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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 3 dicembre 2014

Conciliare il vecchio con il nuovo?

Conciliare il vecchio con il nuovo?

 L’uomo che tentò di conciliare  il vecchio e il nuovo, che cercò di far passare ed accettare, anche dai più resistenti seguaci delle ideologie corporative della scuola sociale francese, gli orientamenti della democrazia cristiana fu Giuseppe Toniolo [1845-1918, economista, teorico e organizzatore del movimento cattolico di impegno sociale]. Il suo nome per giovani come Filippo Meda, come Luigi Sturzo e come, almeno per il periodo iniziale, Romolo Murri rappresentò un valido punto di riferimento, un richiamo nell’azione condotta per diffondere in alto e in basso, nel movimento cattolico organizzato, una conoscenza più dinamica dei problemi delle grandi e complesse realtà sociali moderne. Pure tra incertezze e confusioni ideologiche, Toniolo insegnò ai giovani cattolici del suo tempo “a guardare in una certa direzione”, a impegnarsi nella via severa e difficile delle lotte per l’elevamento economico e sociale delle condizioni del popolo, con la dedizione del missionario, perché quello della condizione operaia era il vero problema del nuovo secolo.
 Giuseppe Toniolo prima ancora che il teorico di una dottrina sociale, fu l’espressione di un dramma, il dramma dell’intransigenza cattolica che, messa a confronto con i nuovi compiti economici e sociali di uno stato moderno, credette di poterli assolvere dilatando le responsabilità dirette della Chiesa e della parrocchia, separando la democrazia dal contesto della politica e vivificando il mito corporativo. Dalla sua preoccupazione di avallare un concetto della democrazia che fosse accettabile non soltanto ai giovani murriani, ma anche agli intransigenti della vecchia maniera, derivò la tendenza a circondare di cautele e condizionamenti la democrazia, tanto da renderla incerta ed equivoca. Colpa certamente anche dei tempi: l’esclusione della politica, la subordinazione di ogni altro interesse alla soluzione della questione romana [=la rivendicazione della restaurazione di un dominio temporale del papato su Roma], l’obbligo di unione politica dei politici al riparo della parrocchia furono tutti elementi obiettivi che resero difficile e contorto il lavoro del Toniolo.

[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia. Dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.184-185, Laterza, 1979]

 Nelle nostre collettività di fede  contemporanee il dibattito sui temi sociali e politici, quindi su come essere persone di fede nella società di oggi, è quasi inesistente, salvo circoli di ambito piuttosto limitato, come sono gli ambienti del M.E.I.C.  – Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, un’associazione nata per così dire da una costola dell’Azione Cattolica, e della stessa Azione Cattolica  in certe occasioni.
 In particolare questo è vero per la nostra parrocchia. Non c’è nessuna iniziativa che mostri un qualche interesse per il mondo d’intorno e di questo dobbiamo ritenerci responsabili innanzi tutto noi laici di fede, che dell’animazione religiosa di quel mondo dovremmo essere in qualche modo gli specialisti. In generale si avverte una marcata ostilità verso la società del nostro tempo, che a qualche tratti ricalca quella dell’intransigentismo  diffuso nelle collettività di fede italiane dopo l’unità nazionale e fino a ridosso della Prima guerra mondiale. L’intransigentismo  di quell’epoca era connotato da un rifiuto dei principi libertari diffusi in Europa dall’illuminismo, innanzi tutto della libertà di coscienza, e dal rifiuto della situazione politica venutasi a creare con l’unità nazionale, che aveva comportato la fine del dominio temporale del papato sul Lazio e su Roma. Metteva in questione una  civiltà e una organizzazione politica, proponendole una civiltà alternativa, quella basata sui principi di cooperazione i ceti sociali secondo i costumi medievali, e nessuna politica che non fosse quella della pura e semplice protesta, secondo il motto della prima ora dopo l’unità nazionale “protestare e aspettare”.
 Può sembrare strana una nostra posizione neo-intransigente  data l’importanza che l’ideologia della  democrazia cristiana  (e non mi riferisco all’omonimo partito, ma al movimento ideale e politico che ha prima pensato e poi realizzato la vera grande conciliazione  del Novecento, quella tra fede e impegno democratico nella società) ha avuto nella formazione della nostra nuova Europa e, in particolare, nella storia recente d’Italia.
 L’origine di quello che appare come un movimento  neo-intransigente va individuata negli scorsi anni ’70, travagliati da aspri dibattiti nelle nostre collettività di fede non solo su come agire nella società di quel tempo, attraversata come la nostra attuale da veloci e importanti cambiamenti, ma anche su come essere collettività di fede. La via che dagli anni ’80 fu seguita per evitare quei contrasti, avvertiti come potenzialmente letali per la nostra collettività di fede e per la sua organizzazione ancora molto accentrata,  fu quella di interrompere il dialogo inter-religioso, riducendo il pluralismo dal quale scaturiva. Questo fu fatto prendendo a modello un’esperienza, quella polacca, che era connotata dalla mancanza di democrazia politica e dal confronto con un dispotismo statale che induceva nelle collettività di fede una sorta di unità reattiva, difensiva. Nella Polonia degli anni ’80 la politica era vietata alla gente della nostra fede, come lo fu in Italia dopo l’unità d’Italia, in Polonia lo era per divieto dell’autorità dello stato mentre in Italia lo era stata per quello imposto dal papato. Nella Polonia dell’ultimo decennio del regime comunista, l’impegno sociale della gente di fede più vicino alla politica fu quello sindacale, esattamente come era accaduto in Italia nell’epopea dell’intransigentismo  a sfondo religioso, come ho ricordato dall’unità nazionale fino a qualche anno prima della Prima guerra mondiale. La differenza tra l’Italia dell’intransigentismo  a cavallo tra Ottocento e Novecento e quella attuale del neo-intransigentismo sta nella mancanza di un dibattito su certi temi: di certi argomenti non si discute più. Invece, in particolare nell’ultimo decennio dell’Ottocento, su di essi si discusse molto e ci si divise.  Lo sforzo culturale del Toniolo fu di superare l’intransigentismo mantenendo l’unità del corpo sociale delle persone di fede intorno ad un’organizzazione del clero piuttosto autoritaria, ostile alla democrazia, unico metodo per far coesistere pacificamente le differenze senza spegnerle, ed essa stessa su posizioni intransigenti quanto agli affari sociali e politici. Alle collettività di fede italiane manca, oggi, una figura simile a quella del Toniolo. Del resto da dove sarebbe potuta sorgere? Negli ultimi trent’anni solo un certo conformismo ha garantito di evitare l’emarginazione nelle nostre collettività di fede. Questo conformismo le ha però inaridite.
 Dato questo clima, non ci dobbiamo meravigliare che la gente del quartiere abbia perso familiarità con la nostra parrocchia. Si sono perse quasi tutte le mediazioni tra ciò che si proclama in chiesa e la vita vissuta dalla gente di fuori. Vista da fuori la nostra collettività religiosa appare un po’ come un corpo estraneo, una fortezza rifugio frequentata da persone dedite a riti stravaganti e in cui si è ammessi solo accettando consuetudini di vita insostenibili per la maggior parte di chi vive una vita normale e anche una buona dose di pregiudizi antistorici, come quelli che riguardano le donne e il loro ruolo nella società.
 Ecco allora che siamo stati sorpresi impreparati dall’appello del nostro nuovo vescovo ad essere in uscita. Che dovremmo portare fuori, uscendo? Temo che molti si facciano illusioni, nel clero e altrove, sulla possibilità di proporre senza mediazioni alla gente  di fuori la nostra sofisticata simbologia religiosa. Bisogna innanzi tutto costruire  le basi di un dialogo religioso, riprendere un tirocinio che da tanto tempo è stato interrotto.
 Ciò che è stato fatto non può essere disfatto. E’ possibile però cercare di rimediare agli errori e alle deficienze del passato. Toniolo, agli inizi del Novecento ci si impegnò e, anche dal suo lavoro, nacque la nostra Azione Cattolica. Un lavoro analogo fece Vittorio Bachelet, dagli anni ’60, ed esso rigenerò la nostra Azione Cattolica.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



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