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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 20 dicembre 2017

Felicità sociale

Felicità sociale


  Il nostro benessere non dipende solo da ciò che si riesce a possedere, ma da un complesso sistema di relazioni sociali in cui ognuno si trova inserito. E’ lì che troviamo ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici. Ci sono grandi ricchi infelici e c’è gente meno ricca che si sente felice: difficilmente però si trova un povero felice. Quello che vale per gli individui, vale anche per le società: ci sono società in cui la felicità è più diffusa, quindi società felici, e società meno felici. Un esempio di società meno felice, ma ricchissima, sono gli Stati Uniti d’America di oggi, quelli che, secondo il loro nuovo Presidente federale, sono diventati grandi di nuovo. Ai loro confini settentrionali, c’è una grande nazione più felice, il Canada. Si tratta di società molto simili sotto molti aspetti. Ma sotto tanti altri il Canada assomiglia di più all’Europa: ha un sistema di relazioni sociali migliori, in particolare c’è meno violenza e questo nonostante si possiedano armi individuali più o meno nella stessa misura che tra i vicini statunitensi. A lungo gli Stati Uniti d’America sono stati il modello di società felice alla quale molti europei, in particolare quelli delle società meno ricche, aspiravano. Ora rimangono la nazione più ricca della terra, ma sono diventati insicuri, e quindi violenti, e molto più diseguali, per cui si sono deteriorate le relazioni civiche, ognuno tende e tenta di fare da sé. Ai confini meridionali degli Stati Uniti d’America c’è una società, quella messicana, che è meno felice: in questo caso i problemi sono la povertà e l’insicurezza determinata da violenza sociale endemica. Come nelle nazioni più povere, la gente si concentra nelle città più grandi, in cerca di benessere e sicurezza, ma non trova né l’uno né l’altra perché questi grandi agglomerati urbani sono difficili da gestire, richiedono grandi risorse pubbliche che non ci sono.
  L’Italia è di solito indicata come un Paese con un più alto livello di felicità sociale. E’ un posto in cui, in genere, si torna volentieri. Se si deve emigrare, lo si fa con dispiacere, nella prospettiva di tornare, anche se si va molto lontano e, ragionando, si capisce che si tratta di una scelta definitiva. Vi sono molti fattori che cooperano a questo risultato, che, comunque, non è uguale dovunque sul territorio nazionale. Ci sono alcuni posti in cui è più difficile vivere, ad esempio, in genere, in alcune periferie o altre aree degradate  delle grandi città e in certe zone del Mezzogiorno in cui la grande criminalità organizzata riesce ad imporre il suo duro servaggio.
  In Italia le relazioni sociali sono in genere migliori e più intense. Sono favorite dal fatto che non vi sono enormi agglomerati urbani, anche le nostre più grandi città sono piccole a confronto con in maggiori centri urbani europei, come Londra o Parigi. Le attività produttive, industrie e servizi, sono di piccola o media grandezza e sono piuttosto diffuse sul territorio, integrate, nelle zone di maggiore industrializzazione, in una vasta rete di relazioni economiche e sociali che genera opportunità e benessere. Al fondo c’è una concezione della vita che è molto diversa da quella che c’è, ad esempio, negli Stati Uniti d’America e in tutte le società che prendono a modello la società statunitense. Si dà importanza all’essere  oltre che all’avere e vengono giudicati sconvenienti gli eccessi. C’entra anche la religione? C’entra. Ma fondamentalmente il risultato di maggiore felicità è stato politico, frutto di un assetto politico. Storicamente l’Italia non è sempre stata così. Tutt’altro. E’ stata una società molto povera, con punte di smodata ricchezza; una società molto violenta e insicura, divisa, e, soprattutto, una società preda di altre più potenti. Di questo troviamo traccia nel nostro inno nazionale, nel quale si canta di italiani calpesti e derisi, perché  non popolo, perché  divisi. Si è persa, in genere, la memoria di ciò che significa essere sotto il dominio di altri, un’esperienza che l’Italia visse a lungo, e da ultimo tra il 1943 e il 1945, quando fu occupata dalle forze armate tedesche, ma anche dopo, quando fu occupata dagli Alleati e fino al pieno recupero dell’autodeterminazione, che si ebbe veramente solo con il processo di integrazione europea. A volte, superficialmente, ci sentiamo occupati  dall’Europa, e invece del governo europeo siamo una componente fondamentale. Le nazioni dell’Europa orientale sottrattesi al dominio sovietico si sono avvicinate all’Unione Europea per completare il processo di autonomia nazionale, noi invece ce ne sentiamo minacciati proprio sotto questo aspetto. Un popolo non può essere felice sotto il servaggio altrui: la storia italiana ce lo insegna. Non c’è altra via oggi, per l’autodeterminazione, che integrarsi nell’Unione Europea.
  Il maggior livello di felicità in Italia dipende sostanzialmente da politiche attuate dalla fine della Seconda guerra mondiale. Esse hanno comportato un intenso intervento nella società e nell’economia delle istituzioni pubbliche. Con il sistema fiscale si sono trovate le risorse per quell’azione; il Parlamento ha fatto le leggi che servivano; le altre istituzioni pubbliche hanno cooperato nel limiti dei loro poteri. C’è stata un’azione corale che ci ha consentito di superare momenti molto brutti, di impedire che l’Italia ricadesse nel disordine sociale, nel conflitto di piazza, nella povertà. La maggior parte delle persone ha avuto di più di ciò che  meritava, vale a dire di ciò che sarebbe riuscita ad accaparrarsi in relazioni sociali basate su rapporti di forza, dove il grosso prevale sul piccolo. Istruzione, lavoro, salute, previdenza sociale per l’età della vecchiaia, sicurezza urbana: può sembrare paradossale, ma in una società ricchissima come gli Stati Uniti d’America non sono scontati per tutti.  Ma anche da noi le cose sono iniziate a cambiare, dagli anni ’80. Da allora abbiamo cominciato a prendere come modello sociale gli Stati Uniti d’America. Abbiamo subìto l’egemonia sociale del neo-liberismo statunitense, motivo per il quel tante cose che davamo per scontato che tutti dovessero avere, hanno cominciato a dover essere meritate, vale a dire, nel gergo neoliberista, conquistate lottando gli uni contro gli altri. Questo ha iniziato a guastare i rapporti sociali e quindi ha reso meno felici, perché le società violente sono infelici, come appunto gli Stati Uniti d’America di oggi sostanzialmente sono, benché ricchi.
  Una delle scelte fondamentali che il nuovo Parlamento, quello che contribuiremo ad eleggere il prossimo marzo, dovrà fare è appunto questa: continuare a prendere come modello di sviluppo gli Stati Uniti d’America di oggi o ritornare ad un più intenso intervento pubblico a tutela della felicità sociale. Quest’ultimo ha un costo e comporta un aumento delle tasse, che, in un sistema tributario che la nostra Costituzione vuole improntato a criteri di progressività, devono gravare maggiormente su chi è più ricco: questo realizza un correttivo ad un sistema sociale che determina diseguaglianze e, con esse, peggiori relazioni sociali e quindi infelicità sociale. Lo slogan  meno tasse  e tasse uguali per tutti, segnala le politiche che si ispirano a quelle dominanti negli Stati Uniti d’America.
  Faccio un esempio. Dove è scritto che in una città come Roma i quartieri più ricchi debbano fruire di servizi pubblici migliori? L’intervento pubblico dovrebbe essere più intenso nei quartieri meno ricchi, le zone centrali e le periferie degradate. Questo perché, se vengono abbandonate le zone dove vive la maggior parte delle persone, cresce l’infelicità sociale. Nel tempo libero masse di persone si riverseranno allora in centro, cercando quello che non hanno dalle loro parti, ma non lo troveranno nemmeno lì, perché centri di aggregazione non ci sono e si troveranno immersi in un insieme di negozi, bar e ristoranti, niente di più. Si gira senza incontrarsi e si torna in periferia con l’idea di aver sprecato il proprio tempo. Eppure ciò che serve alla felicità viaggia con la gente: è appunto la gente. “Viva la gente, la trovi ovunque vai!”, faceva una canzone di tanti anni fa: è vero, è così. Ma la gente, se non c’è qualcosa di più, rimane folla, folla solitaria  dicono i sociologi, quella che si aggira nelle stazioni ferroviarie o negli aeroporti. Quel qualcosa di più è una cultura, un sistema di concezioni e di costumi di vita, che renda possibili relazioni positive e, innanzi tutto, relazioni. Da essa poi scaturisce una politica e quindi vengono fuori quegli interventi pubblici che, in un ciclo virtuoso, creano felicità sociale. E’ da quella cultura che si deve partire, perché, se invece uno  è convinto che la vita è solo lotta di tutti contro tutti, che la violenza è razionale e migliora la società scartando gli inadatti come si fa con le bucce dei frutti,  e che le istituzioni pubbliche se ne debbano tenere fuori, allora il risultato che si può ottenere  è la felicità, precaria perché sempre minacciata, di una minoranza.
  La dottrina sociale cerca appunto di indurre una cultura della condivisione e della sollecitudine sociale, questo perché essa è l’ambiente favorevole allo sviluppo di una fede basata sull’agàpe, appunto la condivisione amorevole. L’idea della lotta di tutti contro tutti è profondamente irreligiosa, è quello che viene definito peccato sociale, un peccato che non è impersonale, ma è di tutti, quindi personale ma condiviso, di tutti coloro che contribuiscono ad orientar la società in una certa direzione, anche solo rimanendo inerti di fronte alle sofferenze sociali e alla violenza.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.  

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