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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

domenica 21 dicembre 2014

La bellezza della fede

La bellezza della fede


 La speranza cristiana è la risposta dell’uomo all’atto salvifico di Dio mediante Cristo, a favore di tutta l’umanità, per questo non può esser ridotto alla propria salvezza, ma deve assumere l’illimitato significato dell’amore divino. Solamente una speranza senza limiti nella salvezza di tutti riconosce nella fiducia senza riserve l’infinito significato della Morte e della Risurrezione di Cristo. E’ qui che lo “sperare contro ogni speranza” raggiunge la sua suprema espressione. L’immanenza della carità alla speranza comunica a quest’ultima una ampiezza immensa, che riflette nella nostra umana pochezza l’immensità dell’amore di Dio in Cristo. Come l’amore-fiducia in Dio costituisce l’impulso più profondo della speranza nella sua dimensione personale, così l’amore agli uomini (esigenza e compimento dell’amore di Dio) è l’anima della speranza nella sua dimensione comunitaria. Siamo uniti nella solidarietà di una stessa speranza di tutti per tutti, perché speriamo lo stesso Cristo e nello stesso Cristo. La speranza cristiana include la dimensione comunitaria nel suo aspetto di relazione personale a Cristo.
 La Chiesa, in quanto popolo di Dio nell’esodo della speranza, è il “sacramento del futuro”, segno escatologico che anticipa la salvezza futura. In essa arriva il Regno di Dio. Nella fedeltà della sua speranza, si manifesta e si compie la vittoria definitiva di Dio nella Morte e  Risurrezione di Cristo. La certezza della speranza cristiana, nella sua dimensione comunitaria, appartiene alla presenza anticipata della salvezza futura, cioè alla presenza di Cristo che ha da venire e già viene  mediante il dono permanente del suo Spirito.
 La Chiesa vive nella speranza la sua esistenza come grazia di Cristo. Non può confidare in se stessa (nelle sue istituzioni o nel suo potere nel mondo), ma unicamente nella promessa indefettibile di Dio in Cristo. L’esistenza della Chiesa, come esistenza in speranza, implica la permanente disponibilità al futuro imprevedibile di Dio. Per questo la speranza è fermento di rinnovamento, innanzi tutto per la stessa Chiesa. Nella misura in cui la sua speranza s’affievolisce, la Chiesa corre il pericolo di cadere nell’immobilismo, cedendo alla tentazione di assestarsi su posizioni di sicurezza puramente umane. Invece di camminare audacemente in avanti con lo sguardo rivolto alla promessa di Dio, cercherebbe il suo rifugio nelle strutture sociali e culturali del passato e diverrebbe alleata degli interessi stabiliti dalle forze conservatrici. La storia dimostra come la Chiesa abbia dimenticato, più d’una volta, la sua missione di avanguardia di Dio nel mondo, identificandosi coll’ordine sociale stabilito. Oggi è più che mai urgente la necessità che rifletta su sé stessa, per liberarsi del peso morto che le sue stesse istituzioni fondamentali sono andate accumulando durante secoli, e ritornare, così, alla sua essenza, in piena fedeltà allo Spirito di Cristo. E’ un’impresa che esige il coraggio della speranza.
 Solamente se la Chiesa si presenta realmente come comunità in esodo verso il futuro di Dio, sarà segno efficace di speranza per il mondo. Saprà assumere e interpretare quanto di nobile e di giusto contengono le speranze concrete dell’umanità, nel suo sforzo di assicurare ad ogni uomo la possibilità di un’esistenza autenticamente umana e di rinnovare le stesse strutture sociali. Ma, nello stesso tempo, darà a queste speranze il loro vero ed ultimo significato, liberandole dall’utopia di una pienezza definitiva dell’uomo attraverso le conquiste del mondo. Relativizzando, così, alla radice ogni avvenire concreto dell’uomo nel mondo, gli mostra l’illusione della sua autosufficienza e lo apre alla speranza dell’avvenire assoluto come grazia di Dio in Cristo. Solamente nella fedeltà della sua speranza alla promessa di Dio, la Chiesa potrà compiere la sua missione profetica di proclamare il valore sacro della persona umana e di condannare le strutture d’oppressione. Solamente se essa stessa non è compromessa con queste strutture, potrà contribuire alla liberazione dell’uomo e presentarsi di fronte all’uomo nel nostro tempo come segno di speranza. In questo modo, l’impegno concreto per la liberazione dell’uomo diventa il criterio di verifica della fede e della speranza della Chiesa.

[da: Juan Alfaro, Speranza cristiana e liberazione dell’uomo, pag.112-114, Queriniana, 1972]

 I testi della teologia possono essere molto belli e possono esserlo, innanzi tutto, non solo dal punto di vista puramente  letterario, delle forme dell’espressione del pensiero, ma proprio per la ricchezza di pensiero in essi contenuto. La teologia riflette sulla nostra fede comune ed è un dibattito a più voci che percorre i due millenni della storia delle nostre collettività religiose. Comune è l’oggetto della riflessione  e condiviso un metodo, ma per il resto ogni autore, secondo la sua capacità e le sue esperienze di vita, esamina questioni particolari facendo riferimento alla tradizione di pensiero a lui contemporanea e del passato. Vi sono stati anche coloro, come Tommaso D’Aquino nel Tredicesimo secolo, che hanno avuto l’ambizione di esaminare l’insieme delle questioni importanti per la nostra fede ordinando le varie soluzioni proposte in un sistema, ma in definitiva la teologia rimane un’opera collettiva  destinata a evolversi con i tempi e il succedersi delle generazioni, così come la fede su cui essa si propone di ragionare. Ma è proprio in questo suo essere un lavoro in progresso che coinvolge tante menti, e per loro tramite tante esperienze di fede che nel pensiero teologico sono espresse e da cui esse traggono ispirazione, la bellezza della teologia: nel suo essere fatta di tante espressioni che però rimandano le une alle altre, riempiendo tendenzialmente la vastità dell’esperienza umana e facendosene arricchire, rimanendo però consapevole che essa non potrà mai essere esaurita. I risultati della teologia sono destinati ad essere sempre rivisti, proprio perché essa riflette sulla fede comune, che non è principalmente un insieme di concetti, ma un’esperienza umana, concreta, in cui ogni generazione, pur recependo molto dal passato apporta qualcosa di suo. Il futuro dell’umanità rimane aperto e la dimensione dell’attesa è molto importante in un’ottica di fede. Questa dimensione di apertura può sconcertare chi voglia ottenere, in religione, delle sicurezze, un sostegno per la propria vita. Non ha mai spaventato invece i teologi, che ne sono ben consapevoli e di essa, in fondo, vivono. Infatti la teologia si giustifica proprio per questa  apertura. La teologia non consiste nel ripetere all'infinito cose già dette dagli altri. Ma chi teologo non è? Vivere in una dimensione di fede confrontandosi con la sua apertura universale richiede un tirocinio in cui ci si sostiene gli uni gli altri, teologi e non teologi. Una parte dell’organizzazione delle nostre collettività di fede è dedicata proprio a questa esigenza. La fede, secondo la mia esperienza, è anche un fatto collettivo, oltre che un’esperienza interiore, radicata nella nostra psicologia individuale: non è cosa che ci inventiamo noi, la riceviamo in società e in società la viviamo e la sviluppiamo. Ma dobbiamo anche essere consapevoli dei limiti di questo sostegno che riceviamo dalla collettività di fede e delle semplificazioni che, a fini pedagogici, ci vengono proposte nel tirocinio alla fede. Infatti le collettività, se si fa eccessivo affidamento su di loro, finiscono sempre per deludere. Così anche quelle semplificazioni, che sono destinate ad essere sempre superate, approfondendo la vita di fede. Da bambini ragioniamo da bambini, da adulti ci confrontiamo con una maggiore complessità. E’ inevitabile che, ad un certo punto, sorga una dialettica tra noi e le collettività che ci hanno generato e sostenuto nella fede, in primo luogo con la famiglia. Ciò accade in quanto noi siamo persone, vale a dire esseri umani con una particolare identità morale, intellettuale, spirituale, a cui corrisponde una dignità sociale, vale a dire uno spazio di rispetto che è insieme protezione e fattore responsabilizzante, che si esprime anche come spazio di libertà e di autodeterminazione, innanzi tutto come libertà di coscienza. Nessuna collettività è autorizzata a fare di noi ciò che vuole, a costruirci o ricostruirci integralmente senza nostra reale partecipazione a quest’opera e senza rispettare la nostra dignità di figli di Dio,  come si dice in teologia riprendendo un'espressione biblica.
  L’affermazione del valore della persona umana e del rispetto che le è dovuto, sia in religione che nella società civile, è uno dei nodi centrali del pensiero teologico espresso nei documenti del Concilio Vaticano 2°, che, come disse Giovanni Battista Montini durante il suo alto ministero come papa Paolo 6°, possono essere considerati il catechismo dei tempi contemporanei. Si tratta di un aspetto che   è stato sempre estremamente critico nell’esperienza storica delle nostre collettività di fede. Nell’intento di costituire le nostre collettività di fede come corpo compatto e coerente sono state esercitate efferate violenze sociali, di cui si è stati sempre consapevoli ma da cui si è cominciato a prendere veramente le  distanze solamente in epoca recente, dopo il Concilio Vaticano 2 e, in particolare, regnante papa Giovanni Paolo 2°, che ha cercato di tradurre in pratica collettiva, con la sua autorità religiosa, il pensiero teologico dei saggi del concilio. Ma si tratta di una tentazione a  cui siamo sempre esposti in religione, anche oggi.
 Le idee sulla dignità della persona diffuse dal Concilio Vaticano 2° sono state riproposte con forza e originalità nel magistero di Jorge Mario Bergoglio, nostro vescovo e padre universale, regnante come papa Francesco.
   Mi ha sempre sedotto la frase di Giobbe che ho già menzionato: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto”. Dopo una prova, le cose si vedono in un’ottica diversa, si evolvono nella comprensione. Ma riprendendo la questione sui ministri della religione, l’umiltà è ciò che garantisce che lì si trova Dio. Quando qualcuno è autosufficiente, quando ha tutte le risposte a tutte le domanda, questa è la prova che Dio non è in lui. La sufficienza si avverte in ogni falso profeta, nei cattivi leader religiosi, che usano la religione a favore del proprio ego. E’ la posizione dei religiosi ipocriti, perché parlano di Dio, che è sopra ogni cosa, ma non mettono in pratica i suoi mandati. Gesù, riferendosi a loro, diceva al popolo dei fedeli: “Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere” [pag.40]
[…]
 Il dialogo nasce da un atteggiamento di rispetto verso un’altra persona, dalla convinzione che l’altro abbia qualcosa di buono da dire; presuppone fare spazio nel nostro cuore, al suo punto di vista, alla sua opinione e alle sue proposte. Dialogare significa un’accoglienza cordiale e non una condanna preventiva. Per dialogare bisogna sapere abbassare le difese, aprire le porte di casa e offrire calore umano. [pag.10]
 [da: Jorge Mario Bergoglio-Abraham Skorka, Il cielo e la terra,pag. 10. Arnoldo Mondadori Editore, 2012]
  Negli scorsi anni Sessanta si pensava che le questioni dell’apertura e del rispetto della dignità della persona di fede riguardassero essenzialmente, in religione, il clero, perché solo ad esso era attribuita un’autorità religiosa nella nostra confessione di fede. Ai tempi nostri le cose stanno diversamente e ciò per gli sviluppi dell’autonomia del laicato, che ha comportato una sorta di corresponsabilità nell’esercizio dell’autorità religiosa. Di fatto noi laici si troviamo in molti casi nella condizione di esercitare una tale autorità sugli altri fedeli. Accade, ad esempio, quando collaboriamo alla formazione religiosa della gente. O quando dirigiamo collettività laicali, ai diversi livelli in cui lo si può fare.
 Il Concilio Vaticano 2°, ragionando sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ha dato anche indicazioni molto precise su come l’autorità debba essere esercitata in religione.
Cristo Signore, per pascere e sempre più accrescere il popolo di Dio, ha stabilito nella sua Chiesa vari ministri, che tendono al bene di tutto il corpo. I ministri infatti che sono rivestiti di sacra potestà, servono i loro fratelli, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio, e perciò hanno una vera dignità cristiana, tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza.
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti), del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)]
  Vale a dire che il Concilio, pur lasciando intatta formalmente la struttura imperiale dell’ordinamento delle nostre collettività di fede, ha profondamente inciso sul modo in cui ogni autorità, anche quella massima, deve essere esercitata in religione.
 I documenti del Concilio pur essendo espressi prevalentemente in linguaggio teologico non sono documenti teologici, ma documenti normativi, sono leggi, per chi appartiene alle nostre collettività religiose. Mentre sui documenti teologici si può dissentire e fare diversamente da come consigliano, su quelli normativi si può sempre (entro una certa misura, in religione) dissentire, ma, fino a che siano vigenti, bisogna orientare le prassi a ciò che comandano, secondo il grado di cogenza e di specificità con cui certe condotte vengono prescritte. E il rispetto della dignità della persona umana e della sua libertà di coscienza è prescritto nei documenti conciliari con la massima forza e con la massima autorità, trattandosi del più alto magistero in religione, appunto quello di un concilio ecumenico. Dobbiamo quindi riconoscere come illegali, anche dal punto di vista religioso, prassi di esercizio dell’autorità in religione, da chiunque attuate, clero o laici, non rispettose di quei principi.
 Ma non è solo una questione di rispetto di una legge, anche se prendere consapevolezza che pure di questo si tratta è importante.
 E’ che se riduciamo la vita in religione a una specie di carcere in cui uno volontariamente dovrebbe volersi rinchiudere e in cui l’unico pensiero ammesso è quello dei pochi testi che si trovano nella bibliotechina del penitenziario, noi priviamo la nostra fede religiosa della sua bellezza, che risiede nella sua apertura universale, nella vastità dei suoi orizzonti, nel suo potenziale di liberazione da ogni gabbia sociale e da ogni confine, nel suo varcare ogni frontiera che separi gli umani tra loro, nell'essere  manifestazione di tante voci e di tante vite che, rispondendo a un appello e a un insegnamento tanto stupefacenti da essere riconosciuti come soprannaturali, esprimono l’intensità, la profondità e l’altezza dell’esperienza umana, nei suoi inesauribili rimandi di vita in vita, di coscienza in coscienza, attraverso i secoli. La fede religiosa, come è scritto nel salmo (Sal 142), strappa dal carcere la nostra vita, non ci reclude in esso.
 Questa però, dell’attuazione dei grandi principi sul rispetto della dignità della persona umana,  è una conquista culturale che in religione va rinnovata di epoca in epoca, anche qui e ora, da noi in Roma, Monte Sacro, Valli.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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