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domenica 3 dicembre 2017

Formare una coscienza sociale: da soli non ci si salva



Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo
[pubblicata nel 1942 nella raccolta  Ed è subito sera]


[Dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco - 2015]
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.

[Dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo  di papa Francesco - 2013]
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

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 1. Viviamo tempi cupi, nei quali ogni parola di speranza sembra fuori luogo e viene derisa. E questo in Italia, che si trova nella parte più ricca e potente nel mondo, in Occidente. In un’epoca in cui l’umanità dispone di tante ricchezze come mai prima d’ora. Come può accadere?
  E’ da questo interrogativo che deve partire ogni programma di formazione alla politica. Dal capire le reali cause della sofferenza sociale, il posto che si occupa e il ruolo che si svolge nella società che la produce e, innanzi tutto, l’origine sociale della sofferenza. Discorsi come questi sono considerati, oggi, sovversivi, e in effetti lo sono, perché possono spingere a muoversi per cambiare alla radice l’organizzazione sociale. A questo serve la politica democratica. Dedicarsi ad essi significa cercare di produrre una coscienza sociale. E’ appunto a questo che mirano i due più recenti documenti della dottrina sociale, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo,  del 2013, e Laudato si’, del 2015.
  «Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra […] Un cambiamento nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e inefficaci. […] Alcune persone non si dedicano alla missione perché credono che nulla può cambiare e dunque per loro è inutile sforzarsi. Pensano così: “Perché mi dovrei privare delle mie comodità e piaceri se non vedo nessun risultato importante?”. Con questa mentalità diventa impossibile essere missionari. Questo atteggiamento è precisamente una scusa maligna per rimanere chiusi nella comodità, nella pigrizia, nella tristezza insoddisfatta, nel  vuoto egoista. Si tratta di un atteggiamento autodistruttivo perché «l’uomo non può vivere senza speranza: la sua vita, condannata all’insignificanza, diventerebbe insopportabile»[II Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, Messaggio finale, 1999].  […] Tutti sappiamo per esperienza che a volte un compito non offre le soddisfazioni che avremmo desiderato, i frutti sono scarsi e i cambiamenti sono lenti e uno ha la tentazione di stancarsi. Tuttavia non è la stessa cosa quando uno, per la stanchezza, abbassa momentaneamente le braccia rispetto a chi le abbassa definitivamente dominato da una cronica scontentezza, da un’accidia che gli inaridisce l’anima.»
si legge nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.
«Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. […] A  problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni».[Romano Guardini, La fine dell'epoca monderna, 1950] La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria.»
si legge nell’enciclica Laudato si’.
2. Nell’affrontare i problemi sociali, la prima dottrina sociale ragionò di morale:  concluse che l’estrema ingiustizia nei rapporti sociali è immorale. Furono i teologi a prevalere.
 Successivamente osservò che l’ingiustizia sociale conduce al conflitto sociale e alla guerra e che la guerra, per la potenza degli armamenti moderni e il coinvolgimento globale delle masse che può produrre, mette in pericolo la sopravvivenza dell’umanità. Quindi correggere l’ingiustizia sociale non venne visto più solo come un problema etico, ma di vita o di morte per tutti. Si fece tesoro delle tremende esperienze delle due guerre mondiali del Novecento, 1914-1918 e 1939-1945, che gli storici tendono a considerare due fasi di un unico conflitto originato dagli Europei.
 Dagli anni Sessanta si iniziò a considerare che le cause delle guerre risiedevano in un modello di sviluppo e che prevenire le prime richiedeva di correggere il secondo. Da ultimo prese coscienza che quel modello di sviluppo costituiva di per sé stesso un pericolo per la sopravvivenza dell’umanità, anche prima di produrre guerre. E’ questa l’ottica dell’autore dei due più recenti documenti della dottrina sociale, che ho sopra citato. Nel primo si avverte più chiaramente il pensiero del Papa, il secondo è chiaramente il frutto di un lavoro collettivo, come lo stesso Papa ha dichiarato pubblicamente. Entrambi sono molto di più di libretti sulla situazione d’oggi: scaturiscono dalla massima autorità religiosa e obbligano in coscienza. Salvare l’umanità è anche un dovere religioso, ci dicono. Non possiamo assistere inerti alla sua rovina. Ma - ed è la critica che pervade quei due documenti - non di rado lo si fa. Chi lo fa? Chi è ad essere criticato? Qui sta l’aspetto spiacevole della cosa, per noi occidentali. Acquisendo una  coscienza sociale  realistica, come quei documenti ci obbligano a fare, si scopre che i principali responsabili della sofferenza sociale provocata dal modello di sviluppo corrente sono  quelli che da esso traggono maggiori vantaggi, vale a dire noi europei, tutti, italiani compresi, tutti. Non è in questione solo la responsabilità morale e sociale dei politici, di quelli che sono riusciti a piazzarsi in posti di comando politico a qualche livello, né solo della parte più ricca e minoritaria della popolazione: siamo in questione tutti. Questo perché siamo in democrazia e il potere, così come la responsabilità, è condiviso. Le maggioranze hanno la possibilità di cambiare molto incisivamente la situazione. Se non si riesce a cambiare è, in definitiva, perché la maggioranza non ha voluto farlo. E c’è un buon motivo perché non lo si è voluto: perché ci conviene non cambiare. Ma fino a quando? Il modello di sviluppo corrente è instabile - ci avverte l’autore dell’enciclica  Laudato si’ - e porta verso la catastrofe. E’ attualissimo, per tutti noi, il monito che nel 1939 il papa Eugenio Pacelli - Pio 12°- rivolse ai potenti della Terra: «Ci ascoltino i forti, per non diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a tranquillità nell’ordine e nel lavoro.» [radiomessaggio del 24-8-1939 Ai governanti e ai popoli nell’imminente pericolo della guerra].
3. La dottrina sociale ci impegna a cambiare stile di vita.  Leggiamo nell’enciclica Laudato si’:  «Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione. […]
 Dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue. Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico. […] Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario. In questa confusione, l’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini. […] Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca.
205. Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.
  Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori
  Nei discorsi che sento fare in giro sulla politica, chi li fa pensa di solito di essere nella parte incolpevole e ingiustamente minacciata dell’umanità. Allora propone azioni di autodifesa. Se la prende prevalentemente  con i politici  e con gli immigrati. Con i primi perché non riescono a rimandare a casa loro  i secondi e, anzi, talvolta vorrebbero cercare di  integrarli, dando loro certi diritti, fino a quello di cittadinanza. Questo può avvenire solo perché si ha una  coscienza sociale  insufficiente. Si accetta, ad esempio, l’idea che non ce n’è per tutti e questo proprio in una società come la nostra, opulenta, nella quale si spreca tantissimo. Si accetta l’idea che la parte più ricca, e assolutamente minoritaria, della popolazione, quell’1% che, come avvertono sociologi ed economisti, è giunto a controllare la quota più grande delle ricchezze nelle società occidentali, debba essere ancora più ricca, perché merita  di esserlo, ed essendolo svolge addirittura una funzione sociale, comprando lavoro per soddisfare la propria avidità di lusso. Che debba essere sempre minore la quota della ricchezza privata, esclusiva solo di alcuni, che viene prelevata per essere destinata a fini sociali, al bene comune, quindi che le tasse  vadano sempre  ridotte, in particolare per i più ricchi, come avvenuto l’altro giorno negli Stati Uniti d’America, senza alcuna considerazione dei bisogni sociale, che vadano ridotte e basta, perché ciò che si spende per la società è sprecato, salvo che serva a proteggere la ricchezza dei più ricchi.
  Chi controlla la politica e l’economia, la politica quindi  l’economia, perché il modello di sviluppo che consente una certa economia è un fatto politico, ci minaccia: o così o sarà il disastro anche per tutti. Se si comincia con certi discorsi di giustizia sociale  finirà che verrà tolto anche a chi ha di meno il poco che ha. I potenti dell’Occidente ci terrorizzano: siamo tutti su una stessa barca, da una stessa parte, noi e loro. Con questi discorsi di giustizia  finirà, ci avvertono, che, per pagare la scuola ai figli degli immigrati, non ce ne sarà più per noi per comprare il nuovo telefonino. Dobbiamo crederci? Come è possibile che tra il magnate dell’industria, il grandissimo ricco, e l’impiegato o l’artigiano vi siano comunanza di interesse privato, che l’uno e gli altri stiano dalla stessa parte nel conflitto sociale? Non appare, già ad un primo sguardo, strano, e quindi meritevole di approfondimento? Occorre, scrive l’autore dell’enciclica Laudato si’, «guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà.» Questo significa, appunto, conquistare  una coscienza sociale.
4. Il sociologo Zygumunt Bauman (1925-1917) è stato un acuto osservatore della realtà sociale d’oggi e un abile divulgatore di fatti che per gli scienziati sociali sono risaputi. I padroni dell’economia stanno prevalendo politicamente sulle masse e volgendo le democrazie a proprio vantaggio, privatizzando  le risorse sociali. Non sono più necessari, per riuscirci, potenti e pervasivi apparati di polizia: basta il dominio culturale, quello stesso che si esercita nel marketing, la pressione pubblicitaria per convincerci a comprare anche prescindendo dai nostri reali bisogni. Si è riusciti a convincere culturalmente chi sta peggio che è lui stesso colpevole della propria condizione di sofferenza sociale, che sta peggio perché ha demeritato. I più si allineano ordinatamente e alla fine la rivolta può scaturire solo da settori marginali della popolazione, dagli scarti di un modello di sviluppo. E’ solo nei confronti di questi che viene esercitata la repressione poliziesca. Le masse di coloro che in società stanno peggio accettano questa situazione, senza tener conto che sarà dal loro interno, non dalla parte più ricca della popolazione, che si produrranno gli ulteriori scarti destinati ad essere repressi. Basta un infortunio, una malattia grave, un licenziamento, una famiglia più numerosa, un figlio che non riesce ad integrarsi, ed ecco che famiglie intere vengono scartate, finiscono in rovina. Per gli istituti di sicurezza sociale le risorse sono sempre minori e quindi servono sempre a meno: le tasse,  infatti, calano e ad essere favoriti sono proprio quelli che ne dovrebbero pagare di più. Da un lato con aliquote che vengono abbassate, dall’altro con le possibilità di evasione  che il sistema fiscale offre, sia per l’imperfezione delle norme, sia per l’inefficacia dell’attività di accertamento e riscossione. Nelle città non ci sono più soldi pubblici per aggiustare gli autobus e i treni della metropolitana che si rompono, la gente è costretta ad andare con veicoli privati, e innanzi tutto a comprarli, chi non può è scartato e se protesta per lui c’è la repressione. Così vanno le cose e sembra che cambiare non si possa. Ci hanno convinti  culturalmente  che il cambiamento è impossibile  e inutile. Ed è così effettivamente, salvo che ci si persuada dell’efficacia della solidarietà  per cambiare le cose in democrazia, dove le maggioranze comandano, quindi che si sviluppi un coscienza sociale che quella solidarietà renda possibile.
  Quando la gente invoca misure di polizia contro gli immigrati poveri e non ancora integrati, ma addirittura anche contro quelli integrati che vorrebbero che la loro integrazione fosse riconosciuta giuridicamente con la cittadinanza, accoglie il principio che contro gli scarti  della società, contro coloro  che il modello di sviluppo non integra, occorre la repressione, e che questo convenga ai più, perché il pericolo non viene da un modello di sviluppo, ma dagli scarti di esso. Così però i più costruiscono, per così dire, la forca sulla quale anche loro, ad un certo punto, potrebbero dover salire. Una coscienza realistica li porterebbe invece a riconoscere l’origine comune della loro condizione e di quella degli immigrati non integrati. Come si può pensare che in società opulente come quelle occidentali non ce ne sia per tutti? Che società così potenti come le nostre non abbiano le risorse per garantire condizioni minime di vita dignitosa a tutti quelli che sono in difficoltà, aiutandoli ad integrarsi. Società che sono tanto poco in difficoltà quanto a risorse pubbliche da programmare costosissimi investimenti in armamenti che nel giro di pochi anni diverranno obsoleti e dovranno essere sostituiti con altri ancora più costosi. E’ un vero controsenso, è paradossale, non ci si può credere: eppure ci si crede.  Siamo chiamati  «tutti a lasciarci alle spalle una fase di autodistruzione e a cominciare di nuovo, ma non abbiamo ancora sviluppato una coscienza universale che lo renda possibile. », conclude l’autore dell’enciclica Laudato si’. A questo serve il lavoro di formazione alla politica che la dottrina sociale oggi richiede pressantemente in vista dell’azione, di scelte decisive.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





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