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martedì 16 dicembre 2014

Predestinazione

Predestinazione


“Noi, inoltre, li predestiniamo e li condizioniamo. Travasiamo i nostri bambini sotto forma d’esseri viventi specializzati, come tipi Alfa o Epsilon, come futuri vuotatori di fogne o futuri…” Stava per dire futuri Governatori mondiali, ma correggendosi disse invece “futuri Direttori di Incubatori”.
[da Aldous Huxley, Il mondo nuovo, Arnoldo Mondadori Editore, 1933]

 La formazione religiosa di base nella nostra parrocchia non è solo molto carente, come in genere è quella nella diocesi, ma ha una particolarità: mi pare  diretta a una sorta di predestinazione di chi è formato. In sostanza intende produrre un futuro membro delle microcollettività, dei piccoli gruppi, in cui si articola il movimento che si è posto volenterosamente al servizio della nostra collettività di fede cittadina  e che ha improntato di sé, ma direi meglio trasfigurato in maniera molto visibile, la nostra parrocchia, tanto che, entrando nella chiesa parrocchiale, non si può non convenire che “qui ci sono loro”.  La forma dell’altare maggiore, tutti i dipinti, lo stile del fonte battesimale, tutto ci parla di “loro”. Di modo che, se uno, capendo l’obiettivo di questa predestinazione, vi resiste, è in definitiva portato ad andarsene. Ma, allontanandosi dalla parrocchia, non si allontana solo da quel tale movimento di volenterosi, ma si allontana dalla diocesi, dalla collettività locale di base, diventa un apolide religioso.
 Noi dobbiamo chiederci se sia effettivamente questo un risultato inevitabile nella formazione religiosa, vale a dire se sia veramente inevitabile  che uno ad un certo punto sia posto in condizioni di decidere se accettare una certa spiritualità con forti caratteri di specificità e di esclusività o andarsene, un po’ come quando si fa un noviziato in un ordine religioso e, ad un certo punto, si decide di abbandonarlo, di non proseguire, e si torna nel secolo. Ma in questo caso non si abbandona la diocesi, in un certo senso si rientra in essa. Non si diventa apolidi.
 Non parlo per sentito dire. Sono stato un genitore con figlie affidate alla formazione di base della parrocchia. Perché la mia prole non si è staccata dalla parrocchia? Perché in famiglia  abbiamo supplito. Abbiamo proposto un’alternativa. E ora le mie figlie sono tesserate di Ac.
 La situazione della formazione di base della parrocchia meriterebbe l’attenzione della diocesi? Probabilmente sì. Ma bisogna considerare la situazione difficile in cui si opera a Roma. Il clero scarseggia e anche le file degli ordini religiosi si sono rarefatte. E non sono abbastanza i laici che accettano di farsi formare in diocesi come formatori, tanto più che, come osservato dal Diotallevi nel libro che nei post precedenti ho spesso citato, essi hanno la prospettiva di operare in condizioni subordinate, in condizioni di paraclero, con poca autonomia. Mancano quindi gli operai.
  Guardando alla situazione più generale, la carenza più grave che ho potuto constatare nella formazione religiosa di base, e che ha riguardato anche la mia esperienza personale di bambino e di adolescente, è l’assenza  della società civile, in particolare della storia, dai discorsi che si fanno per istruire i nuovi membri della nostra collettività di fede. Si inizia a studiare la storia fin dalle elementari, ma essa è completamente assente dal catechismo che in quegli stessi anni si comincia a frequentare. Si somministrano solo pillole di teologia e di liturgia, condite con stringate istruzioni di spiritualità personale. Per chi farà il prete ci sarà poi un corso successivo di studi nel quale certe questioni verranno approfondite. Per la maggior parte degli altri fedeli questo sarà invece il corredo per una intera vita di fede, quello che dovrebbe servire loro ad ordinare il temporale secondo i principi religiosi. L’insegnamento della religione nella scuola dell’obbligo, molto oneroso per lo Stato, non colma assolutamente questa lacuna. Gli studenti non capiscono perché debbano applicarsi su certe cose e allora, durante religione, o fanno i compiti per altre materie o, come dicono, fanno casino, mettendo in croce gli insegnanti. E invece la nostra fede religiosa potenzialmente può cambiare il mondo, come in passato ha già fatto.
 A mio modo di vedere la formazione religiosa di base dovrebbe essere fatta a nome della diocesi, per costruire il laico la cui figura è stata delineata nel corso del Concilio Vaticano 2°, una persona capace di intervenire nelle dinamiche sociali del suo tempo per orientarle secondo i principi di fede, e questo operando in una società civile pluralista dove la laicità dello Stato, il principio di non discriminazione su base religiosa, è la legge fondamentale.
 L’anno scorso venne proposto al gruppo di Ac di incontrare i genitori dei bambini del catechismo che, nell’attesa della fine dell’ora di catechismo, stanno a chiacchierare nei corridoi della parrocchia o fuori degli edifici parrocchiali. Poi non se ne è fatto nulla e non per indisponibilità da parte nostra. Io penso che sarebbe stato interessante vedere che cosa ne sarebbe uscito. Certo, l’impostazione di quegli incontri sarebbe stata molto diversa da come, in genere, si conducono in parrocchia cose del genere. Si pensava, innanzi tutto, di ascoltare quella gente, per capirla meglio e per individuare un terreno comune. Non l’avremmo sommersa con la nostra ideologia.  Capire la gente del proprio tempo è importante, così come capire, e innanzi tutto conoscere in spirito di verità, la storia della società in cui si è immersi. E’ la base di quel dialogo universale che costituisce una delle direttive più innovative, rispetto ai costumi precedenti, venute alla gente di fede dai saggi del Concilio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli




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