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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 13 dicembre 2014

Reazionari

Reazionari


Quando le Settimane Sociali dei cattolici italiani svolsero con l’Azione Cattolica un ruolo importante, un ruolo da incubatore di un più maturo e prima inconcepito apostolato laicale, erano i laici stessi a sostenerle, anche economicamente, e senza che questo precludesse a pastori  e religiosi una larga e significativa partecipazione. Quella generazione di laicato, e molte successive –chiamate a vivere in tempi certo non più favorevoli dei nostri-, mostravano una capacità di convergere e di cooperare che le realtà attuali del laicato italiano neppure riescono a immaginare […]
 E quale contributo potranno mai dare alla pastorale dei laici dei laici mai stati laici o che alle fatiche o alle sconfitte nei campi dell’apostolato loro proprio rispondono ripiegando verso un impegno paraclericale?
 E semmai vi tornassero, potrebbero questi laici comprendere il loro dovere nella “civitas” altrimenti che come rappresentanza degli interessi ecclesiastici? E questo nel migliore dei casi.
 Lo spettacolo offerto dalle recenti elezioni del febbraio 2013, quello di un cattolicesimo politico tornato al “grado zero” non è che un esempio, in questo caso tratto dal campo della politica, della atrofia in cui è caduto l’apostolato dei laici in Italia.
[…]
 A cento anni dal 1913, data di elezioni nelle quali qualche candidatura politica suggellò il patto tra interessi clericali e preesistenti potentati politici (passato alla storia come “patto Gentiloni”), siamo tornati al punto di partenza. Nonostante in mezzo ci siano state grandi stagioni di cattolicesimo politico, di cattolici che insieme hanno saputo trattare di cose temporali in politica, e nonostante per ripetere qualcosa del genere non siano venute meno del tutto le condizioni, i cattolici italiani non sembrano in grado di uscire né in un modo né in un altro dalla nicchia, seppure in qualche caso dorata, dell’irrilevanza politica.
[…]
Per quanto certamente non l’unico, e forse neppure il più drammatico, è però molto probabile che quello tratto dal campo della politica sia l’esempio  più facilmente comprensibiile della crisi in cui versa l’apostolato dei laici nella società italiana. Forse infatti, quanto al rapporto tra cattolici e politici in Italia non siamo tornati indietro solamente di cento anni. Forse siamo tornati ad uno stadio ancora più primitivo di quello del “patto Gentiloni”. Forse siamo tornati allo stadio di inizi Novecento, quando, sullo sfondo di un cattolicesimo italiano in prevalenza politicamente analfabeta, si potevano osservare pochi e innocui spettatori della vicenda parlamentare detti “cattolici deputati” (giammai “deputati cattolici”!).
[…]
…credo sia già chiaro che non solo è impossibile ridurre alla sola pastorale  tutta la realtà della Chiesa, ma pure che è impossibile ridurre a pastorale anche il solo agire della Chiesa in ciascuna sua forma. Pastorale è semplicemente una delle forme di agire ecclesiale o apostolato, la forma propria dei pastori primariamente (anche se non esclusivamente) in relazione al resto del popolo loro affidato (si confronti appunto “Lumen Gentium” [Costituzione dogmatica sulla Chiesa, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965] n.18. […]
I laici […] sono chiamati all’apostolato in quanto battezzati. […] non si tratta di una chiamata generica. Infatti: […] “per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando delle cose temporali e ordinandole secondo Dio” (“Lumen Gentium” n .31).
[…]
 Non si dimentichi che tutto questo è insegnato in una “costituzione dogmatica” promulgata da un Concilio ecumenico, ovvero da una fonte del grado più elevato e impegnativo che il magistero ecclesiastico può assumere. Il fatto che tale apostolato sia proprio dei laici  significa che esso non è partecipazione inevitabilmente subordinata ad altre forme di apostolato, ma che esso è svolto, come la stessa Chiesa insegna, per dovere –derivante dal battesimo –prima ancora che per diritto (si confronti “Apostolicam Actuositatem” [Decreto conciliare sull’apostolato dei laici] n.3) e sotto un solo capo, Cristo (si confronti “Lumen Gentium” n.33 e n.9). Nell’ambito dell’apostolato loro proprio non è dunque corretto dire che i laici sono “collaboratori dei pastori”.
[…]
…i laici sono chiamati a partecipare liberamente e responsabilmente all’apostolato dei pastori (si confronti “Lumen Gentium” n.33 e seguenti) –e non viceversa-, e in questo caso sì, ovviamente come collaboratori dei pastori stessi. Ciò detto, però, neppure operando in questo ambito i laici perdono qualcosa della loro dignità e della loro libertà. Essi sono infatti chiamati a doveri altissimi e difficili, a volte anche scomodi, di franchezza nei confronti dei propri pastori (si confronti “Lumen Gentium” n.37). Anzi, ai pastori è chiesto non solo di “sostenere e promuovere” la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa, ma anche di farlo “volentieri”. Addirittura ai pastori è fatto obbligo di sostenere e promuovere la Azione Cattolica (si confronti “Christus Dominus” [Decreto conciliare sull’Ufficio pastorale dei vescovi] n.17; anche “Ad Gentes” [Decreto conciliare sull’attività missionaria della Chiesa] n.15) come la forma più impegnativa di apostolato dei laici attraverso la quale questi, in modo particolarmente responsabile (si confronti “Apostolicam Actuositatem” n.20b), assumono “anche” forme di partecipazione all’apostolato gerarchico (si confronti “Apostolicam Actuositatem n.20),  ovvero alla “pastorale”. In tale ultimo campo la dignità di questi battezzati è manifestata e corroborata tanto dalla forma associata quanto dal mutuo arricchirsi della partecipazione alla pastorale delle esperienze derivate dal militante servizio apostolico reso dal laico trattando ed ordinando a Dio in Cristo le realtà temporali nei vari ambiti.

[citazioni varie tratte da: Luca Diotallevi, I laici e la Chiesa – Caduti i bastioni, Morcelliana, pag.163-171, 2013, €16,00, attualmente reperibile in commercio]

 La condizione del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, ridotto a un piccolo nucleo di resistenti,  segnala un problema nella vita della nostra fede nel quartiere: esso riguarda la ricezione dei principi conciliari riguardanti l’azione dei laici di fede nella società in cui sono immersi. Si sono fatti passi indietro e, in questo senso, possiamo francamente riconoscere che in passato sembrano essere  prevalse concezioni reazionarie, che appunto guardano all’indietro. E ciò non solo nei rapporti tra clero e laici, ma all’interno dello stesso spazio dominato dall’autonomia laicale, dove il metodo democratico appare recessivo a favore di forme paternalistiche, dove l’accesso all’autorità avviene non per elezione ma per cooptazione, per scelta dall’alto, e dove chi costituisce la base si trova nella condizione di semplice sottoposto all’autorità altrui.  Una condizione che è già scomoda se subita ad opera del clero, ma ancor più disagevole quando imposta da altri laici e posta come requisito essenziale per essere accettati in società.
 L’apparente disaffezione della gente del quartiere verso la parrocchia può essere spiegata anche con il fatto che, vedendo che non sono ammesse forme di partecipazione che facciano meglio risaltare il ruolo dei laici di fede in società secondo lo spirito del concilio, le persone si chiamano fuori, non sentendosela di farsi coinvolgere da esperienze con carattere di forte esclusività. Eppure l’Azione Cattolica ancora vive  nel nostro quartiere, l’embrione per un impegno laicale diverso ancora c’è, esiste vitale. Far intendere in che cosa esso consiste è una delle principali finalità di questo blog.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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