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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 14 dicembre 2014

Reazione mediante frammentazione

Reazione mediante frammentazione


“…la responsabilità primaria della crisi dell’apostolato laicale non può essere che dei laici stessi.
[…]
 L’apostolato  dei laici come oggi lo comprendiamo e come oggi la dottrina della Chiesa lo insegna non nacque perché la dottrina di allora lo prescrivesse, ma perché la santità laicale lo impose.
[…]
mi pare si possa ipotizzare che la cisi dell’apostolato laicale con cui siamo alle prese abbia una ragione profonda in un difetto di forza spirituale.
[…]
...una parte della crisi del laicato cattolico nel dopo Conciilio prende la forma di una frammentazione grande.
[…]
…ogni forma di apostolato […] ha bisogno di alimentarsi in radici spirituali che possono essere e spesso opportunamente sono varie, ma anche –se davvero ecclesiali- in costante e concretamente progressiva tensione ecclesiale all’unico Cristo. Del resto, le stesse espressioni più vitali di apostolato laicale, non a caso di forma associativa, e tipicamente nel caso dell’Azione cattolica, si manifestano come serenamente e dinamicamente animate da pluralismo spirituale. Semmai, i problemi sorgono quando assurgono al rango di (pseudo) spiritualità stili di mero consumo di una gamma limitata di prodotti religiosi. Allora il credente decade al rango di consumatore religioso (e l’esercente di tali prodotti a quello di impresario religioso). Anche la più ordinata ed entusiasta giustapposizione di frammenti religiosi, che per essere efficaci debbono essere ripetitivi e che per la loro ripetitività sono condannati all’immobilismo spirituale, non produce una chiesa.
[…]
… un verace apostolato laicali non nasce da comunità che sequestrano o compartimentalizzano l’eucaristia. L’apostolato laicale non può dar luogo a comunità separate, al contrario può nascere e vivere –anche in modi sanamente conflittuali- dall’unica comunità ecclesiale di un territorio, innanzi tutto dall’unica Chiesa particolare.
[…]
Nell’affrontare il problema della crisi dell’apostolato laicale certamente non si potrà evitare di considerare tutti quei fenomeni, quantitativamente sovrastimati e nondimeno certamente significativi: i cosiddetti “nuovi movimenti ecclesiali”. Essi, insieme al fenomeno distinto e parallelo del laico come “operatore pastorale”, perlomeno per una parte dell’opinione pubblica e persino delle autorità ecclesiastiche, hanno sostituito le vecchie forme di apostolato laicale. Prima di fornire ogni valutazione […[ è indispensabile affrontare nodi  che […]  direttamente condizionano la spiegazione della crisi di cui ci stiamo occupando. Il primo nodo è se questi movimenti, singolarmente considerati, e molti altri fenomeno manifestatisi negli anni della crisi dell’apostolato laicale, debbano essere considerati frutti del Concilio o al contrario reazioni del tessuto ecclesiale per un verso al ritardo e al disordine nella routinizzazione dei rinnovamenti conciliari e per altro verso alla imprevista e durissima prova costituita per la Chiesa che recepiva il Vaticano II dall’accelerarsi e dall’approfondirsi di trasformazioni sociali, che nei primi anni ’60 e durante il Concilio erano inimmaginabili. Molto più radi di quanto si creda, ad esempio, sono i cosiddetti nuovi movimenti ecclesiali sviluppatisi effettivamente dopo il Concilio. Il dato è spesso trascurato, ma ciò non di meno interroga chi si ponga seriamente il problema con cui siamo alle prese. La gran parte di essi, soprattutto tra i movimenti più noti, sorge prima, o contemporaneamente, ma indipendentemente dal Concilio. Semmai, dopo il Concilio, e neppure nel primissimo dopo-Concilio, bensì negli anni delle prime difficoltà nella recezione dei suoi insegnamenti, i cosiddetti “nuovi movimenti ecclesiali” conoscono la loro maggiore diffusione. Ciò che allora dobbiamo capire è se queste manifestazioni di mobilitazione religiosa vadano lette come manifestazioni o perlomeno approssimazioni a nuove forme di apostolato laicale oppure come forme le più varie di recupero selettivo della tradizione (senza con ciò dare a questo termine il positivo significato che si dà alla teologia conciliare).

[da: Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – Caduti i bastioni, pag.176-184, Morcelliana, 2013]

 Storicamente il laicato di fede italiano si affermò in dialettica con il papato, a partire dalla metà dell’Ottocento. Esso conquistò un suo nuovo statuto durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) riscuotendo il consenso generale dell’episcopato mondiale su come esso si era sviluppato e sulle realizzazioni di cui era stato protagonista, innanzi tutto nel conflitto contro i totalitarismi europei negli anni ’30 e ’40 e poi nella creazione di un nuovo ordine istituzionale a livello globale negli anni ’40 e ’50.
 Negli anni ’70 esso dovette misurarsi con una diversa sfida, vale a dire con le reazioni anti-conciliari, che coinvolgevano il suo nuovo statuto, condotte al suo stesso interno. A quegli anni risalgono i primi violentissimi attacchi contro l’Azione cattolica e il suo ideale di apostolato laicale di riferimento, profondamente improntato ai principi conciliari. La mia giovinezza, dal punto di vista della fede vissuta, si è svolta negli anni ’80 all’interno di questa dimensione fortemente conflittuale. Ad uno sguardo retrospettivo il fenomeno si inquadra in un movimento di tipo reazionario, teso a sottrarre frazioni sempre più cospicue di laicato di fede al moto di rinnovamento e di rigenerazione conciliare. Poiché le autorità religiose si manifestavano indisponibili ad essere esplicitamente un punto di riferimento di questa reazione anticonciliare, non di rado per ragioni di coerenza istituzionale che per altro, questi moti reazionari divennero autocefali, si dettero proprie catene gerarchiche, che sono arrivate a competere con quelle istituzionali della nostra confessione di fede. La caratteristica che mi pare denotare l’esercizio dell’autorità in queste aggregazioni di tipo reattivo è il rifiuto dei principi e dei metodi democratici: in esse l’autorità si perpetua per cooptazione, vale a dire che i capi, ai diversi livelli, sono scelti dall’alto, in questo mimando i costumi clericali.
  Gli anni ’90 e 2000 hanno visto il tentativo di fare piazza pulita di tutto ciò che del Concilio rimaneva nel laicato italiano, in particolare sostituendo l’Azione cattolica come modello ideale di impegno del laicato di fede nella società e nelle collettività religiose. L’operazione, animata dal nobile intento di salvare  le sorti della nostra confessione religiosa in Italia, non è (per nostra buona sorte) riuscita per l’impossibilità di ricostituire una unità dall’intensa frammentazione indotta nelle nostre collettività religiose. Ne è derivato però un progressivo inaridimento dei moventi spirituali del laicato italiano e un corrispondente indebolimento della sua forza nella società: il papato e l’episcopato italiano sembrarono rilevarli verso la metà degli anni 2000, in cui venne un accorato appello a un rinnovato impegno laicale.
 Il processo di estrema frammentazione di cui ha scritto Diotallevi nei testi che ho sopra citato è particolarmente evidente nella nostra parrocchia. Esso ha coinciso con una progressiva emarginazione della realtà parrocchiale dalla vita del quartiere. Ad essere particolarmente critica non è però l’azione propria del clero, il quale continua a fare il suo mestiere secondo ciò che da esso si attende, ma quella laicale, dove si pretende di assoggettare a un certo paternalismo autoritario, da scuola elementare stile anni Sessanta, ogni espressione laicale e di ricostruire le personalità della gente di fede secondo una certa impostazione, pretendendo conformismo spinto. In particolare questo atteggiamento si avverte fortissimo nei confronti dei più giovani, proponendo alle famiglie di raddrizzarli. C’è insomma questa idea che la gente nuova che viene da dentro le nostre famiglie e dal mondo intorno vada innanzi tutto ricostruita  e raddrizzata, che da aderente di lunga data ad organizzazioni di Azione cattolica mi è piuttosto ostica da accettare, e mi pare che lo sia anche per la gente del quartiere. Penso che potrebbe essere proprio da qui che potrebbe partire un’ipotesi di intervento sulla crisi dei rapporti con il quartiere che sta divenendo piuttosto evidente. Costruendo un modo di presentarsi più aperto, in ciò riscoprendo gli ideali conciliari. Diminuendo un po’ le pretese di ingegneria psicologica che stanno al fondo di certi metodi. Cercando di valorizzare maggiormente la dignità delle persone e la loro libertà religiosa. E cercando di costruire con gli altri un dialogo in cui gli ammaestramenti non siano a senso unico.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.


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