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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 21 dicembre 2017

Estraneità

Estraneità

  La parola estraneo ci viene quasi uguale dal latino, in cui si diceva extràneus e veniva da extra  che significava fuori. L’estraneo è quindi chi viene da fuori, ad esempio lo straniero. Come riconoscere l’estraneo e perché? Questo è un problema di chi è  dentro  un certo ambiente sociale e vuole delimitarlo. Ad esempio si trova in famiglia: gli estranei sono gli altri. O in una società che considera sé stessa una specie di famiglia allargata. E’ la qualità delle relazioni che definisce un certo gruppo sociale rispetto ad altri soggetti che vengono individuati come  estranei. In certe situazioni, come al supermercato, alla stazione o all’aeroporto, ambienti con relazioni molto superficiali e formalizzate, per cui tutti seguono norme elementari di condotta, si è più o meno tutti estranei rispetto agli altri e questo non disturba. In una grande città in genere si gira in questa condizione. Guidiamo automobili in mezzo a fiumi di altri veicoli che il più delle volte saranno vicino a noi una sola volta nella nostra vita: mai più li incontreremo. Roma è una piccola città al confronto con i più grandi agglomerati urbani del mondo, le  megalopoli: in queste ultime l’estraneità sociale raggiunge il suo massimo grado. Tutti sopportiamo un certo grado di estraneità sociale, ce ne andiamo in giro avvicinando ambienti sociali in cui non siamo ammessi, in relazione ai quali siamo estranei, ma, e questo è molto importante capirlo, per la nostra felicità è necessario che almeno una parte della nostra vita non si svolga in condizione di estraneità, è vitale essere inclusi in quelle che la nostra Costituzione definisce all’art.2  formazioni sociali,  indispensabili per lo svolgimento della propria personalità. Quando dico  vitale  parlo nel vero senso della parola: è questione di vita o di morte. L’inclusione sociale non è qualcosa di accessorio, che può esserci o non esserci. Essere respinti nei propri sforzi di superare l’estraneità sociale è causa di intensa sofferenza e, alla fine, uccide. I più disperati, alla fine rinunciano. Non bisogna pensare che sia il caso solo di persone ai margini della società: la condizione della vecchiaia conduce a questo e, quindi, tocca a tutti. Dopo i sessant’anni si sperimenta una crescente estraneità sociale: è una condizione che da chi la vive viene descritta come un diventare invisibili. Si viene guardati ma non visti. Che uno ci sia o non ci sia non fa differenza per chi sta intorno: questo crea un grave dolore per chi si trova gettato nella condizione di estraneo e mina le possibilità di sopravvivenza. Si tratta di situazioni difficili che sono più diffuse di quanto in genere si pensi, soprattutto nelle grandi città, in cui, vivendo la maggior parte del tempo da estranei gli uni per gli altri, le relazioni sociali spesso degradano. La condizione di estraneità viene vissuta, ad esempio, quando a scuola si diviene vittima del bullismo, dell’aggressione sistematica di un gruppo di violenti della classe, o da chi giunge da noi da straniero in emergenza, fuggendo da minacce e pericoli per cui decide di giocarsi il tutto per tutto senza poter badare alle procedure amministrative che condizionano l’ammissione in altri stati: se ne va e chiede aiuto dove arriva. Chiedere aiuto: è profondamente umano. Significa implorare di superare l’estraneità, di essere riconosciuti. Negare questo riconoscimento significa  uccidere: dal punto di vista religioso  è un peccato sociale (che non significa impersonale, ma individuale e condiviso) gravissimo, la violazione del comandamento dell’agàpe, della sollecitudine misericordiosa che è la principale manifestazione del divino, tanto che è scritto che il fondamento è agàpe.
  Respingere la gente nella condizione di  estranei è un fatto anche politico, è un aspetto del governo della società. Ci sono ideologie politiche che su di questo hanno costruito il proprio fondamento. Sono più diffuse di quanto si sia disposti ad ammettere. Assumono diverse denominazioni e usano diverse strategie. Al fondo c’è l’idea che una certa società sia inquinata  da estranei e che per salvarsi  occorra rimuovere questi ultimi. Come sono arrivati questi estranei? A volte li si è pensati come  parassiti  sociali, gente che vive alle spese di altri opportunisticamente. Questa era l’idea del nazionalsocialismo storico, hitleriano. Esso progettò ed eseguì lo sterminio di coloro che considerava parassiti sociali, e lo fece, da un certo punto in poi, utilizzando un antiparassitario letale anche per gli esseri umani, il gas Ziklon B. Ma sono espressione del medesimo modo di pensare anche i massacri di italiani in Venezia Giulia e Dalmazia da parte dei comunisti iugoslavi negli anni ’40, non giustificabili con l’ideologia comunista dell’epoca, che era internazionalista e fortemente inclusiva. Gli eccidi furono giustificati da una sorta di vendetta etnica, primordiale, ma anche con ragioni politiche, quelle che avevano condotto ciclicamente ad analoghe stragi in Unione Sovietica: al fondo ci fu l’esigenza di cambiare, e migliorare, la società annientando coloro che per etnia od orientamento politico si prevedeva le sarebbero rimasti irriducibilmente estranei. L’idea di ributtare a mare i rifugiati che arrivano da noi dall’Africa è nella stessa linea, così come quella di  costruire muri  per bloccare le migrazioni. Bisogna capire che la costruzione di un muro ha due funzioni: fermare chi arriva da fuori, gli  estranei, ed espellere al di là del muro chi è riconosciuto come estraneo dentro. Costruito un muro contro gli estranei fuori, subito iniziano attività di polizia per l’individuazione e l’espulsione degli estranei  dentro. Le politiche di esclusione stanno affermandosi un po’ in tutte Europa e negli Stati Uniti d’America. Storicamente gli italiani ne sono stati colpiti. In molti stati occidentali gli italiani sono stati addirittura il modello dell’estraneo. E’ stato molto duro per gli emigrati italiani superare questa condizione di estraneità.  E’ una condizione che è stata evocata qualche giorno fa dall’annuncio di un ministro austriaco dell’intenzione di concedere la cittadinanza austriaca agli altoatesini di lingua (etnia?) tedesca o ladina, un provvedimento che, se attuato, finirebbe per gettare nella condizione di estranei gli altoatesini di lingua (etnia?) italiana. Ho l’età per aver potuto sperimentare quel tipo di esclusione. Negli anni ’70 mio padre mi mandò a Dublino, in Irlanda, a imparare l’inglese, lì c’erano gli skin-heads, le teste pelate, che andavano a rompere l’anima agli stranieri, e noi italiani, un gruppo molto numeroso, eravamo il loro bersaglio preferito. “Mario, attento agli skin-heads” mi diceva la signora che mi ospitava laggiù. E io, quando li vedevo, scappavo a gambe levate, e quelli dietro. All’epoca correvo veloce, non sono mai riusciti a mettermi in mezzo. Una volta cominciarono a tirare sassi dall’altra parte del  canale che costeggiava la strada che noi stranieri facevamo per andare al college dove studiavamo. Fu colpito alla testa un ragazzo spagnolo che svenne. Ricordo di  quei fatti di allora  e mi meraviglia che qualcuno da noi possa prendere quella via e circondarsi di bandiere naziste. Lo sanno che per i nazisti tedeschi gli italiani erano un razza  inferiore tra le altre? Ma il pregiudizio era diffuso anche negli Stati Uniti d’America. Il personaggio di Gambadilegno nei cartoni animati in lingua angloamericana parla con un forte accento italiano: era l’italiano come visto dagli statunitensi di ceppo inglese/tedesco/irlandese, un energumeno grosso, peloso, incolto, dedito irriducibilmente al crimine.
  Pensare di migliorare la società cacciando gli estranei  è un rimedio che storicamente si è dimostrato sbagliato, oltre che un proposito malvagio, profondamente antireligioso. La lotta agli estranei genera solo più violenza e quindi più infelicità. Perché le società violente sono società infelici. Per migliorare la società occorrono politiche che servano a far superare l’estraneità sociale, come, ad esempio, una legge che conceda la cittadinanza, eliminando la condizione di estraneità sociale, alle persone che, nate da stranieri, da giovani si sono formate da noi e sono ormai integrate come italiane in società, attendendo solo un riconoscimento  formale che consenta loro di partecipare  completamente, nei diritti ma anche nei doveri. E’ anche su questo che dovrà decidere la classe parlamentare che contribuiremo ad eleggere nel marzo prossimo. Potendo scegliere, saremo anche responsabili di quella scelta. Davanti a chi? Davanti alla storia, sicuramente. Davanti ai nostri concittadini. Ma c’è anche una responsabilità religiosa in cose come queste. Non uccidere: è uno dei Comandamenti. Conta ancora qualcosa per noi la religione? A volte mi pare che sia considerata come quella che certi teologi definiscono sconsolatamente la ciliegina sulla torta: una cosa che è bella da vedere e da gustare, ma che può anche non esserci e che, quando si va al sodo sulle cose che contano, non deve essere d’impaccio. Dobbiamo però essere consapevoli di questo: prestando credito ai violenti, a quelli che vogliono espellere, respingere, discriminare con il pretesto di migliorare la società, avremo una società più violenta e quindi più infelice, peggiore. E potrebbe toccare anche a noi stessi, alla fine,  essere discriminati, così come a tutti inizia ad accadere da vecchi. Allora, una volta creata una società più violenta, in cui ognuno è lasciato solo con la sua sofferenza e invitato a non rompere l’anima con i suoi problemi, a fare da solo, e quindi isolato nella condizione di estraneo in cui è caduto per le difficoltà della vita, a chi ci rivolgeremo quando capitasse a noi di essere abbattuti  nella condizione di estranei, di mendicanti di solidarietà? Una volta incattivita la società per reagire contro gli estranei…
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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