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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 8 dicembre 2017

Capire la complessità sociale

Brezza marina – Brise Marine (Stéphane Mallarmé)

La carne è triste, ahimé, e ho letto tutti i libri/
 Fuggire! Laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri/
d’essere tra l’ignota schiuma e i cieli!/
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi/
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada/
sul vuoto foglio difeso dal suo candore/
né giovane donna che allatta il suo bambino! Io partirò!
Vascello che dondoli l’alberatura/
l’àncora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli!
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti! E gli alberi forse, richiamo dei
                                                                                           temporali,\
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi\
sperduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti…\
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai.

La chair est triste, hélas ! et j'ai lu tous les livres./
Fuir ! là-bas fuir ! Je sens que des oiseaux sont ivres/
D'être parmi l'écume inconnue et les cieux !/
Rien, ni les vieux jardins reflétés par tes yeux/
Ne retiendra ce coeur qui dans la mer se trempe/
Ô nuits ! ni la clarté déserte de ma lampe/
Sur le vide papier que la blancheur défend/
Et ni la jeune femme allaitant son enfant./
Je partirai ! Steamer balançant ta mâture,/
Lève l'ancre pour une exotique nature !/
Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,/
Croit encore à l'adieu suprême des mouchoirs !/
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages/
Sont-ils de ceux qu'un vent penche sur les naufrages/
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots.../
Mais, ô mon coeur, entends le chant des matelots !/

Capire la complessità sociale




Appunti di un mio viaggio in Provenza fatto con mio  zio Achille, sociologo bolognese, e mio cugino  Sergio dal 7 al 12 aprile del 1980.
  Ho conservato gli appunti presi durante un viaggio in Provenza fatto con lo zio Achille e Sergio dal 7 al 12 aprile 1980. Lo zio lo aveva programmato per noi un po’ come, in piccolo, il “tour” che nell’Ottocento si faceva fare ai giovani borghesi e aristocratici dopo gli studi superiori e prima di impegnarsi in una professione o  comunque di  prendere il proprio posto nella società.
  Ad ognuno di noi giovani lo zio aveva proposto un libro di meditazione. Il mio era: “Il sacro oggi. Una svolta antropologica”, a cura di Pino Mercuri, Edizioni dell’Apocalisse, Milano, 1980. Conteneva un saggio di Sabino Acquaviva (“Mutazione antropologica”), e interviste allo zio (“Il feticcio del sacro”), a Franco Ferrarotti (“Dopo il cristianesimo”) e Ida Magli (“La cultura come sovranatura”).
Si parte da Arles per Marsiglia. La sera si mangia in un ristorante in rue de la Libertè, vicino alla stazione di St. Charles. Discutiamo sull’intervista a Ferrarotti e su quella allo zio. Lo zio disegna schemi su una tovaglietta di carta del ristorante: il sistema E-P-C, Economia-Politica-Cultura, che prima creava il senso della vita è in crisi; ci sono una pluralità di centri creatori di senso. Ferrarotti:  la crisi è la manifestazione di uno stato aurorale, di un mondo diverso, post-cristiano e post-socialista; la crisi ha una funzione epifanica, di rivelazione del nuovo; il mondo di oggi, basato su mercato, si mostra insufficiente a dare senso alla vita, in quanto ha una logica interna puramente utilitaria; vi è la necessità di mettersi in ascolto, di sospendere il giudizio (Husserl: sospensione epocale), di mettersi in atteggiamento religioso, perché l’uomo religioso è l’uomo dell’ascolto e dell’attesa. Ardigò:  al di là di una rassomiglianza superficiale, c’è una profonda differenza tra sacro, religione e fede; ogni società ha bisogno del suo sacro, ma l’uomo di fede no; il sacro è un modo di dare una risposta razionale all’ignoto, alla prova, all’oscurità della meta; ogni società ha bisogno del suo sacro, soprattutto quelle che si ispirano a concezioni dichiaratamente atee, ma l’uomo di fede no; la decadenza della società ha come effetto il riemergere del sacro e si tratta di sacralità pagana; nel cristianesimo si ha una radicale demistificazione e secolarizzazione del sacro, è il centro della rivelazione cristiana; la liberazione per i cristiani non passa attraverso il collettivo, ma attraverso la metànoia, la conversione personale, un cambio profondo della personalità, la spada di Dio taglia, la parola di Dio separa fin dentro le midolla il cristico dal pagano; il rapporto con Cristo deve essere sempre razionalizzabile, ci deve essere sempre un rapporto positivo verso l’altro e verso la storia, l’atteggiamento del cristiano deve essere solare, non può essere un atteggiamento irrazionale; è difficile rallegrarsi di una ripresa privatizzata del sacro, perché il sacro privatizzato è un sorta di epifenomeno della decadenza di una civiltà, e si manifesta in quelle sue componenti che mancano di un atteggiamento aperto e positivo nei confronti dell’uomo e della sua storia o che mancano di speranza cristiana; l’individualismo ne è certamente la premessa maggiore, non c’è più dono, non c’è più solidarietà se non attraverso sforzi faticosissimi; rifondare il rapporto con l’altro diventa il problema dei problemi; si tratta di partire da questo mondo vitale quotidiano, nel quale si ricreano nuclei di gente che vivono la propria vita affidandosi a un rapporto di conoscenza diretta, che ricostruiscono la trama sociale attraverso una moltitudine di atti di comprensione piena di senso, d’amore, di dono, di solidarietà, di fiducia, di responsabilità; il punto di ripresa oggi è certamente nella possibilità di fondare un rapporto non narcisistico con l’altro, e quindi di rifondare i mondi vitali quotidiani e il rapporto con la società, dove il bisogno di sacro viene in qualche modo assorbito e superato da una forza vitale della coscienza nel rapporto davvero interpersonale; ciò che colpisce è che ci sono dei periodi in cui la gente torna a cercare il pagano; il fondamento della ripresa dei mondi vitali quotidiani sta nella crescita della capacità di stare con gli altri senza essere succubi o marginali o dominanti, in rapporto di comunicazione familiare; per fare questo occorre essere capaci di autodirezione, che a sua volta è possibile a partire da una nuova nascita; bisogna essere capaci di capire “sei mesi prima”.

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Che immagine avete della società in cui vivete? Cercate di farvela?
  C’è chi rinuncia e si butta in un mondo di amici in cui si pensa, si veste e si parla uguale e verso tutti gli altri, i diversi, quelli che non riesce e non vuole capire, usa violenza, ma di difesa non di conquista. Il neo-fascismo che vedo oggi in giro è fatto spesso più che altro di questo, ma quello che ho descritto  è un modo di aggregarsi che, come si legge, sembra essere piuttosto frequente anche sulle reti  sociali che si formano sul WEB, sebbene in questo ambito la violenza sia (in genere) solo psicologica. In questa modalità ci si può anche dedicare alla rapina e allora è niente altro che mafia. Proprio qui a Roma abbiamo osservato una degenerazione mafiosa di alcuni tipi di neofascismo o una metamorfosi neofascista di alcune mafie. La differenza dalle mafie della tradizione, alleanze criminali su basi etniche,  è piuttosto forte: esse infatti, in quanto consapevoli di essere aggregazioni criminali, reiette della società, amano l’oscurità e il nascondimento, lavorano sottotraccia, per agguati, fuggono l’evidenza pubblica, cercano di controllare la politica da dietro le quinte. La mafia tradizionale ha prosperato quando c’era, ma in società si diceva che non ci fosse.  Il neofascismo mafioso cerca invece di emergere socialmente, si manifesta, e manifesta nelle strade, usa metodi mafiosi platealmente, cerca non solo sottomissione, ma sottomissione e vaste e pubbliche complicità, si propone di controllare porzioni del territorio al modo delle gang¸  delle bande, che ci sono nelle grandi città statunitensi, il cui modello ha fatto scuola in tutto l’Occidente ed anche oltre. Un mafioso si dirà tale solo tra i suoi complici segreti, con gli altri si dirà uomo d’onore, onest’uomo padre di famiglia, dedito al bene; un neofascista mafioso invece urlerà chi è nelle piazze  che si propone di controllare. Ma la violenza crea infelicità sociale e quindi presto viene meno anche la complicità: rimane la sottomissione, dalla quale ci si può liberare più facilmente, proprio perché il neofascista mafioso urla la sua identità, si manifesta, è riconoscibile, non può sfuggire alle forze di polizia. Con la mafia tradizionale è tutto molto più difficile. Da notare che ideologia del fascismo storico e i costumi della mafia tradizionale furono in rotta di collisione, benché entrambi si valessero della violenza criminale, ma con finalità diverse, di conquista e consolidamento del potere politico mediante l’annientamento dei dissenzienti nel caso del  fascismo, di controllo economico del territorio nel caso mafioso. La dimensione fascista era nazionale, quella mafiosa era e rimane sostanzialmente locale, benché progressivamente estesa a sempre più numerose porzioni territoriali, al modo di una metastasi cancerosa. Un neofascismo mafioso cercherà di ottenere il controllo politico ed economico di un territorio locale.
  Essere ammessi in un gruppo chiuso  dà una sensazione di sicurezza, perché ci si trova sempre tra propri simili. Si è apprezzati proprio in quanto simili agli altri, altrimenti c’è l’esclusione. Si tratta però di una sicurezza illusoria, perché si basa sulla cancellazione dell’immagine della società in cui si vive e con cui si è in relazione. La società c’è, tuttavia. E da essa, a ben ragionare, dipendono la nostra felicità e la nostra sofferenza. Migliorare la nostra condizione richiede quindi di  capirla per cambiarla in meglio. «Bisogna essere capaci di capire “sei mesi prima”» ci insegnava mio zio Achille, sociologo, tanti anni fa. .Siamo a meno di sei mesi dalle prossime elezioni politiche, dal cui esito dipenderà, forse come poche volte è accaduto prima, la nostra felicità, e, se non abbiamo ancora capito  è possibile che sia già troppo tardi.
  Nel viaggio in Provenza del 1980 di cui ho scritto sopra, lo zio Achille ci parlò del senso della vita. E’ ciò che è in questione nelle scelte più importanti. Fino al secondo dopoguerra, fino alla metà degli anni Quaranta del secolo scorso, si basava su un sistema integrato E-C-P, economia - cultura - politica. In questo schema, coerente, la religione è compresa nella cultura come comprensione razionale dei fatti economici e politici. L’economia sono le relazioni della società civile e la politica l’autorità che mantiene un certo assetto di quelle relazioni. Economia e politica venivano  spiegate  dalla cultura e a quest’ultima facevano riferimento per darsi obiettivi. La persona e la sua rete di relazioni di prossimità, quelle più importanti, in primo luogo quelle vissute all’interno delle famiglie, poteva facilmente orientarsi, e orientare le sue scelte e i suoi obiettivi, in base alla cultura della società, che le consentiva anche di operare come agente economico e politico. Il governo dello stato veniva legittimato dal riconoscimento culturale della sua supremazia, vista come necessaria per l’economia e il raggiungimento degli obiettivi politici. Nella prima figura qua sopra, è raffigurato lo schema E-C-P come una figura triangolare, quindi con una sua struttura chiaramente riconoscibile, e quindi  comprensibile. Un’immagine stilizzata, come quella delle cartine topografiche, utile a farsi un ‘idea sommaria dell’insieme e capire come muoversi.
  Come osservato anche dal sociologo Zygmunt Bauman, dagli scorsi anni Quaranta la società è apparsa più complessa e, in particolare dagli anni Sessanta. Essa ha manifestato la sua realtà di insieme di centri di potere continuamente in movimento, dai più piccoli ai più grossi, in cui il governo è solo uno dei tanti, anche se tra i più grossi. I rapporti e le gerarchie cambiano costantemente e anche molto velocemente. La seconda figura cerca di rendere un’idea di tutto questo. Ho parlato di realtà, perché è così che è fatta veramente  la società, e lo era anche prima: era la cultura  a darne un’immagine semplificata, ma non realistica. Questo spiega i problemi di fronte ai quali in genere si sono trovati i riformatori sociali, i quali, nel progettare il cambiamento, hanno adottato lo schema E-C-P. Esso non descriveva bene la società, ma invece di migliorarlo si è tentato di adattarvi la società e questo ha richiesto dosi crescenti di violenza politica. La violenza ha generato l’infelicità: tutte le società violente sono infelici, perché la violenza genera sempre  l’infelicità degli umani. L’infelicità, alla fine, ha generato ribellione e contro-rivoluzione. La società ha preso il sopravvento sugli schemi rigidi ai quali si voleva adattarla. Questa, sostanzialmente, è stata la ragione del fallimento di tutti i regimi comunisti di tipo leninista, vale a dire basati sull’ideologia neo-marxista del rivoluzionario russo Vladimir Il'ič Ul'janov - detto Lenin (1870-1924), fino all’avvento della rivoluzione neo-comunista cinese di Deng Xiaoping negli anni ’80, dalla quale uscì, in un processo piuttosto veloce, uno dei quattro modelli economici e politici ad oggi egemoni nel mondo, insieme a quello neo-capitalista statunitense, quello neo-capitalista russo e quello dell’economia sociale di mercato dell’Unione Europea. La fortuna del modello neo-comunista cinese, rispetto agli altri comunismi storici  sta nell'aver riconosciuto e cercato di governare, non di abbattere, la complessità sociale.
  In un mondo che si riconosce complesso, trovare il senso della vita è più difficile, perché è più difficile orientarsi. Il mondo intorno sembra cambiare continuamente e non ci si raccapezza più. Non si riescono a fare programmi per il futuro meno prossimo, a lunga scadenza. Ecco dunque la tentazione di rinchiudersi in piccoli mondi di quartiere presidiati dalla violenza. Dove impera la violenza, vige la legge del più forte. Ecco che si cade nelle mani di piccoli despoti. Un’altra via per risolvere la complessità è quella di affidarsi all’uomo del destino, al capo politico  decisionista, che tronchi con un atto di volontà le controversie, che fermi  il mondo in modo che ci si possa capire qualcosa. Da noi il modello di un personaggio del genere è stato Giuseppe Garibaldi.

Giuseppe Garibaldi, fotografato nel 1860 a Palermo, a 53 anni
Alla sua epoca Garibaldi fu trattato negli stati italiani prima dell’unità nazionale come un terrorista. Era essenzialmente uno che faceva politica con la violenza militare, su larga scala. Un violento egli stesso. Uno che terrorizzava i suoi nemici con le strategie di guerra e guerriglia messe a punto in Sud-America. Il suo più grande successo politico può essere considerato l’abbattimento del regno dei Borboni nel meridione d’Italia, concluso nel 1861. Egli, tuttavia, capiva bene che, ad un certo punto, la violenza non era più sufficiente per governare la complessità sociale e mise il regno conquistato nelle mani della monarchia sabauda, un sistema politico organizzato democraticamente. Questo fu uno dei suoi maggiori meriti politici: l’aver posto fine, ad un certo punto, alla violenza politica. E questo anche se Giuseppe Mazzini, il suo capo politico, lo spingeva all’instaurazione di una repubblica popolare, che avrebbe richiesto nuova violenza. Gli uomini  forti  possono avere ragione della complessità sociale con dosi crescenti di violenza politica. Alla fine, però, così ottengono sottomissione, non vero consenso, e, con l’infelicità che deriva dalla violenza, avranno ribellione. Il dominio sociale mantenuto con la violenza è quindi sempre precario.
  Ogni aggregato sociale, dalla famiglia, all’impresa, al governo, esprime un centro di potere politico  che, relazionandosi con gli altri genera l’assetto complessivo della società, e così anche la sua felicità o infelicità. Il consenso democratico nasce da questa realtà sempre in movimento, sempre da capire. La politica italiana è in crisi di legittimazione (espressione che iniziò ad essere usata negli anni ’80 per descrivere quella crisi) dagli scorsi anni ’80, quando raggiunse il suo culmine la perdita di contatto vivo tra ceto politico - il personale politico impegnato a vari livelli nel governo della società - e quelli che mio zio Achille definiva  mondi vitali, li dove ciascuno trova il senso della propria vita. Negli anni ’80 si è tentato di sostituire quel rapporto vitale con tecniche di marketing  politico, cercando di acquisire dall’elettore un segno sulla scheda di voto con le stesse strategie di fascinazione con le quali si cerca di convincere i consumatori agli acquisiti. Ecco quindi che i politici - il personale che vuole impegnarsi nel governo e che per farlo ha bisogno di voti alle elezioni - cercano di costruirsi  un’immagine pubblica affidandosi a tecnici del marketing. Per il resto cercano di tessere trame con i centri di potere maggiore e, a questo punto, la scelta non si fa più in base a un certo orientamento ideologico, di un programma, ma in base a chi ci sta  ed è abbastanza grosso per servire allo scopo. Quanto alle alleanze, esse si rimandano al dopo elezioni: si tratterà con quelli che avranno successo. Questo però è un discorso tipico di chi cerca il potere per il potere: non è prudente mandare al potere gente così. Questo perché  se il suo programma è solo il potere, per mantenerlo potrebbe essere disposta a qualsiasi compromesso, con chiunque sia abbastanza forte per garantirle il potere, e a qualsiasi espediente, comprese frode e violenza, senza tenere troppo in  conto di valori e mondi vitali, e, insomma, la vita della gente.
  Per cambiare la società è meglio cominciare a ritessere relazioni di mondo vitale nelle nostre realtà quotidiane: anche questa è politica, anzi è a questo livello che inizia la politica democratica. E’ qui che comincia il tirocinio di politica democratica, quella che vuole elevare tutti alla politica, in modo che il governo tenga conto della felicità e della vita di tutti. Si impara a non temere la complessità sociale,  a non avversarla come un pericolo, ma a favorire il valore che può dare: è questo il grande insegnamento politico della dottrina sociale moderna, fin dal suo esordio nel 1891, con l’enciclica Rerum Novarum - Le novità  del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°. E’ l’insegnamento della sussidiarietà, che significa, appunto, accettare e capire la complessità sociale, orientandola al bene mediante l’azione dei centri di governo superiore, senza abbatterla né comprimerla ingiustificatamente. In questo modo l'ordine sociale, largamente consentito perché favorisce la felicità collettiva e individuale, necessità di essere presidiato da minor violenza pubblica, solo quella che serve a prevenire e combattere la violenza del crimine. 
 Paradossalmente le società che hanno tentato di vincere la complessità abbattendola, per rendersi più stabili, si sono manifestate in genere precarie, mentre quelle che l’hanno riconosciuta e  accettata cercando di governarla, come è acceduto nelle democrazie moderne, si sono dimostrate molto più stabili. Fino ad oggi ne sono stati un esempio gli Stati Uniti d’America, che, però, sotto la presidenza federale di Donald Trump appaiono indirizzarsi ora per altra via. Il primo effetto eclatante sono stati i venti di guerra che hanno cominciato a soffiare nel mondo, e anche molto vicino a noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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