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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 10 dicembre 2014

L’evoluzione del Sacro Impero

L’evoluzione del Sacro Impero


 In un modo molto generale, può dirsi che l’ideale storico del medioevo era comandato da due dominanti: da una parte l’idea o il mito […] della forza al servizio di Dio; dall’altra, il fatto concreto che la civiltà temporale essa stessa era in qualche modo una funzione del sacro, e implicava imperiosamente l’unità di religione.
 Per riunire tutto in una parola, diciamo che l’ideale storico del medioevo potrebbe riassumersi nell’idea del Sacro Impero […]
 Parliamo del Sacro Impero come ideale storico concreto o come mito storico, cioè come immagine lirica che orienta e suscita una civiltà. Sotto questo aspetto, bisogna dire che il medioevo  è vissuto nell’ideale del Sacro Impero […]
 E’ a questo titolo di ideale storico concreto che il Sacro Impero impregna ancora le nostre immaginazioni, ed è necessario sottoporre a una severa revisione, da questo punto di vista, le nostre immagini più o meno incoscienti […]
 L’ideale storico concreto del medioevo, il mito o il simbolo del Sacro Impero, corrisponde a ciò che può chiamarsi una “concezione cristiana del temporale”. […] Essa si caratterizza anzitutto, a nostro avviso, con cinque note tipiche. […]
 In primo luogo noteremo la tendenza a un’unità organica qualitativamente massimale: unità che non esclude né la diversità né il pluralismo, senza di che non sarebbe organica; e domanda di centrare l’unità della città temporale il più alto possibile nella vita della persona o, per dire altrimenti, di fondarla sull’unità spirituale. […]
 Una così alta unità era concepibile solo perché era d’ordine sacrale. […] Arriviamo così al secondo tratto caratteristico all’ideale storico del medioevo: il predominio del compito “ministeriale” del temporale nei riguardi dello spirituale. […] nella civiltà medievale, le cose che sono di Cesare [=di chi esercita il potere politico nella società], pure essendo nettamente distinte dalle cose che sono di Dio, avevano in larga misura una “funzione ministeriale” nei confronti delle ultime: pertanto erano “causa strumentale” nei riguardi del sacro, e il fine loro proprio aveva rango di mezzo, di semplice mezzo di fronte alla vita eterna. […]
 Il terzo tratto caratteristico dell’ideale storico del medioevo è, correlativamente alla funzione ministeriale della città, l’impiego di mezzi propri all’ordine temporale e politico […]; è l’impiego dell’apparato istituzionale dello Stato per il bene spirituale degli uomini e per l’unità spirituale dello sesso corpo sociale –per questa unità spirituale in ragion della quale l’eretico non era solo eretico, ma intaccava nelle sue vive  sorgenti la stessa comunità sociale-temporale. […]
 La quarta nota dell’ideale storico medievale, la trovo nel fatto che una certa disparità come d’essenza (tra il dirigente e il diretto), voglio dire una certa disparità essenziale di categorie sociali ereditarie o ancora – e per usare quelle amplificazioni di significato delle quali è suscettibile la parola razza – una diversità di “razze sociali”, è allora riconosciuta d’autorità, sia che si tratti dell’autorità politica dello Stato o d’altre specie di autorità le quali intervengono nella vita sociale ed economica del paese […] Può dirsi che nel medioevo l’autorità temporale era concepita innanzi tutto sul tipo dell’autorità paterna nelle concezioni esse stesse “sacrali” della famiglia, in quelle concezioni di cui si trova un esempio nell’idea romana del “pater familias” [=modello anche giuridico dell’esercizio giusto del potere nelle antiche concezioni romane, molto diverso dal modello contemporaneo di esercizio delle funzioni sociali e delle responsabilità di genitore], che la fede cristiana poteva sublimare riallacciandola all’idea della universale paternità divina. […]
 Un quinto tratto, infine, dell’ideale storico del medioevo concerne l’opera comune alla quale lavora la città e che è allora la instaurazione d’una struttura sociale e giuridica al servizio del Redentore da parte della forza dell’uomo battezzato e della politica battezzata.
 Lo dicevamo nel primo capitolo: con l’ambizione assoluta e il coraggio inavvertito dell’infanzia, la cristianità costruiva allora un’immensa fortezza al somma della quale si sarebbe assiso Dio. Senza misconoscere i limiti, le miserie, e i conflitti propri dell’ordine temporale, senza cadere nell’utopia teocratica, ciò che l’umanità credente tentava d’edificare, era qualcosa come un’immagine figurativa e simbolica del regno di Dio.

[da:  Jacques Maritain,  Umanesimo Integrale, pag.180-187,  1° ediz.francese nel 1936, ed. italiana citata Edizioni Borla, 2009]

 L’ideologia apocalittica che predomina nell’ambiente della nostra parrocchia, e che vede la soluzione giusta per la gente di fede nel rinchiudersi in piccole collettività – fortezza molto omogenee nell’attesa di un imminente giudizio finale sulla società corrotta e moralmente inquinante in cui si sono trovate storicamente collocate ma con la quale non voglio avere nulla a che fare, impedisce di cogliere la rilevanza per la vita di fede della partecipazione all’ordine sociale e politico in cui si è immersi, e  in cui, in particolare, i laici di fede esercitano il loro impegno quotidiano. E anche  di comprendere la rilevanza di gran parte dei temi che sono stati al centro delle discussioni che si sono fatte durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965).  Nel moto di riforma conciliare viene colta solo l’opportunità che è stata concessa di costruire organizzazioni clerico-laicali con una propria forte autonomia ideologica e organizzativa, sottraendosi in tal modo, almeno in parte, al controllo episcopale. Quando organizzazioni clerico-apocalittiche con forte autonomia, quindi con quelle caratteristiche di separatezza ideologica, si innestano nel corpo collettivo di una parrocchia contemporanea si creano alcuni problemi, specialmente quando esse pretendono di improntare a sé medesime tutta la vita sociale che ruota intorno alla parrocchia, e questo perché la parrocchia attualmente è organizzata e vive intorno agli ideali conciliari, molto centrati sull’idea di una collaborazione della gente di fede nella società del proprio tempo e quindi ideologicamente orientati in senso contrario.
 Possiamo pensare che l’ideale medievale di società civile religiosamente orientata con le caratteristiche descritte da Jacques Maritain [filosofo francese,1883-1973; fu molto stimato da Giovanni Battista Montini, partecipò al Concilio Vaticano 2° come esperto; ricevette al papa Paolo 6°, al termine del concilio, il messaggio del concilio agli uomini di scienza e di pensiero, in rappresentanza degli intellettuali (vedi nota 1)] sia una realtà molto lontana. In realtà non è così. Benché, in un certo senso, il Concilio Vaticano 2° possa essere anche inteso come il tentativo di superare l’ideologia del Sacro Impero, in realtà tale prospettiva ideale è stata centrale nel pensiero e nel magistero del papa Giovanni Paolo 2°, e mediante lui ha ripreso a coinvolgere profondamente le nostre collettività di fede durante il suo lungo regno. Il suo pensiero ruotava infatti intorno all’idea di restaurazione della civiltà cristiana europea, ricostituendo in particolare una continuità storica, sociale, ideologica, tra le nazioni dell’Europa Orientale cadute sotto il dominio sovietico, tra le quali la sua Polonia, e quelle dell’Occidente libero. Si trattava di un lavoro in cui volle impegnare innanzi tutto sé medesimo, nella sua autorità specificamente pontificale, e tutta l’organizzazione gerarchica del clero sottostante, cercando anche di impegnare in esso, anche con il richiamo all’obbedienza canonica, quella specifica che secondo l’ordinamento religioso un papa e un vescovo può richiedere ai fedeli, un laicato di fede il quale, almeno a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 era poco sensibile a quell’ordine di idee e stava impersonando un moto di profonda riforma delle nostre collettività religiose. In particolare, il superamento dell’orizzonte ideologico del Sacro Impero era particolarmente sensibile nella nostra Azione Cattolica, riformata sotto la presidenza di Vittorio Bachelet: essa, impegnandosi nella scelta religiosa, aveva ripudiato l’idea di fare del potere politico e dell’ordinamento della società civile degli strumenti per l’affermazione della nostra fede religiosa nella società, secondo l’ideologia del Sacro Impero. Questa diversità di impostazioni è rimasta latente per tutto il lungo regno del papa Giovanni Paolo 2°, durante il quale è maturata una profonda diffidenza verso il laicato di fede da parte dell’organizzazione clericale, in particolare verso quella parte del laicato che si muoveva nell’ottica suggerita dal Maritain, di un’esperienza collettiva di fede vissuta nella società non più come Sacro Impero, ma come umanesimo integrale, di sforzo collettivo verso la pienezza della realizzazione della persona umana nella società fondato su principi universali di pari dignità degli esseri umani e di non discriminazione sociale, dunque attuato collaborando con genti di diverse impostazioni ideologiche e culture.
 La nuova Europa sorta dalla dissoluzione dell’impero sovietico e dal processo di riunificazione della Germania, la ricucitura della cerniera che aveva separato in due monconi l’unità europea, si è fatta recuperando in gran parte un patrimonio ideologico profondamente influenzato dalla civiltà cristiana  prodotta nell’era medievale dalle varie incarnazioni storiche del Sacro Impero, benché si sia in genere persa consapevolezza di tale origine. E tuttavia ciò è avvenuto in un contesto storico in cui le nostre collettività di fede sono uscite profondamente inaridite dalla lunga imposizione di un riedizione dell’ideologia del Sacro Impero, e ciò essenzialmente per il motivo che in essa i laici di fede, a differenza dagli auspici conciliari, sono ritenuti prevalentemente massa di manovra, senza alcun ruolo autonomo del pensare l’organizzazione sociale secondo principi religiosi e, soprattutto, nessun ruolo nel pensare i principi religiosi di azione sociale. Questa situazione lascia i grandi principi di civiltà affermati a fondamento della nostra nuova Europa, in particolare quelli proclamati nella Carta dei diritti fondamentali entrata in vigore con il Trattato di Lisbona nel 2009, privi della loro feconda base sociale, da individuarsi proprio anche nelle nostre collettività di fede, che in questo campo agirono da protagoniste soprattutto dal secondo dopoguerra. E, infatti, in tutta Europa, ma in particolare in Italia, assistiamo a dei moti reazionari in questo campo.
 Si tratta di temi piuttosto complessi, sui quali converrà ritornare. Bisogna purtroppo rilevare che, a causa di profonde carenze nella formazione religiosa di base e di quella successiva, si tratta di discorsi che faticano ad essere intesi dalla gente di fede, alla quale in genere viene proposta una prospettiva totalmente astorica o storicamente molto riduttiva e ideologicamente manipolata. Ciò ha finora impedito l’affermazione di massa della figura di laico di fede tratteggiata durante il Concilio Vaticano 2°. Essa è rimasta esperienza di punte avanzate del laicato di fede, di quelle sue parti che rivendicano orgogliosamente di essere divenute adulte, mentre in altri ambienti sociali religiosi l’espressione cristiano adulto è usata quasi in senso dispregiativo per intendere una persona la cui fede è rimasta contaminata  dal mondo. L’organizzazione che più si è spesa per superare questa situazione è stata la nostra Azione Cattolica.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli






(1) Il testo del messaggio si può leggere in

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651208_epilogo-concilio-intelletuali_it.html

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