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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 24 dicembre 2017

Vigilia

Vigilia

Un cartoncino con gli auguri di Buon solstizio d'inverno, Yule, e un Babbo  silvano


 Nella grande Cina comunista di oggi si festeggia il natale, ma non è un giorno festivo per la legge civile. Gli innamorati si scambiano doni e comprano i regali in negozi e centri commerciali addobbati come in Occidente, con l’Albero di natale, i Babbi natale e tutto il resto. Molto vicino a casa mia, qui a Roma, ha aperto un negozio gestito da una coppia cinese, con un bimbo, in cui vendono tutto quello che serve nella vita quotidiana. Ieri lì ho comprato un piccolo trolley per mia madre. “Di che colore lo vuole?”, mi ha chiesto l’uomo. Volevo che si distinguesse dalle altre valigie degli ospiti del pensionato dove mia madre vive e ho scelto il rosso. “Rosso…Natale!”, ha detto lui. Non ci avevo proprio pensato… A me il rosso evoca altre cose, altre esperienze: anticamente, a Roma, era il colore delle vesti dei potenti ed è per questo che poi si è tramandato in quelle dei più potenti del clero cattolico. Ma è anche, dall’Ottocento, il colore della lotta del popolo: rosse erano le divise dei garibaldini, rosse le bandiere del socialismo. Il rosso natalizio è stato inventato nel Novecento dalla The Coca Cola Corporation, che l’ha usato nel costume del suo pupazzo Santa Claus - Babbo natale, il quale nella tradizione vestiva di verde, probabilmente perché metamorfosi di una primordiale divinità silvana. In quel momento ho pensato: come spiegherei a questi signori il nostro  Natale? Ma in che senso  nostro? Perché, più o meno, il natale che c’è in giro  da noi è uguale al loro, a quello dei cinesi. E’ l’indizio di una colonizzazione culturale dei cinesi da parte degli europei che non  è mai veramente riuscita alla loro religione principale, nelle sue varie denominazioni. Più difficile parlare del Natale dei cristiani, anche per me che ho vissuto tanto a lungo tra loro che forse non mi si riesce più a distinguere bene da loro.  Da dove cominciare? Da questo: in Cina e da noi c’è un natale innocuo, tanto che gli oligarchi cinesi di oggi non lo combattono più, e anche da noi è in genere così: questo segnala che non si tratta del Natale cristiano. Perché il Natale cristiano  è strettamente collegato all’idea un radicale cambiamento a partire da una conversione interiore e individuale per poi farsi sociale,  una forza critica, temuta da sempre da ogni potente.
  Per provare a capire il Natale cristiano, bisogna cancellarne in noi  tutte le immagini correnti, compresa quella del presepe, comprese quelle diffuse in religione. Cancellate tutto, tutto (potrete riprenderlo poi, dopo esservi convinti però che non c’è in esso nulla di essenziale). Cancellate. Anche la festa della famiglia, il bambinello, i pastori, i Magi, la Stella ecc. Rinunciate ad ogni immagine. Che rimane?
  Quando ti iniziano alla fede ti spiegano che è questo che si deve fare.
   Ignazio di Lojola, mistico del Cinquecento, ci scrisse sopra una specie di manuale, gli Esercizi.
   E’ come quando si sbuccia una cipolla, togli strato dopo strato, quello che rimane è l’essenziale, Ma, ripeto, che rimane?
  La fede è stata descritta come l’inoltrarsi, ascendendo, in una notte oscura, o anche come il gettarsi in un precipizio al buio. Ma è pure spiegata come illuminazione. “Ciascuno dalla sua notte va verso la luce”  cantò Victor Hugo, nella poesia Les contempations
 Puis vous m'avez perdu de vue; un vent qui souffle
Disperse nos destins, nos jours, notre raison,
Nos cœurs, aux quatre coins du livide horizon;
Chaque homme dans sa nuit s’en va vers sa lumière.
 Nella concezione cristiana, la luce non è in noi, e nemmeno andiamo verso di essa prima che si manifesti: essa  viene a noi. L’attendiamo, come la sentinella attende l’aurora, nella sua veglia, ripetendoci l’un l’altro le parole del salmo: Sentinella, a che punto è la notte?. Si manifesta, andiamo e l’adoriamo.  Questo è il Natale per i cristiani. E’ la manifestazione della luce: Natale, Capodanno, Epifania: un’unica festa, si celebra la stessa cosa.
Lo dico con il greco antico delle scritture sacre dei cristiani: E zoè en to fos ton antropòn, kai to fos en te skotia fàinai - la vita  era luce per gli uomini e la luce splende nelle tenebre. I colleghi che lavorano dalle parti di piazza Cavour lo potranno leggere nell’iscrizione sopra la porta del bel tempio valdese che c’è là: lux lucet in tenebris. E l’annuncio del Natale dei cristiani.
 Teòn udèis eòraken pòpote, lo confessiamo, non l’abbiamo mai visto, nessuno l’ha mai visto,  il Creatore, il Fondamento,  ma ekèinos exegèsato, ci è stato rivelato. O Teòs agàpe estìn: è null’altro che agàpe, l’Eterno, l’Atteso. Ecco il senso di tutto: ciò che ci è stato rivelato. Questa è l’illuminazione, la luce dell’agàpe. Non l’abbiamo capito  da noi stessi, scoperto, ci si è manifestato e ancora ci si manifesta e l’attendiamo alla fine dei tempi. E l’invocazione del Natale è èrku! Vieni!.
 Null’altro conta, null’altro vale, perché  nunì de menèi pìstis, elpìs, agàpe, ta tria tàuta: mèizon de tuton e agàpe. Rimangono  la fede, la speranza e l’agàpe, proprio queste cose, ma la più grande è l’agàpe. Non è lontana da noi, s’è fatta come noi, è accanto a noi, prende dimora in noi, è luce per le nostre vite, speranza in cui confidiamo nelle nostre tenebre, in ogni nostra angoscia e nell’ultima ora. Nulla le è pari, a tutto siamo disposti a rinunciare se fa ombra alla sua luce, essa è la guida nella nostra conversione. Vegliamo, per non esserne distolti. E’ il senso della Veglia di questa notte, ma di ogni Veglia di ogni liturgia cristiana.
 L’agàpe dunque è alla nostra portata e richiama l’idea di un convito in cui ce n’è per tutti e nessuno è escluso. Se ne ha l’immagine anche come di una città che ci è donata e scende dall’Alto. E dòxa tu Teù efòtisen atèn - lo splendore stesso della santità dell’Eterno la illumina. In essa nux gar uk èstai ekèi  - là non vi sarà più notte. Eppure: che vediamo intorno a noi e anche in noi? Siamo esseri viventi al pari di quelli non umani e in noi sentiamo ancora l’istinto di belva. Il rovello della teologia cristiana, fin dalle origini, sta tutto qui. In fondo la storia dei cristiani è stata tutta un progettare e costruire città nuove, civiltà nuove, interi mondi  nuovi, tra nostalgia di ciò che non è mai stato, ma si vorrebbe che fosse stato, e attesa di ciò che potrebbe ancora essere. Nel distacco da tutto ciò che c’è, vissuto come imperfetto, ancora bisognevole di agàpe, ma tuttavia costruendo su ciò che c’è, convinti che in esso vi sia il germe del nuovo. Non costruiamo su fantasie. Ciò che c’è ci è dato come un bimbo, bisognevole di cura. Lo si può avere tra le mani. Crescerà? Siamo convinti che crescerà bene. Ma non dipende solo da noi. Dipendesse solo da noi, non sarebbe ragionevole la speranza. Da chi allora? E anche su  questo che ci si interroga nel tempo di Natale. Si rammenta la teologia della storia: il senso della storia umana. E’ possibile congiungere Cielo e Terra, ciò che è umano e ciò che è eterno? La nostra evidenza di belve, alla quale sempre si tende a ritornare, dalla quale è così difficile, ma anche così bello, elevarsi, è l’ultima parola su di noi? E’ su questo che i cristiani hanno sviluppato, nell’arco dei primi secoli, la teologia del Natale. Costruita intorno alla persona del primo Maestro, colui che ha rivelato, la nostra luce. Così, si dà un Nome alla nostra speranza. Ogni generazione poi  ha aggiunto qualcosa o corretto qualcosa: il cristianesimo è un’opera collettiva. I secoli non sono passati invano. Ma si cerca di non dimenticare nulla. E così è stato anche per il Natale. Ma è un lavoro non ancora compiuto. Il nuovo ci sorprende e, del resto, è proprio questo che si attende, che ci sorprenda. L’attesa vigile è al centro della spiritualità del Natale cristiano. Kai to pneuma kai nùmfe lègusin: èrku - E lo spirito e la sposa dicono: «Vieni!»
Mario Ardigò  - Roma
  




  

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