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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 4 dicembre 2017

Rischio d’impresa

Rischio d’impresa


 Miracolo dei miracoli è l’essere umano!
 Naviga i mari in tempesta dominandone i venti e d’anno in anno vince la Terra, l’antica e tenace Dea, rivoltandone i campi con l’aratro e la fatica dei cavalli.
[…]
  Stupefacente ciò che riesce a fare, a volte nel male, a volte nel bene.
  Onora la patria se rispetta le leggi immortali, ma non ha patria il malvagio: via, lontano da me, chi è così e che io non lo segua mai!
[parafrasi libera di un brano dalla tragedia Antigone  di Sofocle (autore greco del 5° secolo dell’era antica)]

[dall’enciclica Laudato si’  di papa Francesco - 2015]
 Le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. L’intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia. La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione.
[…]
  Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?
[…]
 Signore Dio, Uno e Trino, 
[…]
Illumina i padroni del potere e del denaro
perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli,
e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.


  Vi è chi può essere infastidito dagli ampi richiami che faccio alla dottrina sociale. Ho due buoni motivi per farlo: mi rivolgo in primo luogo a persone di fede della mia confessione religiosa e poi gli scritti che cito sono efficaci e sintetici manuali  di azione sociale, come raramente se ne trovano in giro. Sono il frutto di un lavoro collettivo di persone colte che cercano anche di essere buone. Oggi la Chiesa cattolica è la più potente ed estesa scuola  di formazione alla politica che c’è in Italia. Con i documenti Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo, del 2013, e Laudato si’, del 2015, ha preso espressamente posizione sulle cause delle maggiori sofferenze umane contemporanee, individuandole nel modello di sviluppo prevalente e, in particolare, nell’organizzazione dell’economia e della finanza, vale a dire della produzione e dei traffici di denaro. Fino al recente passato, e da molte parti ancora oggi, occuparsi di questi temi nel modo in cui lo fa la dottrina sociale venne considerato sovversivo.
  Si parte alla considerazione che la politica è dominata da chi è riuscito a controllare l’economia e la finanza. Questo dominio politico è analogo, ed è ottenuto con gli stessi metodi, a quello che si esercita sui consumatori. Si esorta ad un cambio di mentalità e alla riforma sociale. Ad un attivismo virtuoso dei popoli, a partire dai consumatori. Nei documenti della dottrina sociale a partire dal 1941 si trovano approfondimenti sul metodo democratico che deve guidare quest’azione di riforma. Ma ancora non abbiamo avuto un documento espressamente dedicato dalla democrazia, contro la quale la più antica dottrina sociale aveva molti pregiudizi.
  Nell’era antica, quella in cui si sono formate le nostre scritture sacre, l’economia era molto diversa dall’attuale, che in Europa possiamo far iniziare dal Quattrocento, verso la fine del Medioevo.  Si tratta di un modello di sviluppo, questo degli europei, che ha fatto scuola nel mondo e che è stato anche strumento del loro lungo dominio globale, che solo di questi tempi sembra sulla via del declino. E’ impressionante notare tuttavia che anche Africani e Asiatici, vale a dire le genti degli altri mondi  sociali che la colonizzazione europea non è mai riuscita ad annientare, vestono all’europea e adottano ancora costumi di vita degli europei, questo in particolare per chi tra loro è al potere.
  Il modello di sviluppo che  domina attualmente a livello mondiale è riconducibile al capitalismo e, più precisamente, è organizzato secondo vari tipi di capitalismi.
  Nel capitalismo l’organizzazione della produzione, del commercio e della circolazione del denaro lascia ampi spazi di libertà ai privati. Queste libertà sono garantite da leggi locali e internazionali.
  Il  capitale  sono le risorse investite, vale a dire impiegate, nella produzione e nel commercio. La finanza privata è un’impresa in cui si investe nei traffici di denaro. Si investe per conseguire un profitto, vale a dire qualcosa di più di ciò che costa produrre e commerciare. Producendo e commerciando si hanno dei  ricavi.  Il profitto è ciò che rimane tolti i costi  di produzione e le tasse, ciò che si deve versare alle istituzioni pubbliche per servizi nell’interesse comune. Tra i costi di produzione vi è quello del lavoro, vale  a dire le retribuzioni.
  Da questo risulta chiaro che quando, in un’economia capitalistica, si invoca la  riduzione del costo del lavoro  e delle  tasse, si mira all’aumento dei profitti dei capitalisti, che sono coloro che hanno investito in imprese di produzione e commercio risorse da loro stessi controllate  e si attendono dall'attività di impresa un profitto.
  Il rischio d’impresa  è quello di perdere il capitale investito. Si cerca di ridurlo investendo soldi non propri, ma di altri, facendoseli affidare in varie forme. Riescono a farlo soprattutto i grandi capitalisti, quelli che controllano le organizzazioni d’impresa maggiori. Un altro metodo è quello di non investire direttamente nella produzione e nel commercio, ma indirettamente, prestando  denaro alle imprese che producono e commerciano beni della vita, escluso il denaro. Questo consente di investire  di meno lì dove c’è più rischio e di tenere al riparo i capitali dai rivolgimenti del mercato. Queste strategie di riduzione del rischio d’impresa richiedono l’intermediazione di speciali imprese che sono le banche. In periodi di crisi esse sono sotto pressione. Le banche sono indispensabili per farsi affidare denaro altrui, da investire in un'impresa, e nel trasferire, e mettere al sicuro, il capitale in occasione di certi periodi sfavorevoli. 
  I capitalisti mirano al profitto e possono arrivare a controllare un potere sociale molto grande, tanto più grandi sono le imprese da loro dirette e tanto più importanti per la vita delle persone i beni che producono. Il profitto è interesse privato. Una società non può sopravvivere se tutti pensano solo al proprio interesse privato. Occorre pensare al bene comune, vale a dire di tutti. A questo servono le istituzioni pubbliche. Per quanto nelle società in cui opera il capitalismo l’organizzazione d’impresa sia libera, le istituzioni pubbliche creano norme per evitare che gli interessi privati distruggano la società. Questo finirebbe anche per danneggiare le stesse imprese private. Tra gli interessi privati pericolosi vi sono quelli delle organizzazioni criminali, che operano come parassiti sociali, cercano di dominare con la violenza e la frode. Ma vi sono anche quelli che sfruttano troppo l’ambiente o i lavoratori, mettendo in pericolo la salute e la vita della gente. I  controlli sociali,  come le tasse, rientrano, però, dal punto di vista dei capitalisti, nei rischi d’impresa, in ciò che diminuisce i profitti e mette in pericolo i capitali investiti. E questo può dirsi anche per le tasse, ciò che devono versare nell'interesse di tutti.
  L’economia capitalista è caratterizzata da cicli: da alti e bassi, da momenti di espansione e di contrazione. Non si tratta di fenomeni naturali, ma sociali. Si cerca di controllarli, in particolare cercando di ottenere una rappresentazione realistica delle condizioni delle imprese, in modo da prevenire gli effetti più negativi delle crisi. Questo, dal punto di vista dei capitalisti, è un rischio d’impresa, e allora cercano, in genere, di tenere riservate fino a che si può le crisi dell'impresa, anche per consentire ai capitali di sganciarsi,  di abbandonare per primi la nave che affonda, e comunque di poter prendere ancora denaro in prestito per provare a superarle. Le strategie dei capitalisti per affrontare i cicli economici sfavorevoli, in cui è più alto il rischio d'impresa, di perdere il capitale, sono: cercare di ottenere denaro in prestito dal sistema bancario; cercare di procurarselo dal pubblico degli investitori di massa, vendendo azioni (quote di partecipazione in una società che gestisce un'impresa) od obbligazioni (prestiti fatti alle imprese); cercare di  ottenere risorse pubbliche, sotto forma di sgravi fiscali (pagare meno tasse di ciò che si dovrebbe), incentivi a fondo perduto, prestiti agevolati, finché si può; non dare troppa pubblicità ai risultati in perdita della gestione; alla fine,  trasferire  rapidamente al sicuro la maggior parte del capitale investito, il capitale di rischio. Non di rado, quando viene dichiarato il fallimento di una impresa, e quindi quando essa viene chiusa d'autorità, rimangono mura e attrezzatura in affitto, che quindi appartengono ad altri e a loro devono essere restituite, poche materie prime e prodotti invenduti (di solito, alle avvisaglie di una crisi terminale, si cerca di liquidarli accettando qualsiasi prezzo), tanti debiti (verso banche e fisco) e lavoratori disoccupati con i loro crediti da retribuzione e trattamento di fine rapporto (ciò che dovrebbero avere al termine del rapporto di lavoro e che da qualche anno deve essere accantonato, e quindi messo al sicuro,  presso un'istituzione pubblica, l'INPS, o presso fondi pensione). I capitali, se si è stati scaltri e tempestivi, spesso sono riusciti invece a sganciarsi, in modi leciti o anche non leciti; e in quest'ultimo caso recuperarli è molto difficile perché per loro non esistono frontiere e possono girare rapidamente per tutto il mondo attraverso i circuiti bancari internazionali. 
  Tutti i controlli organizzati dalle istituzioni pubbliche in ambiente di economia libera devono rispettare certi diritti di libertà, previsti addirittura a livello costituzionale. Questo comporta che non possano essere più di tanto pervasivi. Così accade che certe anomalie vengano alla luce troppo tardi. Chi domina l’economia cercherà sempre, attraverso compromessi con la politica o addirittura arrivando a controllarla direttamente, di ridurre ogni  rischio d’impresa, per aumentare e mettere al sicuro i profitti e conservare il capitale, e ciò vale per tutti i rischi d’impresa che ho sopra indicato, compresi quello collegato ai controlli pubblici sulla gestione e quelli legati alla prevenzione dei danni ambientali e alla sicurezza delle persone. Quando vi riesce si generano i problemi descritti nell’enciclica Laudato si’. Gran parte del dibattito pubblico di questi tempi sui temi dell’economia e della finanza riguarda gli argomenti che ho sopra sintetizzato.
  Concludo osservando che da una politica di destra  ci si aspetta di solito  che tenda a ridurre i rischi d’impresa, da una politica di sinistra una intensificazione dei controlli sociali. Questa è una delle più marcate differenze tra politiche di destra e di sinistra, delle quali però, in genere, vedo che non si ha più molta consapevolezza. Bisogna tener conto, però che, destra e sinistra, tutti convengono che regole dell’economia privata nell’interesse sociale  vi debbano essere. Infatti, in mancanza di un certo livello di onestà, e quindi di affidabilità, negli affari, sono gli stessi affari a risentirne e quindi il capitalismo. Ma prima di tutto ne risentono l'ambiente, il piccolo risparmio, la vita e la sicurezza dei lavoratori, ma anche tutta la società, per la quale diminuiscono le risorse per gli interessi comuni che si dovrebbero ricavare prelevando, con le tasse, una quota della ricchezza privata prodotta.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



  

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