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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 28 dicembre 2017

Diritto di sangue e integrazione sociale

Diritto di sangue e integrazione sociale

Ius sanguinis (acquisto della cittadinanza per discendenza da genitori  cittadini), ius soli (acquisto della cittadinanza perché nati in una certa nazione), ius culturae (pronuncia: ius culture; acquisto della cittadinanza per integrazione culturale in una nazione diversa da quella dei propri avi)

(In risposta a una richiesta di chiarimenti)


  Vi prego: trovatemi nella Costituzione l'articolo in cui è scritto che si è cittadini italiani perché si è figli di cittadini italiani (cittadinanza per ius sanguinis, diritto di sangue). Leggete la Costituzione e trovatemelo.  Vi anticipo che non c’è.
 Nell'art.3 della Costituzione - nei principi fondamentali, è scritto che i cittadini non si distinguono a seconda della lingua che parlano e della loro etnia, vale a dire della loro discendenza di sangue. 
 Per la Costituzione, la cittadinanza nazionale è manifestazione del pieno sviluppo della persona umana e dell'effettiva partecipazione di tutti il lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. All'art.3, comma 2, è scritto che "è compito della Repubblica" rimuovere tutti gli ostacoli che vi si frappongono. Si voleva che "tutti" i lavoratori partecipassero. Tendenzialmente tutti i lavoratori dovrebbero quindi poter aver accesso alla cittadinanza, se già non la possiedono. La Repubblica è infatti "fondata" sul lavoro, non sull'etnia o altre caratterizzazioni culturali (vale a dire di costume, concezioni, tradizione). Vi sono impegnativi doveri collegati alla cittadinanza: essere fedeli alla Repubblica, osservare la Costituzione  e le leggi, concorrere alle spese pubbliche, difendere la patria, adempiere con disciplina e onore le funzioni pubbliche assegnate, non recare danno, nel perseguire i propri interessi privati, alla società intorno, rispettare il lavoro altrui. Ai nati da cittadini italiani non viene chiesto se li accettano: vi si trovano coinvolti nascendo e li assumono man mano che crescono. Non possono rifiutarli, finché rimangono cittadini, anche se, assumendo la cittadinanza di altro stato, possono rinunciare a quella italiana, e quindi essere esonerati da quei doveri. Ci sono poi stranieri che lavorano da noi stabilmente che vorrebbero la cittadinanza italiana.  A certe condizioni la possono ottenere. Il disegno di legge denominato "ius soli", diritto di cittadinanza legato al territorio, proponeva di facilitare l'acquisto della cittadinanza agli stranieri nati in Italia o giunti in Italia molto giovani che avessero fatto le scuole da noi, venendo assimilati in tutto dal punto di vista culturale (della lingua, concezioni, costumi, modi di pensare e di vivere). Si tratta di persone che sono in tutto italiane, per le quali l'acquisto della cittadinanza  è però soggetto a problemi e ritardi burocratici. Si parla di ius soli ma impropriamente. Quell'espressione latina va bene se  riferita alle leggi sulla cittadinanza che prevedono, come negli Stati Uniti d'America, che il figlio di stranieri nato sul territorio nazionale acquisiti automaticamente la cittadinanza. Non era questo il caso del disegno di legge (ancora) in discussione, salvo fine della legislatura, che si prevede per il prossimo 28, con lo scioglimento delle Camere. Se si vuole usare il latinorum dovrebbe parlarsi di "ius culturae" (pronuncia: ius culture), che è quando si fa dipendere la cittadinanza dall'integrazione culturale. Le persone alle quali si rivolgeva il disegno di legge in discussione erano italiane di cultura, ma straniere di nazionalità, tuttavia spesso riconosciute culturalmente come straniere negli stati di formale nazionalità, che di frequente non sono nemmeno quelli di provenienza, poiché si tratta di soggetti nati in Italia. 
  E' vero che alcuni diritti sociali, e i diritti umani fondamentali, competono già agli stranieri, ma l'integrazione non è completa. Questo genera sofferenza in chi  è escluso, ma  è un danno anche per l'Italia, perché, in definitiva, si esonera gente che vive e lavora da noi stabilmente dai doveri dei cittadini. L'esclusione genere poi rivolta. Diventa un fattore di instabilità sociale. 
  Quanto ai migranti cosiddetti "economici", bisogna considerare che quello di migrare per motivi economici è un  diritto umano fondamentale. Se non mette in pericolo la sicurezza degli stati, non può essere limitato. Chi viene a lavorare non crea pericoli per la sicurezza. Non si tratta di una colonizzazione, come quella che gli europei inflissero nelle Americhe, in Africa e in Asia, alle popolazioni autoctone. Per la nostra Costituzione, il lavoro abilita alla cittadinanza, se si accettano i relativi doveri. Le migrazioni verso l'Italia sono generate dalle stesse dinamiche economiche che generano quella verso l'esterno: i numeri più o meno si equivalgono. La regola d'oro è non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Per contenere le migrazioni occorrerebbe correggere il sistema economico che le stimola. Di solito si pensa invece alla scorciatoia del correre alle armi. Ma è una soluzione miope. Perché la nostra economia è profondamente integrata con quella mondiale, ne abbiamo conseguito tanti vantaggi, ma non accettiamo i relativi oneri. Circolano liberamente capitali e merci, è  chiaro che anche le persone avrebbero cominciato a fare altrettanto. Il problema comunque non è "quanti accogliere ancora", ma riconoscere l'integrazione nazionale di chi è già integrato tra noi. 
La cittadinanza è disciplinata da leggi ordinarie. La legge ordinaria deve conformarsi alla Costituzione. La Costituzione non prevede come si debba acquistare la cittadinanza: prescrive solo che vengano rimossi gli ostacoli alla piena integrazione dei lavoratori. La cittadinanza italiana risale all'unità d'Italia, dal 1861. All'epoca la costituzione era lo Statuto Albertino, del 1848, che non parlava di cittadini, ma di regnicoli, persone soggette alla sovranità del Re: non regolava il modo in cui lo si diventava. Nelle leggi sulla cittadinanza che si sono susseguite da allora, sia in epoca monarchica che in epoca repubblicana, fu sempre previsto che degli stranieri potessero diventare cittadini italiani. Chi discendeva da genitori cittadini italiani lo era d'autorità, e lo è ancora: era soggetto a tutti i doveri che la cittadinanza comportava, il più gravoso dei quali era il servizio militare, e all'epoca le guerre erano molto frequenti, non si trattava solo di servizio ma di combattere rischiando la vita. L'acquisto automatico della cittadinanza per i figli dei cittadini italiani era una conseguenza del dominio del sovrano su di loro, dipendeva dalla concezione politica per la quale i popoli erano possesso  del sovrano. Tale dominio sovrano era la metamorfosi e l'estensione di quello ancestrale, naturale, proprietario del maschio dominante, capo tribù, antico monarca sul bestiame e sugli schiavi e sui loro nuovi nati e sui familiari e altre persone in suo potere e loro nuovi nati.  Prevalevano  i doveri sui diritti, ed erano doveri pesanti. Il passaggio dalla condizione di suddito regnicolo  a quella di cittadino corrisponde al passaggio del potere supremo da una dinastia sovrana al popolo.  Chi emigrava, e storicamente furono tanti gli italiani a farlo, cercava di integrarsi negli stati di destinazione, acquisendone la cittadinanza: in tal caso si perdeva quella italiana, diventando soggetti ad altro sovrano, Re o Repubblica che fosse, salvo che per l'acquisto della cittadinanza straniera non fosse richiesto un atto di volontà del cittadino italiano di rinuncia alla cittadinanza italiana (acquisto automatico della cittadinanza straniera). Oggi la nuova cittadinanza può aggiungersi a quella italiana. In passato, passare sotto il dominio di un altro sovrano comportava la liberazione da quello del precedente sovrano; ora si può  partecipare  democraticamente a più collettività politiche. La legge italiana comunque da molto tempo prevede la possibilità di acquistare la cittadinanza italiana da parte di stranieri discendenti da avi cittadini italiani, qualora possano ricostruire in maniera affidabile il proprio albero genealogico e quindi documentare la discendenza. Con la Repubblica  e la sua Costituzione, con tanti diritti sociali, la cittadinanza italiana è divenuta più ambita dagli stranieri discendenti da avi italiani, i quali, acquistatala hanno diritto di voto alle elezioni politiche benché non più o  mai residenti in Italia. E' ambita anche dagli stranieri integrati in Italia, per lo stesso motivo per cui i nostri emigranti ambivano la cittadinanza dei Paesi di destinazione: a fine di realizzare la piena integrazione sociale. Con la Repubblica è divenuto prevalente, per quanto riguarda la cittadinanza, il profilo della partecipazione  all'organizzazione sociale, molti diritti e molti doveri. Questo dipende dal suo carattere di democrazia popolare di lavoratori. Di lavoratori che, partecipando alla politica nazionale, si liberano da tutti gli ostacoli che si frappongono alla loro piena integrazione mediante la partecipazione democratica al governo. Da regnicoli, sudditi in dominio del sovrano, sia pure con garanzie democratiche, si è stati riconosciuti come cittadini nelle mani dei quali è il destino della nazione, partecipi e quindi responsabili di fronte alla storia. E' lo sviluppo dei processi democratici che ha fatto attenuare il principio per cui si cadeva nel dominio dello stato in quanto  discendenti da persone già assoggettate, in quanto cittadine, a quel dominio.   Le varie leggi che si sono susseguite per regolare la cittadinanza hanno progressivamente facilitato l'acquisto della cittadinanza per gli stranieri discendenti da avi italiani e anche per gli stranieri integrati in Italia. Per i primi c'è l'idea che la perdita della cittadinanza o il mancato acquisto per discendenza li abbia sfavoriti, e non è sempre così. Per gli altri si tratta di riconoscere una loro condizione effettiva.  Oggi abbiamo cittadini che, dal punto di vista culturale, sono stranieri, e stranieri che, dal punto di vista culturale, sono cittadini. Un paradosso. Il caso di questi ultimi crea più problemi perché è un ostacolo serio allo sviluppo nazionale e rende instabile la società. La cittadinanza crea una rete di solidarietà nella quale è importante includere chi è integrato nella società italiana e richiede il riconoscimento di questa sua condizione, rendendosi disponibile ad onerarsi dei relativi doveri. Dal 1990 l'immigrazione verso l'Italia è divenuta pari all'emigrazione dall'Italia. Si rende necessario adeguare la legislazione ordinaria a questo epocale fenomeno umano. La Costituzione è già pronta.
  La Costituzione infatti prevede una Repubblica fatta anche di persone non italiane di stirpe, lingua e cultura: all'art.3 dichiara infatti che i cittadini  non si distinguono per etnia (discendenza), lingua, altre condizioni personali e sociali.  Chi si oppone al riconoscimento dell'integrazione degli stranieri da noi pensa a una cittadinanza fatta di etnialingua  e cultura:  questa non è la concezione accolta dalla Costituzione. Infatti più volte la Corte Costituzionale è intervenuta per correggere la legislazione sulla cittadinanza dove contrastava maggiormente con i principi costituzionali.
  La legge che  è (ancora) in discussione in Parlamento e impropriamente chiamata sullo ius soli  intende facilitare l'acquisto della cittadinanza a persone figlie di genitori stranieri ma già completamente integrate nel contesto sociale nazionale per essersi formate da piccole da noi. La lingua e la cultura non contano di per sé, ma in quanto indicano quella piena integrazione sociale. L'esclusione di gente già così integrata da essere indistinguibile dagli altri italiani è ingiusta, è una violazione dei diritti umani fondamentali riconosciuti dall'art.2 della Costituzione.
 Quando all'Unione Europea, è vero che si sta costruendo una cittadinanza europea, ma, per ora, lo si fa a partire dalle cittadinanze nazionali, la cui disciplina viene lasciata alle regole stabilite dagli stati membri. Storicamente l'Unione Europea ha suscitato un grandioso movimento di estensione della cittadinanza europea integrando molti degli stati dell'Europa Orientale che fino alla fine degli anni '80 furono dominati da regimi comunisti. Popoli interi che storicamente ci erano stati nemici sono stati integrati tra noi. E il processo è ancora in corso. 
  I Costituenti che lavorarono tra il 1946 e il 1947 non avevano davanti lo scenario di oggi. La decolonizzazione non era ancora avvenuta. I popoli colonizzati erano profondamente integrati con gli stati europei colonizzatori. Dispiacque perdere le nostre colonie in Libia, Somalia ed Etiopia. Così come, nei decenni  successivi, dispiacque a britannici, francesi, spagnoli e portoghesi perdere le loro. Cercarono di fare di tutto per mantenerle e, comunque, per mantenere una egemonia culturale, politica ed economica anche dopo la concessione dell'indipendenza nazionale. Non c'era assolutamente la piccineria xenofoba che si sta sviluppando oggi in Europa e che, al limite, può essere compresa in nazioni che furono sempre ai margini della grande  storia. Si parla di fascismo, ma il fascismo italiano non fu xenofobo, anzi pensava di ricreare un grande impero multinazionale mediterraneo, sul modello di quello dell'antica Roma: andava in cerca degli stranieri. 
  La paura dello straniero, in quanto "diverso", viene oggi utilizzata dai populisti per distogliere l'attenzione dalle vere cause della sofferenza sociale attuale, che sono le storture dell'economia dominata dall'ideologia neoliberista, quella che ha dato a chi può la libertà di arricchirsi senza tener conto delle vite  e delle sofferenze altrui. Negli Stati Uniti d'America vediamo, ad esempio, i proletari che, dietro la parola d'ordine della xenofobia, si sono alleati con uno dei più briosi capitalisti neoliberisti, per il quale l'unico buono contratto è quello in cui lui vince e l'altro perde.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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