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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 2 dicembre 2014

L’«attivismo» dell’Azione Cattolica

L’«attivismo» dell’Azione Cattolica


 L’ecclesiologia conciliare ha iscritto la parità uomo-donna nella comune dignità di tutti i battezzati che, ancor prima di ogni altra legittima distinzione, sono membri del popolo di Dio.
 Certamente uno dei frutti  più sani del Concilio [Vaticano 2°, 1962-1965] è aver dato statuto accademico al binomio donne-teologia senza tacere però delle resistenze che ancora nel 1966, quindi all’indomani della chiusura del Concilio, il teologo Jean Galot, esprimeva: “La donna è meno capace di raccogliere oggettivamente il deposito dottrinale, di elaborarlo, di esplicitarlo razionalmente. L’uomo è più dotato della capacità intellettuale necessaria a cogliere ed esprimere in termini chiari e precisi il contenuto della Rivelazione”.
 Sembrano passati secoli da questa affermazione così caustica se la confrontiamo con l’analisi di un altro teologo gesuita d’oltralpe, Joseph Moingt il quale, a mio sommesso parere, ha proprio intuito in quale direzione soffia il vento del cambiamento: “Il riconoscimento effettivo dell’emancipazione della donna, nella Chiesa come nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione nel mondo, è divenuto la condizione di possibilità dell’evangelizzazione del mondo; e poiché la missione evangelica è la ragion d’essere della Chiesa, l’accoglienza nuova che essa riserverà alla donna sarà il «simbolo» operante della sua presenza evangelica al mondo d’oggi il pegno della sua sopravvivenza. La donna non porta più corsetti: la Chiesa deve essa stessa emanciparsi dalla tradizione che la lega alle società patriarcali del passato per darsi, attraverso lo spazio che saprà fare alle donne, il diritto di sopravvivere in questo mondo nuovo”.
 Detto in altri termini, forse più crudi: il futuro della Chiesa è legato alla «questione donna». Non si tratta certo di far ritornare indietro le lancette della storia ma piuttosto, per la comunità dei credenti, di assumere la sfida del dialogo, ossia l’accoglienza delle involuzioni che accompagnano sempre ogni rivoluzione, delle contraddizione e delle ambivalenze che sono insite in questa nostra epoca. Si tratta di fare un salto di qualità, di portarsi all’altezza di alcune domande implicite di cui la generazione delle giovani donne è portatrice silenziosa.

[da: Marinella V. Sciuto, La speranza rosa, in Coscienza, la rivista del M.E.I.C. – Movimento Culturale di Impegno culturale, giugno-ottobre 2014]

  Nella nostra parrocchia il gruppo di Azione Cattolica era (è?) considerato una specie di gruppo anziani,  ad esaurimento. Non si capiva perché dovesse continuare, dal momento che c’erano altre forme di aggregazione ritenute più valide per la formazione della fede e per la sua diffusione. La formazione religiosa di base venne impostata su basi  culturali divergenti da quelle dell’Azione Cattolica e, in tal modo, si precluse all’Azione Cattolica la possibilità di un ricambio generazionale prodotto all’interno della parrocchia. In termini più espliciti: si operò una selezione tra i giovani a seconda se fossero disposti o non ad accettare di modellare la loro vita religiosa in base a quel certo cammino che veniva loro proposto. Ma questa selezione mi pare abbia riguardato anche altre categorie di persone. Quindi oggi l’Azione Cattolica parrocchiale può pensare a un rinnovamento generazionale solo guardando fuori  della parrocchia. Questo blog è fondamentalmente inteso a questo.
 I  preti della parrocchia lamentano una palese disaffezione della gente del quartiere verso la parrocchia. In chiesa viene prevalentemente gente anziana e questo nonostante che nel quartiere abbiano cominciato a tornare famiglie giovani, con figli piccoli. Chiediamoci se questo possa essere l’effetto di quella selezione di cui ho scritto. E se invece di selezionare sarebbe stato meglio far coesistere diverse esperienze.
 Certo, a volte, sento in parrocchia opinioni piuttosto reazionarie, in particolare sulle donne e sul loro ruolo nella società. Così anche sui giovani. E sulla società civile in cui siamo immersi.
 In particolare, i movimenti per l’emancipazione femminile vengono criticati con l’accusa di  volere rendere la donna uguale  all’uomo, mostrando in questo modo di non conoscerli per nulla, di giudicarli in base a pregiudizi del tutto infondati. Le donne di oggi vogliono rimanere donne, ma senza essere discriminate rispetto agli uomini. Pretendono pari opportunità. Poiché le discriminazioni ai loro danni hanno origine sociale, pretendono riforme sociali che consentano di superarle. Ma il loro punto di vista è poco rappresentato nelle nostre collettività di fede, dominate da un clero integralmente maschile e in genere piuttosto attempato.  Le donne sono invece molto rappresentate in Azione Cattolica.
 Ma è anche il punto di vista dei giovani e dei laici sposati a non essere ben rappresentato nelle nostra collettività di fede, per lo stesso motivo.
 L’«attivismo» dell’Azione Cattolica è anche diretto a far emergere i punti di vista delle donne, dei laici sposati e dei giovani. Al suo interno è possibile perché è organizzata democraticamente. E non sono molte le aggregazioni laicali che oggi lo sono. L’Azione Cattolica è senz’altro la maggiore di esse. Democrazia significa anche pensiero e, come ricordato sopra dalla Sciuto, la possibilità per le donne di esprimere un pensiero in teologia, con l’accesso delle donne alle facoltà di teologia che risale agli scorsi anni ’70, sta producendo effetti importanti, una maturazione del pensiero su fede e donne.
 La questione femminile sta oggi diventando centrale in religione, in tempi in cui l’altra grande religione monoteistica del mondo sta esprimendo correnti fortemente discriminatorie nei confronti delle donne. Su questi temi non c’è alcuna possibilità di dialogo con i discriminanti. Si deve andare allo scontro duro. In Europa la loro ideologia è illegale. Ma c’è invece possibilità di dialogo con le discriminate. Nell’azione di contrasto contro la violenza a motivazione religiosa un ruolo centrale avranno le donne di quella fede. Molte di esse vivono tra noi. Hanno occasione di interloquire con gente della nostra fede. Crescere nella fede in materia di questione femminile ci consentirà di poter incidere, in particolare mediante l’azione dei laici di fede, sulle dinamiche della società civile nel suo complesso, comprese quelle discriminatorie che provengono da quell’altra fede monoteistica. Dimostriamo con i fatti che fede religiosa ed emancipazione femminile non sono in contrasto.
 La nostra collettività religiosa è ancora piuttosto indietro in tema di emancipazione femminile. Tra i nostri capi religiosi prevalgono atteggiamenti di paternalismo autoritario che invitano le donne a considerare le discriminazioni che subiscono in religione come un destino naturale che corrisponde a una volontà  soprannaturale.  Ma, per nostra buona sorte, non c’è alcun dogma che ci imponga in religione di essere reazionari in materia, ma solo una tradizione maschilista che fatica ad essere superata, ma  che dovrà esserlo, se la nostra fede vorrà avere un futuro. Certe innovazioni però vanno prima vissute, sperimentate e poi pensate. E la storia dimostra che un pensiero antidiscriminatorio per essere veramente tale deve essere produzione degli stessi discriminati. Ecco, in Azione Cattolica tutto questo lo si può fare. E’ infatti parte del suo «attivismo».

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli





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