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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 7 dicembre 2017

Servizio di Stato

La preghiera

Come dolce prima dell’uomo
Doveva andare il mondo.

L’uomo ne cavò beffe di demoni,
La lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.

La vita gli è peso enorme
Come liggiù quell’ale d’ape morta
Alla formicola che la trascina.

Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.

Oh! rasserena questi figli.

 Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.

Sii la misura, sii il mistero.

Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.

 Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
[Giuseppe Ungaretti - 1928 - dalla raccolta Sentimento del Tempo]

Servizio di Stato


   Discuto in giro delle cose d’Italia con la gente che incontro e mi sembra che pochi abbiano la consapevolezza di ciò che è in questione nelle elezioni politiche del prossimo marzo. Se ne escono spesso con frasi di circostanza di sfiducia verso i politici, intendendo quelli che della politica hanno fatto una professione e, in particolare, quelli tra loro che hanno avuto successo e determinano l’indirizzo di governo. Non mi pare che si riesca a fare differenze tra chi è più e tra chi è meno affidabile. In genere non si ha un contatto vivo con gli eletti. Il mondo della politica è visto come il regno dell’arbitrio e dell’interesse privato. Che servirebbe, allora, perdere tempo a ragionare su come votare? A che serve, in definitiva, votare, se poi tutto andrà sicuramente come prima? L’anti-politica  sta tutta qui. Sta in un sentimento di impotenza sfiduciata. Allora vi è anche, oltre a quella di non votare,  la tentazione di votare strano, per ribaltare tutto. Cambiare tutto: significa fare una rivoluzione, passare da un ordine ad un altro, ma comunque ad un altro ordine, diverso  ma pur sempre ordine. Se l’agitazione sociale non ha questo obiettivo è effettivamente impotente: perché non cambia nulla. Per cambiare occorre progettare e per progettare occorre capire.
  Capire  è faticoso, si perde tempo, e, paradossalmente, in una società opulenta come la nostra, i più ne hanno poco. Come accade? Ecco, questa è una delle cose da capire. Com’è che, in una delle società più ricche dell’Occidente, siamo sempre affannati, insicuri, travagliati nella nostra vita quotidiana? Sofferenza sociale diffusa in una società ricca: è l’indice di qualcosa che non va. i sociologi le danno un nome: diseguaglianza. La ricchezza prodotta nella società non si distribuisce equamente, vale  a dire mettendo al sicuro le vite di tutti, non dico dando a tutti la ricchezza, l’opulenza, ma ciò che è sufficiente a impedire l’infelicità acuta. Un lavoro, una casa, l’istruzione, la possibilità di farsi una famiglia e di  coltivare la vita dello spirito. Tutto questo, ai nostri giorni, sembra un lusso, un di più, qualcosa per cui ci si deve dannare e che, quando si raggiunge, è sempre in pericolo, si può perdere da un momento all’altro. I programmi di vita a lunga scadenza, così, saltano. E se uno non sogna più la felicità, allora si disamora alla vita. Tutto questo non è caduto dal cielo come la pioggia, né si è prodotto per virtù propria dalla terra, come i terremoti: non è un fatto naturale. E’ il risultato di politiche che hanno prevalso in Occidente dagli scorsi anni Ottanta. Queste politiche, nel complesso, hanno avuto il consenso della maggioranza degli elettori, senza che si possa fare distinzione tra destra e sinistra, benché quelle politiche siano connotate da idee di destra, quindi con molto rilievo sulla proprietà delle cose e delle aziende e sulla libertà di fare impresa senza oneri e controlli sociali.
  Ciò che è stato fatto politicamente, può essere disfatto per la stessa via. Ma prima occorre capire bene se si debba cambiare e, soprattutto, come. Questa è la scelta delle scelte che faremo nel prossimo marzo. Cambiare, dopo, potrebbe essere più difficile, perché è tanto tempo che si va in una direzione, sono cambiate tante cose, che cambiare in senso contrario si fa sempre più difficile, in particolare perché è stato molto cambiato l’agente istituzionale che potrebbe realizzare il cambiamento, vale  dire lo Stato.
  Bisogna avere ben chiaro che chi parla di  rivoluzioni fiscali,  nel senso di  meno tasse, e di meno Stato  pensa che quello che si è fatto negli ultimi quarant’anni circa sia andato nella direzione giusta. A queste idee è collegata quella che la pubblica amministrazione debba essere organizzata al modo delle imprese commerciali. In queste ultime vediamo che il controllo dei livelli inferiori delle strutture organizzative è ottenuto mantenendoli in una condizione di insicurezza, quindi con la prospettiva del licenziamento o della retrocessione in caso di insubordinazione. Il campo più vasto della pubblica amministrazione in cui si è iniziato a sperimentare questo modello è stato quello della scuola: si è parlato di dirigenti scolastici  / manager, con molti più poteri, anche di assunzione, e legati, nella valutazione del loro lavoro,  a risultati in termini essenzialmente di soddisfazione dell’utenza (genitori degli alunni) e di risparmio nell’impiego delle risorse materiali e umane. Non va bene? Perché? Fondamentalmente c’è il problema che alla scuola sono state assegnate risorse molto scarse: gli edifici scolastici pubblici cascano e pendono e gli insegnanti pubblici sono pagati troppo poco, quindi, in particolare non hanno modo di aggiornarsi (aggiornarsi costa, si fa in gran parte sui libri: quanti più se ne leggono, tanto più si sa, ma prima di leggerli bisogna averne la disponibilità; e poi occorrono altre attività di formazione, tutte con un costo). In una situazione così il dirigente è spinto a spremere  i dipendenti cercando ottenere da loro servizi supplementari che non rientrano in ciò che, in base al contratto di lavoro, competerebbero loro. E comunque a tacitare le proteste con il peso della gerarchia e la minaccia di togliere certi benefici retributivi. Infatti una componente dello stipendio degli insegnanti dipende sostanzialmente da ruoli che vengono assegnati discrezionalmente (vale a dire senza dover attenersi a un qualche criterio prefissato dettagliatamente prima della decisione) dal dirigente. Ma, poi, soddisfazione degli utenti e risparmio possono essere veramente i principi supremi di una scuola pubblica? Quest’ultima nacque storicamente per fare gli italiani dopo che con l’unificazione nazionale era stata fatta l’Italia. Per questo da sempre è stata oggetto di una certa diffidenza da parte del Papato, il quale, nella questione dell’unità nazionale, fu a lungo tra gli oppositori e, dunque, non ritenne un valore fare gli italiani. E ancora oggi vorrebbe fare più spazio alla proprie  scuole. La scuola pubblica è funzionale all’affermazione della democrazia politica, ha come principale obiettivo quello di fare cittadini di uno stato democratico, rendendoli consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri e capaci di esercitare virtuosamente e responsabilmente il potere politico che appartiene ai cittadini in democrazia. Non è un’impresa come le altre in cui si vuole minimizzare i costi per massimizzare i profitti. Cambiando  la scuola pubblica e avvicinandola all’organizzazione delle imprese si svalorizza la democrazia.
  Dico pubblico  e direi meglio statale. Infatti sto parlando della scuola statale: di servizio di Stato. E’ appunto il servizio di Stato che si è voluto cambiare, sull’esempio di ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti d’America. Siete soddisfatti, colleghi genitori, del risultato? Questa è una delle cose in ballo nelle prossime elezioni politiche. Continuiamo per questa strada o cambiamo?
 I principi costituzionali che riguardano il servizio di Stato non sono gli stessi di quelli che si applicano nelle imprese. Ad esempio bisogna agire in modo imparziale, che significa  con giustizia (art.97, 2° comma, della Costituzione). Non si è al servizio di un qualche obiettivo  particolare o di una qualche scala gerarchica, come nelle imprese, ma  della Nazione (art.98 della Costituzione). Di regola le assunzioni avvengono mediante concorsi, procedure in cui si decide con giustizia chi in un certo momento è più idoneo di altri per un certo posto pubblico, non a discrezione di un dirigente, a sua volta scelto discrezionalmente dai dirigenti superiori. Chi è esposto alla discrezionalità  dei superiori, non alla loro giustizia, è meno libero, non è al servizio della Nazione, ma del superiore da cui dipende la sua vita. Si deve agire con disciplina e onore (art.54 della Costituzione): l’onore  è un correttivo della  disciplina. Non ogni cosa può essere pretesa da un impiegato pubblico per disciplina. Perché c’è l’onore. Onore  significa sottomissione solo ai principi costituzionali e alle leggi, significa giustizia e impegno per la giustizia. L’impiegato pubblico, in certe condizioni, ha il dovere di  resistere  ad ordini disonorevoli. E’ per questo che, ancora oggi, il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti è più stabile e sicuro di quello degli altri lavoratori. Non si è ancora ardito di farne dei dipendenti come tutti gli altri, esposti totalmente alla discrezionalità dei livelli superiori dell’organizzazione. Però si è proceduto per questa via. Dalle prossime elezioni dipenderà se si continuerà per questa strada fino alla fine. Una volta cambiata radicalmente l’organizzazione statale, poi sarà difficile, molto difficile, cambiare, in particolare nel settore scolastico, dove gli insegnanti statali sono oltre un milione. Una scuola organizzata come un’impresa privata, non solo con i pregi ma anche con i molti difetti dell’impresa privata, non ultimo un certo servilismo che viene indotto dalla sottomissione a sua volta dipendente dall’essere in mani altrui, discrezionalmente, poi inciderà nell’istruzione degli alunni inducendo in questi ultimi i propri principi organizzativi, quindi insegnando come un valore la sottomissione e la gerarchia discrezionale, per cui chi comanda su altri può farne ciò che crede, discrezionalmente, senza trovare ostacoli in principi di giustizia e, innanzi tutto, proponendo come un ostacolo la giustizia.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

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