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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 6 dicembre 2014

Il Concilio ignorato

Il Concilio ignorato

Nell’insieme i due decenni che precedono il passaggio del secolo, segnati dal Giubileo del 2000 e dalle due encicliche di Giovanni Paolo II, di cui diremo, in cui il Concilio [Concilio Vaticano 2°, 1962/1965] viene indicato come “una bussola per i tempi nuovi”, segnano per l’Associazione [l’Azione Cattolica italiana] una nuova intensa stagione in cui verificare e proseguire l’opera di rinnovamento iniziata proprio negli anni fecondi in cui il Concilio si celebrava.
[…]
 Il Concilio infatti risulta ancora all’inizio del nuovo millennio, un punto di vista ineludibile per il percorso ecclesiale. Nella “Terzio millennio Adveniente” [“avvicinandoci all’inizio del Terzo millennio, lettera apostolica del 1994] Giovanni Paolo 2° [papa regnante dal 1978 al 2005] scrive che l’assise conciliare ha segnato nel Novecento, un preciso “intervento divino nelle vicende umane”.
[…]
 Il cammino dell’Ac, nel passaggio di millennio, è dunque inserito in questo compito che il Papa indica alla Chiesa tutta: interrogarsi sulla “ricezione del Concilio” che egli stesso, nella lettera apostolica con cui apre, dopo il Grande Giubileo, il nuovo millennio, la “Novo millennio ineunte” [=entrando nel Nuovo Millennio]  del 6 gennaio 2001, sente “come la grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo Ventesimo: in esso – scrive – ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre”.

[da: Ernesto Preziosi, Piccola storia di una grande associazione – L’Azione cattolica in Italia,  pag.164-166, A.V.E.,2013]

 Per quello che ho potuto constatare il Concilio Vaticano 2° e i documenti normativi da esso promulgati sono ignorati nella nostra parrocchia, nel senso che non se ne parla e non costituiscono la base per decidere che fare.
 Sono assenti dalla formazione religiosa di base, da quella successiva, dal lavoro dei gruppi. In particolare appaiono assenti dalla cultura comune i grandi e innovativi principi conciliari in merito al ruolo e all’attività dei laici di fede nella società.
  Nella formazione dei giovani, per ciò che ho potuto constatare da genitore, lo sforzo educativo è molto centrato sul problema di come impedire ai giovani di  fare sesso prima del matrimonio. Dopo il matrimonio, ci si concentra molto sul tema del  fare l’amore senza impiegare contraccettivi. In modo che poi nascano molti figli, che costringano i coniugi a continuare a  stare insieme “per loro”, in particolare  per affannarsi per impedire ai figli di fare sesso prima del matrimonio. E via seguitando, di generazione in generazione. C’è da stupirsi di una certa disaffezione di giovani e giovani coppie verso la parrocchia?
 Ma anche nelle attività del nostro gruppo siamo carenti nel campo “Concilio”. Ricordiamoci che un gruppo di Azione Cattolica non è un gruppo di spiritualità. D’altra parte è vero che il tempo è poco, un’ora alla settimana. Ma allora dovremmo fare dei compiti a casa.
 Ho letto l’affermazione “Il Concilio è davanti a noi”. Non è così. Il Concilio e si suoi documenti cominciano ad essere datati. Convocato per un aggiornamento, il Concilio stesso, inteso come il Vaticano 2°,  avrebbe esso stesso bisogno di aggiornamento. E’ piuttosto critica ai tempi nostri, ad esempio, la rigida ripartizione sacrale/temporale nel definire i ruoli  del clero e dei laici che all’epoca si varò. Essa sicuramente fornì l’occasione di dare più spazio all’azione autonoma dei laici, ma ora li limita nell’ottenere l’accesso a forme importanti di impegno nell’organizzazione delle nostre collettività religiose, ad esempio nella direzione delle attività di una parrocchia. E non si riconosce quella che nella storia italiana è stata molto evidente, ad esempio in figure come Luigi Sturzo e Gianni Baget Bozzo, vale a dire l’azione autonoma dei chierici nella società civile e politica del loro tempo, al di fuori dell’organizzazione molto centralizzata e burocratizzata in cui sono inseriti per le cose di fede. E potrei continuare a lungo.
 Ciò che continua ad essere attuale di quel Concilio è invece un insieme di principi organizzativi e di metodo che vennero affermati non come dogmi definitivi, come acquisizioni una volta per tutte, ma come inizio di un processo, di uno sviluppo storico, che richiedeva un impegno collettivo. Questo è molto sensibile nella questione del laicato.
 Il laicato italiano è stato definito da Fulvio De Giorgio, nel suo libro con quel titolo, “il brutto anatroccolo”. Poco considerato dai suoi capi religiosi del clero, molto diffidenti verso ogni sua manifestazione di autonomia. Accettato fondamentalmente come consumatore di prodotti religiosi, come utenza  di servizi religiosi, e come docile massa di comparse nei grandi eventi organizzati dal clero. Gli si dice che fare e, senza tanti complimenti, si pretende che segua le direttive, o che almeno non le contesti platealmente. In genere non si ritiene che dal laicato possa venire molto di buono. In particolare che, almeno nelle cose che riguardano direttamente la sua vita in società, possa autonomamente progettare e decidere che fare in spirito religioso. Si pensa che si debba sempre confezionargli un menu da parte clericale. Ma il clero, nel trattare della vita dei laici, lo fa senza avere esperienza diretta dei problemi. Questo è vero particolarmente nelle questioni sessuali.
 Il laico che voglia iniziare un tirocinio laicale nello spirito del Concilio deve in genere organizzarsi da sé. Leggere, fare incontri, partecipare ad iniziative. Lo può fare in Azione Cattolica, dove i gruppi di Azione Cattolica sono  ancora presenti. La mappa dei gruppi di Azione Cattolica sul territorio dà, in un certo senso, la misura in cui i principio del Concilio sono ancora presenti nelle nostra collettività. Nella nostra parrocchia la situazione è critica. Il gruppo di Ac c’è, ma necessita urgentemente di forze nuove, che non si trovano perché la leva interna nella parrocchia è stata interrotta molti anni fa. Bisogna allora cercare di coinvolgere gente  di fuori. Ma nel presentarci all’esterno come gruppo di Ac bisogna far risaltare molto la nostra mentalità  conciliare  e i corrispondenti propositi. E’ quello che sto cercando di fare in questo blog. Noi non ci fissiamo su una morale sessuale bigotta. E questo anche non sottovalutando l’importanza del sesso nella vita di una persona di fede. Ma non è centrato tutto su questo, capite? L’eccezionale rilevanza che si dà a questi problemi e, in genere, a quelli della famiglia, contrasta con l’apparente minore importanza che ad essi si dà in quella parte degli scritti sacri che riflette l’esperienza collettiva di fede delle nostra prime comunità, nel primo secolo della nostra era.
 A parte Paolo di Tarso, gli apostoli probabilmente erano sposati; Pietro lo era sicuramente. Come si chiamavano e che fine fecero le loro mogli? Quanti figli hanno avuto e come si chiamavano? Non è detto. Sono questioni che evidentemente non avevano tutta l’importanza che oggi a loro si dà.
  Oggi tendiamo a immaginare gli apostoli come dei proto-preti, proiettando su di loro l’esperienza che abbiamo fatto con i preti di oggi, in genere celibi. Ma se gli apostoli erano sposati, periodicamente la sera, a casa, facevano  l’amore. Si fa fatica a immaginarlo, non è vero? Quante volte e come lo facevano? Se era una questione tanto importante, se ne sarebbe scritto nei documenti fondativi della nostra fede.  Queste cose non ci sono.
 A Cana, nel famoso pranzo nuziale, il nostro primo Maestro ebbe l’occasione per fare una bella predica agli sposi su come dovessero fare gli sposi (il matrimonio è per sempre, no ai contraccettivi – che anche allora c’erano -, tanti figli ecc.). Si limitò a cambiare l’acqua in vino. Interloquì solo, secondo quello che è scritto, con la mamma, con chi serviva a tavola e con il capo tavolata. Il vino era buono. Aveva fatto la gente felice, allegra, come il vino buono fa. Ciò che a volte mi sembra mancare nei cupi predicozzi che si fanno agli aspiranti sposi, e che poi li fanno fuggire a gambe levate rinunciando a “sposarsi in chiesa”, o almeno nella nostra chiesa parrocchiale (come è stato francamente ammesso qualche mese fa nell’udienza che ci ha concesso, nella chiesa parrocchiale, l’ausiliare di settore).
 E tenete però presente che non sono un teologo e che in materia accetto correzioni: sarà un’occasione di discutere meglio su certi temi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


  

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