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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 4 dicembre 2014

Tempo di Avvento

Tempo di Avvento


 Nella riunione di martedì scorso ci siamo appassionati organizzando un’attività che, nel laboratori di psicologia sociale, viene descritta come simulata. Per studiare le dinamiche di gruppo ci si immedesima in un tipo di persona  o in una classe di persone, cercando di ragionare ed agire come loro, per poi vedere le interazioni sociali che si stabiliscono e farne un tirocinio, per imparare come influire su di esse.
 E’ Tempo liturgico di Avvento e allora ci siamo divisi in tre gruppi, figurandoci di essere un gruppo parrocchiale, un gruppo di commercianti e in gruppo di politici, tutta gente della nostra fede religiosa, e di esserci riuniti per immaginare iniziative da attuare nel quartiere in Tempo di Avvento. Il gruppo dei politici ha proposto di insediare una commissione per promuovere interventi sui principali problemi del quartiere, da porre sotto l’alto patrocinio del Bambinello. Il gruppo dei commercianti si è proposto di abbellire con segni specificamente riconducibili alla nostra religione i negozi e le strade del quartiere, di essere più generosi con i clienti conosciuti come più bisognosi, e questo senza farsene accorgere, senza umiliarli con i doni che si fanno loro, e di dare un contributo in denaro al centro sociale della parrocchia. Il gruppo parrocchiale a proposto di accogliere la gente che entra in chiesa per la Messa, facendole sentire il calore dell’amicizia. La persone, infatti, spesso entrano ed escono dalla liturgia con la faccia scura, come notò diversi anni fa un volenteroso giovane prete che per qualche tempo prestò servizio in parrocchia apportando diverse innovazioni che però, quando lui dovette andare ad altro incarico, piuttosto rapidamente si persero. Tutte le proposte sono state esposte pubblicamente nella discussione comune e approvate da tutti i gruppi e sono diventate le proposte del gruppo al quartiere. Sono, sì, le proposte del gruppo, ma avendole costruite provando ad immedesimarci in coloro che idealmente sono i loro destinatari, possiamo immaginare che rispondano ad esigenze condivise da loro.
  Ma, al centro della questione, c’è il problema di capire perché di questi tempi si debba fare qualcosa di diverso dal solito, ci si debba attivare per qualcosa che vada oltre il pranzo di Natale, un giorno lieto in famiglia, lo scambio dei doni.
 Avvento significa venuta, ci ha spiegato domenica scorsa il sacerdote durante l’omelia nella Messa. La venuta è quella del nostro primo Maestro. Ma, si potrebbe obiettare, egli non è già “venuto” più o meno duemila anni fa? E’ vero, ma noi ne attendiamo il ritorno alla fine dei tempi e, come anche ci ha spiegato il sacerdote, egli viene ogni giorno tra noi, nei sacramenti e nella vita di fede. “Ieri, oggi, sempre” era scritto intorno alla croce posta al centro del logo, il simbolo, del Grande Giubileo dell’Anno 2000. Dunque, noi attendiamo ancora la sua venuta, non la celebriamo soltanto.
 Si insegna che il Tempo di Avvento è tempo di attesa e di preparazione. C’è qualcosa da fare per noi. E, nello stesso tempo, immaginiamo che qualcosa di nuovo avvenga per noi. Il che fare è strettamente collegato con le nostre attese.
 Viviamo nell’era “dopo Cristo”. Convenzionalmente la si fa iniziare nell’anno 753 dalla mitica fondazione della città di Roma. Ma, in realtà, questa era, intesa metodo di computo degli anni, è iniziata nel nono secolo, sotto il dominio dell’impero carolingio, quando le istituzioni pubbliche abbandonarono precedenti metodi di datazione. E anche come fatto sociale, l’era cristiana, intesa come l’epoca in cui l’ideologia della nostra fede permeò talmente le istituzioni dell’antico impero romano da sostituire la precedente ideologia religiosa politeista, iniziò grosso modo nel quarto secolo. Questo rende l’idea della fede religiosa anche come processo  sociale, come progressivo sviluppo di concezioni sulle realtà soprannaturali collegate a quelle naturali. E’ la fede come cultura, come insieme di costumi e di idee sul mondo, che va costruendosi nella storia dell’umanità. Questa, per come ho capito, è la nostra parte di lavoro, come persone di fede. Sul che fare ci sono concezioni diverse.
  Per orientarci usiamo ragionare sui nostri scritti sacri. In essi c’è una parte che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo e una parte che è originata, nel volgere di circa un secolo dall’esperienza di fede delle nostre prime collettività religiose. Nella prima parte il che fare era centrato, almeno da un certo punto in poi,  sull’idea di restaurazione di un ordine etico e liturgico, sulla riscoperta della legge soprannaturale. C’è l’idea di un popolo che si corrompe, adottando costumi stranieri, e si prostituisce, rinnegando il vero amore. Tornando ai retti costumi e corrispondendo all’amore del sovrano soprannaturale, osservandone la legge,  si sarà compensati con la vittoria sulle potenze ostili, benché apparentemente più forti, e l’instaurazione di una civiltà benevola, tendenzialmente inclusiva di tutti gli esseri umani, rappresentanti come in marcia verso una idealizzata Gerusalemme. Nella parte degli scritti sacri originati dalle nostre prime collettività religiose si avverte molto forte il senso del rinnovamento, sia interiore che sociale, portato dalle nuove idee religiose, inteso come  superamento, nel senso di compimento non si abrogazione, della legge soprannaturale del passato. Non restaurazione  quindi, e nemmeno abrogazione, ma superamento/compimento dell’antica legge. Va detto che tutti gli scritti sacri sono permeati anche dall’idea di liberazione collettiva, di passaggio, di esodo,  verso una nuova realtà.  Essa fu rielaborata in modo innovativo nella nostra fede e, in particolare, fu al centro della riflessione teologica e collettiva sviluppata negli scorsi anni ’70.
 Ho notato che, quando oggi progettiamo il che fare sulla base delle nostra attese religiose, ci muoviamo talvolta in un’ottica che riflette più che altro  il pensiero religioso dell’antico ebraismo: il rinnovamento come restaurazione di un ordine che si è corrotto. Penso che sarebbe bello, però, ragionare anche in termini di instaurazione di un ordine nuovo, anche perché è proprio questa la sfida dei tempi, vale a dire l’insufficienza dei modelli religiosi ricevuti dal passato. L’era cristiana  è ancora un lavoro in corso d’opera e una parte dell’opera deve passare per le nostre mani e, innanzi tutto, essere progettato dalle nostre menti.
 Questo che significa? Non dobbiamo religiosamente attenderci una restaurazione per via soprannaturale di un passato che non tornerà. Dal passato possiamo però trarre una lezione di vita. Il processo di liberazione per via religiosa è, in un certo senso, anche una liberazione da un passato corrotto. Questo ci può servire nel progettare e sperimentare nuove prassi collettive di vivere la fede. Io credo che potremmo provare, in questo Tempo di Avvento, a prendere sul serio quel detto scritturistico che fa “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.
 La riflessione sulle  novità  dei tempi travaglia le nostre collettività religiose dalla seconda metà dell’Ottocento ad oggi. Il primo documento legislativo delle nostre autorità religiose centrato su questo problema è appunto un’enciclica su quelle novità, quella denominata Rerum Novarum [=sulle novità] promulgata dal papa Leone 13° nel 1891, nel mezzo di un vivissimo fermento delle nostre collettività religiose  e dell’intera società europea di quel tempo. Direi che proprio il Tempo di Avvento, che ci invita  a prepararci  alla venuta di quella che consideriamo la novità delle novità, può essere un propizio per affrontare più serenamente questi temi.
 Nella pratica questo può tradursi, ad esempio, nel recepire il suggerimento del gruppo di lavoro parrocchia della simulata di martedì scorso: realizzare un servizio di accoglienza della gente che entra in chiesa per la messa domenicale. Dare un po’ di più di quella calda umanità che tanto trasparisce nelle molte opere d’arte pittoriche delle nostre chiese romane realizzate dal Rinascimento in avanti, mentre si coglie di meno nell’algido sguardo, rispondente a intransigenti e precisi canoni formali,  delle figure dei dipinti in stile neobizantino di cui ci siamo circondati nella nostra chiesa parrocchiale. Ecco, un’idea nuova: un supplemento di umanità in Tempo di Avvento.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

  



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