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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 5 dicembre 2014

Lo specifico dell’Azione Cattolica

Lo specifico dell’Azione Cattolica


[…] il processo di diversificazione interna dell’offerta religiosa e quello connesso di crisi dell’autorità della Chiesa producono una pressione che tende a riportare il fedele a quello stato di mero consumatore di beni religiosi (prodotti distribuiti da personale clericale e dai suoi collaboratori), in cui si trovava prima della nascita e dello sviluppo pieno della Azione Cattolica. Quella di suddito e di consumatore di beni religiosi è però esattamente la situazione alla quale il processo di formazione della Azione Cattolica aveva reagito […].
 […] si sta perdendo il senso della specificità della Azione Cattolica e dell’apostolato dei laici.
[…]
Il documento più evidente di questa perdita di significato è probabilmente la sostituzione per cui le consulte dell’Apostolato dei laici sono divenute – a partire dagli anni ’90 – le consulte delle Aggregazioni laicali. E’ in questo slittamento che l’Azione Cattolica finisce negli interminabili elenchi di realtà le più varie […] enormi risorse vengono investite in una sorta di impossibili stanze di compensazione costituite dagli uffici specializzati in una delle “pastorali” (giovanile, del lavoro, Caritas, ecc.). Queste iniziative spesso raggiungono alte misure di autonomia e finiscono per assumere tratti simili  quelli di alcuni movimenti (si pensi al “movimento catechistico”), dando nuova propulsione al processo di frammentazione intraecclesiale.  Per effetto di ciò l’Azione Cattolica è chiamata a sopportare un’altra competizione impari (dal punto di vista appunto degli uffici delle “pastorali” in cui il prete diventa il “leader” e il laico il collaboratore subordinato per quanto vezzeggiato, con effetti negativi già empiricamente misurabili.
[…]
stiamo assistendo alla certo non voluta trasformazione della comunità parrocchiale nel gruppo dei collaboratori del prete, sino a confondere “Popolo di Dio” e “operatori pastorali” e “laico impegnato” con “laico intraecclesialmente impegnato”. Con ciò […] si pone il problema se i laici impegnati nella pastorale siano effettivamente laici, ovvero gente che nella pastorale porta quanto ha maturato nell’esercizio del proprio specifico apostolato: trattare delle realtà temporali e continuamente cercare di ordinarle secondo Dio.

[da: Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – Caduti i bastioni,  pag.140-142, Morcelliana, 2013, €16,00, attualmente reperibile in commercio]

 Secondo Diotallevi c’è un moto per caratterizzare la gente di chiesa come il gruppo dei collaboratori del parroco. Se noi applichiamo questa chiave interpretativa alla nostra realtà parrocchiale, potremmo ipotizzare che il gruppo parrocchiale dell’Azione Cattolica sia divenuto una esperienza residuale perché non serve ai preti della parrocchia. Questi ultimi non vi vedrebbero una valida collaborazione.
 Ma c’è dell’altro. Una questione che il Diotallevi non ha toccato.
 Che succede quando una parrocchia, come si è preso a fare dagli anni 80, è in qualche modo affidata a un certo movimento, ad una delle nuove aggregazioni clerico/laicali che hanno preso piede nel post Concilio dominando la scena delle collettività di fede italiane, in cui talvolta lo stesso prete non ha rilevanza primaria, non è la guida, ma è un semplice collaboratore di un disegno che viene progettato in un’altra sede? Succede che è forte la tentazione di progettare l’assimilazione totale della parrocchia al movimento di riferimento, facendo perno sull’autorità del prete. Cosa che invece non succedeva nei casi in cui si affidava una parrocchia a un ordine religioso (gesuiti, cappuccini ecc.), come ho potuto constatare personalmente frequentando da giovane universitario una parrocchia affidata  ai gesuiti. E ciò essenzialmente perché in un ordine religioso si ha in genere  ben chiara, per antica tradizione, il senso della distinzione del ruolo del chierico da quello del laico in una collettività di fede, tale da richiedere il rispetto della dignità reciproca. Un religioso di solito si asterrà dal pretendere che il laicato di cui si occupa si trasformi integralmente in un “Terz’ordine”, in una articolazione, del suo ordine religioso, ma nemmeno accetterà di farsi integrare, nel vero senso della parola, in una aggregazione laicale a guida centralizzata.  
 Quello che ho descritto è qualcosa che possiamo riscontrare nella nostra parrocchia?
  In base alla mia esperienza, mi pare che il gruppo parrocchiale di Azione Cattolica sia sentito un po’ come un corpo estraneo in parrocchia, tollerato come aggregazione  ad esaurimento, e, però, che anche la parrocchia, a sua volta, sia sentita nel quartiere un po’ come un corpo estraneo, molto caratterizzata com’è dall’aggregazione laico/clericale prevalente, segnalata visibilmente dai tanti dipinti in stile neobizantino della chiesa parrocchiale, che progressivamente hanno relegato altrove l’arte (per la verità non eccelsa) della precedente era religiosa. Ho ricordato, ad esempio, l’esilio della venerata statua del san Clemente della mia infanzia, della mia prima formazione religiosa, sostituita nella chiesa parrocchiale da una algida icona neobizantina del medesimo santo, la versione riformata del santo di riferimento parrocchiale secondo l’ideologia del movimento prevalente.
 In un certo senso, l’Azione Cattolica è spinta fuori della parrocchia: ma, di questi tempi, in cui siamo esortati a farci chiesa in uscita, dobbiamo considerare ciò come un fatto positivo e stimolante. Infatti, come aggregazione laicale che vuole operare secondo i nuovi principi di azione laicale fissati nel Concilio Vaticano 2° (1962-1965), l’Azione Cattolica ritiene che il suo campo privilegiato sia quello dell’impegno sociale nel mondo in cui è immersa, il mondo di fuori, sfruttando in particolare le opportunità offerte dall’ordinamento democratico della società in cui vive, secondo il metodo di farsi lievito dell’impasto sociale.
 Ma, comunque, nella parrocchia bisogna anche sforzarsi di rimanere, esercitando una qualche resistenza all’emarginazione. Infatti, chiusa l’esperienza dell’Azione Cattolica parrocchiale, qualcosa di importante andrebbe perso, vale a dire un tirocinio laicale nel vero senso indicato dal Concilio Vaticano 2°, caratterizzato da maggiore autonomia nel trasferire negli spazi liturgici il senso dell’esperienza di laici di fede fatta nello spazio che in gergo ecclesialese viene definito del temporale. In particolare per ricucire  lo strappo con il mondo d’intorno che il neo-intransigentismo che va per la maggiore in parrocchia e altrove mi pare abbia lentamente provocato.
 Questo lavoro ha bisogno però di gente nuova. Ogni post  di questo blog vuole essere anzitutto un appello a chi negli anni passati si è allontanato dagli spazi liturgici, ma  ha mantenuto una sensibilità religiosa.  In particolare a chi vede ancora opportunità per conciliare la propria esperienza nella società con quella di fede, nella famiglia, nel lavoro, nella politica, nelle altre relazioni sociali forti, e non vede come unica soluzione per conservare la fede nel mondo di oggi quella di costruire collettività-fortezza-rifugio per preservarsi dalle contaminazioni che vengono da fuori. Coraggio, ripartiamo insieme!

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli




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