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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 20 dicembre 2014

Dispotismo comunitario

Dispotismo comunitario


 Uno degli aspetti maggiormente caratterizzanti dell’ideologia sociale promossa dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) è quello della concezione comunitaria della nostra collettività di fede. 
  Essa ha anche fondamenti e aspetti teologici. Si legge infatti nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium  (=Luce per le genti) al n.8 intitolato “La Chiesa, realtà visibile e spirituale”, inserito nel capitolo 1° del documento, intitolato “Il mistero della Chiesa”:
Cristo, unico mediatore, ha costituito sulla terra e incessantemente sostenta la sua Chiesa santa, comunità di fede, di speranza e di carità; quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la grazia.
  La comunità  di cui si tratta nel brano che ho citato è poi caratterizzata come popolo e  popolo  messianico (cioè con una missione di redenzione nell’umanità) nel successivo n.9, intitolato “Nuova alleanza e nuovo popolo”:
Cristo istituì questo nuovo patto, cioè la nuova alleanza nel suo sangue (cfr. 1Cor 11,25, chiamando la folla dai Giudei e dalle nazioni perché si fondesse in unità non secondo la carne, ma nello Spirito, e costituisse il nuovo popolo di Dio. Infatti i credenti in Cristo, essendo stati rigenerati non di seme corruttibile, ma di uno in corruttibile, che è la parola del Dio vivo (cfr 1Pt 1,23), non dalla care ma dall’acqua e dallo Spirito Santo (cfr Gv 3,5-6), costituiscono “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo tratto in salvo … Quello che un tempo non era neppure un popolo, ora invece è popolo di Dio” (1Pt 1,23).
 Questo popolo messianico ha per capo Cristo “dato a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione” (RM 4,25), e che ora, dopo essersi acquistato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, regna glorioso in cielo. Ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cfr.Gv 13,34). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento, quando comparirà Cristo vita nostra (cfr. Col 3,4) e “anche le stesse creature saranno  liberate dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio” (RM 8,21). Perciò il popolo messianico, pur non comprendendo effettivamente l’universalità degli uomini e apparendo talora come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l’umanità il germe più forte  di unità, di speranza, di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo”.
  Invito i lettori che siano interessati alle questioni della nostra fede religiosa a tenere bene a mente i brani che ho citato, che hanno un valore rilevantissimo, essendo stati inseriti in un documento del magistero della massima autorevolezza, quale è una costituzione dogmatica di un concilio ecumenico, e che, a mio parere, resi accessibili a tutti con le opportune spiegazioni e traduzioni in linguaggio corrente, anche tenendo conto della capacità di ricezione degli interlocutori, dovrebbero costituire la parte centrale della formazione religiosa, in particolare di quella di secondo livello, dei laici di fede.
 La concezione della Chiesa come comunità-popolo messianico costituì una marcata correzione di rotta rispetto all’impostazione che si era data all’organizzazione istituzionale delle nostre collettività religiosa a partire dall’undicesimo secolo, regnante il papa Gregorio 7°, secondo la quale essa venne progressivamente strutturata ricalcando le concezioni costituzionali degli imperi di quel tempo, quindi come un impero religioso, con il papa come imperatore con competenza insieme civile e religiosa. Nel quadro della Chiesa-impero religioso assume un nuovo aspetto la questione dell’obbedienza,  che da questione relativa alla fedeltà ai principi  religiosi, quindi obbedienza alla volontà divina, diventa materia marcatamente giuridica, come obbedienza alla volontà del papa-imperatore  e dei suoi feudatari, in particolare, per quanto riguardava i laici, dei vescovi e dei parroci. Nella concezione della Chiesa come impero religioso, infatti, il fattore di unità era costituito principalmente dalla sottomissione a una autorità terrena molto accentrata. Il Concilio Vaticano 2°, per quanto riguarda questa materia, ha innescato un vero e proprio moto di riforma, pur lasciando sostanzialmente  intatta la struttura giuridica della Chiesa imperiale. E lo ha fatto rendendo possibile una dialettica tra la realtà imperiale e quella che sarebbe emersa dalla Chiesa-comunità-popolo messianico, in particolare sulla base del nuovo ruolo riconosciuto in essa ai laici di fede, ai quali venne riconosciuta una speciale competenza in merito all’influenza sugli ordinamenti sociali dei popoli della terra, da attuare in spirito di dialogo con le altre componenti sociali, e nelle questioni riguardanti lo sviluppo scientifico e tecnologico. Questa dialettica ha fortemente caratterizzato i primi quindici anni successivi all’evento conciliare.  Ciò fu molto evidente nel dibattito culturale emerso su due riviste teologiche fondate dopo il Concilio Vaticano 2°: Concilium (1965), di orientamento progressista, che vide tra i suoi collaboratori  i teologi Yves Congar, Hans Kung, Karl Rahner e Edward Schillebex, e Communio (1972), di orientamento  più  conservatore,  con i teologi Joseph Ratzinger, Han Urs von Balthasar, Henry Marie de Lubac.
 C’è un aspetto che occorre ancora ricordare, in relazione alla concezione conciliare della Chiesa come comunità-popolo messianico: essa è di tipo fortemente universalistico, nel senso che intende la Chiesa come manifestazione e via di realizzazione dell’unità  del genere umano. Ciò  risulta già da quello che si legge in apertura della costituzione Lumen Gentium (al n.1, intitolato “La Chiesa è sacramento in Cristo”):
… la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano ...”
 Da queste concezioni teologiche discende poi l’ideologia sociale dei documenti conciliari, in particolare riguardo alla politica e all’ordinamento internazionale.
 Si legge, ad esempio, nel n.84 della Costituzione Gaudium et Spes (=la gioia e la sperenza), intitolato “La comunità delle nazioni e le istituzioni  internazionali”, inserito nella  sezione 2, “La costruzione della comunità internazionale”, del capitolo 5° “La promozione della pace e la comunità delle nazioni”:
Dati i crescenti e stretti legami di mutua dipendenza esistenti  oggi tra tutti gli abitanti e i popoli della terra, la ricerca adeguata e il raggiungimento efficace del bene comune richiedono che la comunità delle nazioni si dia un ordine che risponda ai suoi compiti attuali, tenendo conto di quelle numerose regioni che ancora oggi si trovano in uno stato di intollerabile miseria.
[…]
Le istituzioni internazionali, tanto universali che regionali già esistenti, si sono rese certamente benemerite del genere umano. Esse rappresentano i primi sforzi per gettare le fondamenta internazionali di tutta la comunità umana al fine di risolvere le più gravi questioni del nostro tempo: promuovere il progresso in ogni luogo della terra e prevenire la guerra sotto qualsiasi forma. In tutti questi campi, la Chiesa si rallegra nello spirito di vera fratellanza che fiorisce tra cristiani e non cristiani, e dello sforzo d’intensificare i tentativi intesi a sollevare l’immane miseria.
 Per inciso si tratta di temi che sono in genere del tutto assenti dalla formazione religiosa di primo e secondo livello dei laici e anche da quella  dei laici più giovani, quanto a quella impartita a questi ultimi a favore non di rado di forme di bigotteria in materia di sessualità sentite dalle persone in formazione come veramente intollerabili, tanto che vi si sottraggono appena possono.
 In sostanza, nella visione conciliare, si passò dall’idea di espansione della Chiesa come conquista  di nuovi popoli e territori a un impero religioso, al modo in cui si espandono gli imperi politici, all’idea di realizzare, dal basso, a partire dai popoli della terra, un’unità sui principi, sui  valori, e poi sulle decisioni collettive per fronteggiare i problemi dell’umanità,  che potesse creare condizioni favorevoli all'ascolto e alle libera accettazione del messaggio religioso.
 La via della Chiesa-comunità-popolo messianico, aperta dal Concilio Vaticano 2°, avrebbe dovuto essere costruita e percorsa nel dopo concilio: il concilio indicò una direzione e un metodo, ciò che doveva seguire non era una pura e semplice esecuzione, ma doveva essere uno sviluppo  di quella idea fondamentale. Questo fu un campo particolarmente critico nel dopo concilio, in particolare negli anni ’70.
 L’Azione Cattolica fu il movimento di massa che con più decisione perseguì quella via, di sviluppare e rendere concreta la Chiesa-comunità-popolo messianico indicata dal Concilio Vaticano 2°, modificando profondamente anche i propri ordinamenti e le proprie strategie sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, ciò che venne chiamato scelta religiosa, che non significa scelta beghina  o clericale,  ma scegliere la via del Concilio, uscendo dall’ottica dell’impero religioso.
 Altre esperienze collettive scelsero vie diverse. E’ il caso del movimento attualmente prevalente nella nostra parrocchia. Esso prese avvio sfruttando i nuovi spazi di autonomia concessi, in particolare ai laici, nel dopo concilio.  Nella sua ideologia religiosa e sociale ha una forte accentuazione l’aspetto comunitario. In essa tuttavia, per ciò che sono riuscito a capire nella frequentazione della nostra parrocchia, in cui quella impostazione è molto evidente, e per quanto non vi siano al suo interno veri momenti di dialogo tra il mio mondo e quello delle persone coinvolte in quel movimento (sono infatti mondi che non si parlano  e sono reciprocamente diffidenti), l’idea di comunità ha subito una particolare accentuazione come strumento di perfezionamento personale,  mentre mi paiono messi un po' in secondo piano l’universalismo  e la  missione per l’unità di tutto il genere umano che erano molto forti nell'impostazione conciliare. Ci si perfeziona nella comunità, lasciandosi coinvolgere in essa, suddivisa in tanti piccoli gruppi in modo da potenziare al massimo quelle che appunto vengono chiamate dinamiche dei piccoli gruppi che creano un forte coinvolgimento emotivo personale, mimando famiglie allargate, e quindi la comunità, come gruppo di persone sulla via della perfezione personale,  tende poi a separarsi  dalla più ampia collettività che la circonda, come forma di protezione  di questo cammino  di perfezionamento, in qualche modo analogamente alla tecnica seguita per le piante coltivate in serra. Come avviene in famiglia, si crea un lessico familiare, vale a dire un insieme di consuetudini, concezioni, modi di ragionare e di esprimersi che sono capiti e condivisi solo in una ristretta cerchia e che rimangono estranei agli altri. Questi ultimi si sentono esclusi ed emarginati e lo rimangono fino a che non decidano di accettare quell’impostazione e di transitare nella comunità di perfezionamento. E’ un po’ quello che accade a noi dell’Azione Cattolica parrocchiale, che ci sentiamo più impegnati, con tutti gli amici dell’associazione a livello nazionale, a seguire la via del Concilio nella sua apertura  universale. Questo ci genera sofferenza, perché noi non concepiamo il nostro associarsi essenzialmente come diretto al perfezionamento personale, ma quest’ultimo finalizziamo a quell’apertura, che è un lavoro in cui ci si impegna poco in parrocchia. Ci sentiamo in qualche modo sprecati. Non ci rassegniamo ad essere un gruppo di anziani in fatale esaurimento. Infatti noi vorremo essere, nel senso più pieno, Chiesa del Concilio.
  Nella misura in cui si vuole affermare quel tale lessico familiare come stile e linguaggio dell’intera parrocchia esso può essere sentito come manifestazione di dispotismo comunitario, quindi della volontà di una comunità particolare di imporre a tutti le sue concezioni, a prescindere da una reale condivisione.  Ciò riguarda anche aspetti minuti della vita parrocchiale. Ad esempio, se, in una liturgia parrocchiale, non quindi in quella di una particolare comunità, di persone che si sono reciprocamente scelte  e scegliendosi hanno anche scelto una certa via, un certo cammino, ma in quella che esprime il servizio universale della parrocchia, si chiede di cantare insieme uno dei canti del canzoniere usuale della comunità parrocchiali italiane, ci si può sentire rispondere dai suonatori che non conoscono i canti “normali”  e, quindi, chi li vuole cantare se li canti senza musica.
 Quello che ho ricordato è un aspetto molto critico della vita della nostra parrocchia, che andrebbe risolto. La parrocchia è infatti un servizio universale, manifestazione della Chiesa universale che sussiste nella diocesi.
 Ciò dico esercitando un diritto-dovere che mi è riconosciuto, come laico di fede, proprio dalla Costituzione Lumen Gentium, al n. 37, “I laici e la gerarchia”, inserito nel capito 4°, I laici:
I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti; ad essi quindi manifestino le loro necessità e i loro desideri con quella libertà e fiducia che si addice ai figli di Dio e ai fratelli in Cristo. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora  anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa.
[…]
  I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità di laici nella Chiesa, si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano  delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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