidati quanto c’è della dottrina sociale proposta nell’enciclica Laudato si’, la quale sicuramente contrasta con il neo-liberismo. Essa propone la via della virtù, che significa in primo luogo contrastare la disumanizzazione dell’economia. Difficilmente si troverà un programma politico che l’accolga per intero, ma chi si convinca del suo valore  potrà preferire i progetti politici che ne siano maggiormente pervasi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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