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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 6 dicembre 2017

Impresa mondo totalitario


Eterno il suo amore per noi

Poter dire anche noi, ognuno di noi:
egli si è degnato di chiamarci alla vita,
chiamando ciascuno per nome:
eterno il suo amore per noi.

E ci ha dato una mente e un cuore,
e occhi e mani, e sensi;
e la donna ha dato a perfezione dell’uomo:
eterno è il suo amore per noi.

E pur se provati da mali e sventure,
potati come vigne d’inverno,
visitati dalla morte,
almeno qualcuno riesca a dire:
eterno è il suo amore per noi.

Che tutti gli umiliati e offesi del  mondo,
questo immenso oceano di poveri,
possano un giorno insieme urlare:
eterno è il suo amore per noi

David Maria Turoldo



Impresa mondo totalitario

  Storicamente l’esperienza democratica è legata a quella del mercato. Anticamente il mercato era uno spazio fisico, ad esempio una piazza, dove si andava a vendere e comprare. Bisognava garantire la sicurezza di venditori e acquirenti e delle merci scambiate.Le merci venivano esposte, potevano essere confrontate, e il prezzo si faceva contrattando. Gli acquirenti potevano esaminare la merce offerta e potevano rendersi conto se rispondeva effettivamente alla qualità decantata dal venditori. La merce a volta arrivava da molto lontano, passando di mano in mano nel viaggio: occorreva garantire la sicurezza anche di questi traffici. Al mercato erano necessarie una certa libertà, una certa sicurezza e, nelle contrattazioni, una certa idea di uguaglianza tra le persone, anche a prescindere dalla loro condizione di cittadinanza. Oggi questo tipo di mercato c’è ancora, ma è diventata un’esperienza rionale, in qualche modo minore, anche se i mercati di quartiere sono ancora molto frequentati. Uno di questi, piuttosto grande, è in via Conti. Si fa tutti i giorni. Un altro, che si fa però solo un giorno alla settimana, è in via Val di Sangro: qui vengono venditori ambulanti ed è molto simile a certi mercati dell’antichità in cui arrivavano mercanti  da molto lontano. In genere, però, il mercato è diventato un sistema giuridico, non fisico, un insieme di relazioni economiche che vedono protagoniste imprese  molto grandi, con organizzazioni complesse, e i  consumatori. In questo contesto non c’è più uguaglianza tra le parti: le imprese  controllano, e in un certo senso dominano, quote  di consumatori mediante tecniche psicologiche piuttosto sofisticate che vengono chiamate con la parola inglese marketing, che è appunto controllo del cliente e induzione al consumo. In questo mercato non c’è parità nemmeno tra le imprese: quelle più forti tendono a dominare il mercato, anche se in Occidente, vi sono norme giuridiche per contrastare questa tendenza, che finisce per distorcere il mercato, in particolare nella formazione di prezzi equi.  Insomma, per quanto il mercato come lo si concepiva nell’antichità sia diventato un’esperienza residuale, si cerca di evitare che il mercato contemporaneo se ne discosti troppo, per contrastare posizioni dominanti  che finiscano per distruggerlo. Infatti dove non lo si fa, vi è il rischio che una posizione dominante evolva in monopolio, dove c’è un unico produttore e venditore di un certo prodotto e allora il mercato non c’è più. Un certo pluralismo è vitale per il funzionamento del mercato, e, innanzi tutto, perché vi sia un mercato.
   L’impresa è l’attività di produzione e commercio di beni e servizi. Viene svolta organizzando il lavoro in un’azienda, che comprende locali, macchine, materie prime e lavoratori organizzati in fabbriche e uffici. In un sistema capitalista, l’azienda è  di proprietà  del capitalista, vale a dire di chi  investe  il proprio denaro e altre risorse di proprietà nell’impresa, ad esempio per comprare locali, macchine, materie prime, o comunque per acquisirne la disponibilità e per assumere i lavoratori. L’azienda è organizzata dal capitalista. Quest’ultimo, di solito, è una singola persona fisica solo nelle piccole imprese. Di solito ci si associa e, allora, si formano delle società, che, per distinguerle più chiaramente da altre, vengono definite società commerciali.  Queste società possono diventare molto grandi e comprendere moltissimi  soci e allora il  capitale, le risorse investite  nell’impresa, può essere molto frazionato. In questi casi non è necessario, per controllare l’impresa, possederne la maggior parte, ma la quota  maggiore (non sono la stessa cosa). Nelle grandi imprese, le aziende non sono dirette, di solito, direttamente dai capitalisti, ma da loro incaricati, che possiedono particolari competenze e abilità professionali. Vengono chiamati con la parola inglese manager  che equivale al nostro  amministratore, ma ha una connotazione più precisa riferita alla gestione d’impresa. Il manager ha un’autonomia maggiore di un semplice dirigente aziendale. Nella gestione delle grandi imprese ci sono manager  a vari livelli. Al vertice troviamo quelli che nel gergo dell’aziendalistica, il ramo dell’economia che si occupa dell’organizzazione e gestione delle aziende, sono definiti con la sigla inglese C.E.O. che significa  Chief Esecutive Officer, che significa  amministratore capo e che, in italiano, si traduce meglio con  amministratore delegato.  Delegato da chi? Dal capitalista, vale a dire, nelle grandi imprese, da quelli che controllano la società che possiede l’azienda.
  Ora è chiaro che, mentre l’ideologia del mercato è legata a quella democratica, quella dell’impresa e dell’azienda non lo è. In quest’ultima conta la proprietà: chi possiede o, nel caso di proprietà collettiva, come accade nelle società commerciali, possiede di più, comanda e organizza. L’impresa, così, è un mondo totalitario, in cui il potere scende  dall’alto ed è indiscutibile ai livelli inferiori. Comanda un piccolo gruppo di manager  e lo fa in nome e per conto dei capitalisti che controllano  l’impresa, possedendone la quota maggiore. Gli scopi e i modi dell’attività d’impresa non vengono definiti da chi in essa semplicemente  lavora, ma dal management, vale a dire dal gruppo dei manager  di vertice.
  Come in tutte le organizzazioni complesse, anche nelle grandi imprese è difficile dominare tutti i settori di attività. Vengono assegnati obiettivi e date direttive organizzative, ma ogni centro, fabbrica o ufficio, ha una certa autonomia, vale a dire che l’hanno i manager che vi sono preposti. Il controllo è di tipo statistico e le valutazioni si fanno sulla base dei profitti programmati. Se quelli realizzati sono inferiori a quelli programmati ciò implica un giudizio negativo sul management.  Il dominio sui livelli inferiori viene ottenuto rendendo insicura la posizione di chi li dirige e di chi vi lavora. Ai livelli inferiori si deve avere la consapevolezza di essere in mani altrui, in quelle dei livelli superiori. Ecco perché ostacoli giuridici ai licenziamenti individuali sono poco graditi ai capitalisti e al management: rendono più difficile il controllo delle organizzazioni complesse. Se si ha la consapevolezza di essere in mani altrui, senza possibilità di difesa, quindi di poter perdere il  posto di lavoro  ad arbitrio dei superiori, questo favorisce la sottomissione  ai superiori, ai loro scopi, ai loro interessi. Questo risultato non è spontaneo nelle esperienze comunitarie, dove ognuno vorrebbe avere voce, così come avviene in democrazia. Indurre la  sottomissione  comporta di combattere ogni esperienza solidale nei livelli inferiori, nella, quale, coalizzandosi, si cerchi di farsi forza con il numero. Questa è l’attività svolta dai  sindacati dei lavoratori.  Capitalisti e management saranno quindi le  controparti  dei  sindacati dei lavoratori. Cercheranno di prevalere in due modi:   raggiungendo accordi con i sindacati più disponibili a compromessi e combattendo in azienda i sindacati meno duttili. Vi sono ancora, però, norme giuridiche che contrastano le condotte antisindacali di capitalisti e management. Però c’è il modo di eluderle. Accade, ad esempio, quando in una crisi aziendale in cui si cerchi di scorporare le unità meno efficienti, per poi chiuderle, gli iscritti ad un certo sindacato, ostile al management, si ritrovino in maggioranza in un bad company - ramo d’azienda in perdita, vale a dire nella parte dell’azienda destinata ad essere chiusa, senza che però, naturalmente, l’intento antisindacale sia dichiarato, ma con altre giustificazioni, basate su considerazioni riguardanti la riorganizzazione in vista di nuovi scopi aziendali. Si dice sostanzialmente che quei lavoratori non servono più, mentre la realtà è che non li si vuole più.
  Perdere il lavoro significa perdere i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia e la dignità. Cambia la vita. Si passa da una vita ad un’altra e quella di prima si perde. E’ per questo che la dottrina sociale riprova chi toglie il lavoro e fa rientrare questo nella violazione del non uccidere,  il quinto Comandamento.  
   «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide.» [Dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo di papa Francesco - 2013].
  La paura di perdere il lavoro rende docili, arrendevoli verso chi ha il potere di toglierlo e questo potere è tanto più grande quanto minore è il potere dei giudici dello Stato di sindacarne l’esercizio. Nella nostra Costituzione il lavoro è definito un  diritto:

art.4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

 Maggiore è il potere di togliere il lavoro, minore è l’effettività del diritto al lavoro.
 Nell’ordinamento costituzionale repubblicano italiano diritto al lavoro e democrazia sono strettamente connessi: il lavoro è considerato infatti lo strumento per ottenere eguaglianza ed l’effettiva partecipazione al governo dello stato delle masse.
  Quello che ho riassunto sopra spiega perché quelli che vorrebbero organizzare la società secondo i criteri dell’impresa sono anti-democratici. Se connotiamo la democrazia in base ai criteri di libertà, uguaglianza e solidarietà, l’organizzazione delle imprese non rispondono a nessuno di essi. Coloro che partecipano all’impresa non sono né uguali né solidali e la libertà è di chi possiede l’impresa, non degli altri, che si vuole invece sottomessi.
  Un democratico vorrà lasciare l’impresa nel mondo della produzione e del commercio, senza che abbia il sopravvento anche in politica. Ma dagli anni ’80 del secolo scorso è appunto questo che succede: è molto aumentato il potere politico delle imprese, vale  a dire di chi le controlla. Questo ha prodotto una legislazione conseguente, sfavorevole per i cittadini lavoratori. E’ una tendenza che si è sviluppata in tutto l’Occidente e, ora, in modo eclatante negli Stati Uniti d’America. E’ stato osservato che il governo federale statunitense è finito nelle mani di grandi manager e il Presidente federale è un grande capitalista e manager.  Il Segretario di Stato ha ricoperto fino a pochi mesi addietro il ruolo di CEO  di una grande società petrolifera.
 L’indicatore sicuro per individuare i democratici e gli anti-democratici è l’atteggiamento verso il lavoro. Chi si propone di ridurne le garanzie, quanto a retribuzione, stabilità, sicurezza, o addirittura è già riuscito a farlo,  adotta in politica l’ottica dell’impresa, la quale è un mondo totalitario, antidemocratico al suo interno. Una politica così sarà insofferente dei metodi della democrazia, ad esempio non celebrerà congressi di partito, nei quali contano le persone non il possesso, o cercherà di predeterminarne il risultato riducendo il dibattito al loro interno. Il potere scenderà dall’alto. E si agirà, con manager e al modo dei manager, nell’interesse di chi nell’impresa politica  ha investito soldi suoi. Troveremo al vertice di comando una struttura simile a quella di una società commerciale. Si cercherà di controllare gli iscritti e gli elettori, di condizionarli, con tecniche di marketing, come si fa con i consumatori.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


 



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