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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 15 dicembre 2014

Dialogo

Dialogo


La Chiesa, in forza della  missione che ha di illuminare il mondo con il messaggio evangelico e di radunare in un solo Spirito tutti gli uomini di qualunque nazione, razza e civiltà, diventa segno di quella fraternità che permette e rafforza un sincero dialogo.
 Ciò esige che innanzi tutto nella stessa Chiesa promuoviamo la mutua stima, il rispetto e la concordia, riconoscendo ogni legittima diversità, per stabilire un dialogo sempre più fecondo fra tutti coloro che formano l’unico popolo di Dio, che si tratti di pastori o degli altri fedeli cristiani.  Sono sempre più forti infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che dividono; ci sia unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità.

[dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e la speranza) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, del Concilio Vaticano 2°, 1962-1965]

 Per certi versi sembra che il mondo di oggi non sia più quello degli anni Sessanta, quello a cui si riferivano i nostri capi religiosi riuniti in concilio scrivendo di mondo contemporaneo, consigliando il dialogo. Perché dico questo? Perché il dialogo è assai poco praticato nelle nostre collettività religiose. E, innanzi tutto, in genere non viene insegnato e non se ne fa tirocinio.  Appare estraneo alla nostra formazione religiosa di base e a quella successiva. In particolare per quanto riguarda quella che è rivolta ai più giovani e alle nuove coppie. Queste persone si trovano spesso di fronte a un muro fatto di pregiudizi e di assunti dottrinari molto rigidi. E’ possibile che sia anche per questo che in genere li perdiamo, se ne vanno. Così, si va anche perdendo, nella pratica quotidiana delle nostre collettività, quella che è stata veramente una delle innovazioni più significative portata dai saggi del Concilio nella nostra ideologia religiosa, per quasi due millenni assolutamente chiusa al dialogo, almeno come noi ai tempi nostro lo intendiamo sulla base di insegnamenti che risalgono all’antica filosofica greca, ma soprattutto alla prassi delle democrazie contemporanee.
 C’è stato, sembra, un “contro-Concilio” sotterraneo, silenzioso e non, dichiarato e non, innanzi tutto nella base delle nostre collettività religiose, non dobbiamo in questo riferire tutto ai vertici. Il metodo del dialogo, che non  è centrato sullo sfinire gli altri scaraventando loro addosso a cascata le nostre argomentazioni fino a che o cedono o ci mandano al quel paese, ma sulla mediazione culturale, alla ricerca di ciò che, oltre le diversità, rimane comune e può ancora fondare l’unità,  è visto con sfiducia e se ne contestano anche i fondamenti dottrinari. Si pensa, in genere, che dialogare nel vero senso del termine, che implica una  vera apertura agli altri, sia fonte di contaminazione. Lo si subisce fuori degli spazi liturgici, come una sorta di complicanza inevitabile della democrazia, ma si cerca di tenerlo fuori dalle nostre collettività religiose, dove, individuato uno che insegna, prete o laico, ci si aspetta che gli altri, quelli che ascoltano, debbano semplicemente adeguarsi, ripetere la lezione così come è stata loro impartita e agire di conseguenza. In fondo si pensa che nulla di buono possa essere portato da fuori e che la vita, se non rigidamente organizzata secondo certi principi  ritenuti non negoziabili, sia una vita sbagliata, da buttare. Dagli altri che si avvicinano alle nostre collettività si pretende che lo riconoscano, ammettano di aver toccato il fondo,  e, così facendo, si umilino, abbandonino ogni resistenza, per permetterci di ricostruire da zero le loro vite.  Questa presunzione di dovere e potere  rifare gli altri da capo contrasta duramente con i principi stabiliti come norma delle nostre collettività religiose nel corso del Concilio Vaticano 2° e la legge, a ben vedere, non è cambiata (si tratta quindi da questo punto di vista di prassi illegali), ma soprattutto non corrisponde a una reale capacità  di cambiare in meglio le vite degli altri, innanzi tutto perché priva gli altri della loro dignità di persone umane, che ha un altissimo valore religioso.


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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