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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 17 dicembre 2014

Buonasera

Buonasera


“Fratelli e sorelle buonasera. Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui... Vi ringrazio dell'accoglienza, alla comunità diocesana di Roma, al suo Vescovo, grazie. E prima di tutto vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito Benedetto 16°. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”
[Recita il Padre nostro, l'Ave Maria e il Gloria al Padre].
“E adesso - ha proseguito - incominciamo questo cammino, Vescovo e popolo, questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità a tutte le chiese. Un cammino di fratellanza, di amore e di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro, preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi incominciamo  (mi aiuterà il mio cardinale vicario qui presente) sia fruttuoso per la evangelizzazione di questa sempre bella città.
  Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il Vescovo benedica il popolo io vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”.
[in silenzio e a capo chino attende la benedizione della folla convenuta in piazza San Pietro]
“Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e donne di buona volontà”.
[benedice la folla, usando la lingua latina, e concede l’indulgenza plenaria]
“Grazie tante dell'accoglienza. Pregate per me e a presto, ci vediamo presto. Domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo”.
[parole pronunciate da papa Francesco, il 13 marzo 2013, la sera in cui, dopo la sua elezione al pontificato, si presentò alla folla dei fedeli raccolta in piazza San Pietro]

 Ieri sera, con alcuni vecchi amici della FUCI, abbiamo ragionato sulle novità portate dall’anno scorso dal nostro nuovo vescovo e padre universale, che oggi compie gli anni.
 Innanzi tutto il linguaggio. Usa un linguaggio comune con il quale intende esprimere la massima apertura. “Buonasera”, ha detto presentandosi, e non, come forse i suoi predecessori avrebbero fatto “Sia lodato Gesù Cristo”.  Il linguaggio esplicitamente religioso segna spesso una divisione tra la gente di fede e l’altra. Usare il linguaggio comune, della vita di tutti i giorni, significa voler  andare verso quest’ultima, volere farsi intendere anche da essa.
 Ha ripreso l’espressione del teologo Karl Rahner “Chiesa in uscita”, per intendere che bisogna andare fuori delle nostre chiese per cercare la gente, e non stare nell’ovile a pettinare le pecore che vi sono rimaste. Di solito siamo portati a pensare che, secondo la parabola evangelica, novantanove pecore siano rimaste nell’ovile e ce ne sia una fuori, persa, ma, in realtà, possiamo pensare che stia accadendo l’esatto contrario.
 Riferendosi a certe abitudini ha detto che gli fanno schifo. Anche questo è linguaggio comune, con il quale si può essere intesi fuori, dalla gente che non ha dimestichezza con l’ecclesialese il sofisticato gergo che usiamo quando ci si incontra tra addetti ai lavori nelle nostre collettività di fede.
 Sta sconcertando i teologi, che si sentono un po’ messi da parte, perché si chiedono loro cambiamenti di mentalità e di impostazione che faticano a recepire. Non c’è tempo per i loro finissimi ragionamenti, quando là fuori  c’è il macello e allora bisogna organizzarsi come un ospedale da campo. Per quest’ultima espressione è stato aspramente ripreso su un giornale italiano da uno di coloro che definiamo atei devoti, persone che si definiscono non credenti ma che si dicono affascinati dal sistema di potere, dall’ideologia e dalle spettacolari liturgie della nostra confessione religiosa. Ma non vuole cambiare questo stile, che ha costruito in Sud America, molto lontano dalla nostra cultura di europei occidentali, a contatto con la gente di laggiù. Ha ribattuto che, giunto alla sua età, non cambierà stile.
 Il nostro nuovo vescovo ha innescato un moto di riforma, spiazzando molti. Parallelamente ha iniziato una pressante, quotidiana, catechesi anche qui innovando molto, in particolare insegnando a pregare in modo semplice, col cuore, senza limitarsi a memorizzare e ripetere formule, in un modo che è alla portata di tutti e che scaturisce dalla vita personale di ciascuno.
 Ha reso visibile le novità della sua impostazioni rimanendo a vivere in albergo, invece che nel principesco appartamento dove avevano vissuto i suoi predecessori, nella piccola città fortezza, arroccata dietro formidabili bastioni che storicamente hanno resistito a tanti assedi militari e non, dove egli è giuridicamente monarca assoluto.
 Incontra molte e accanite resistenze nel suo ministero e si dice che c’è chi non gli augura lunga vita. Improntando la sua azione alla dimensione dell’apertura ha rimesso in moto forze che era da lungo tempo come congelate. Sta cercando di superare problemi della pratica delle nostre collettività che sembravano insolubili. Ma si propone di farlo senza cambiare la dottrina comune. Ritiene che si possa farlo. Ad esempio nell’accogliere veramente nelle nostre collettività coloro che hanno avuto problemi nelle loro vicende matrimoniali e ora, nonostante si proclami di non volerli escludere, vivono come da scomunicati, per i tanti divieti che subiscono.
 Tanti auguri, papa Francesco!
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

  

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