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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 10 novembre 2014

Una lacerazione gravissima

Una lacerazione gravissima


 “Ma il suo pontificato ebbe la grande prova nel luglio 1968, dopo l’enciclica «Humanae vitae» [=della vita umana  (la trasmissione)] sui problemi posti dalla contraccezione: esso cambiò, per così dire, atmosfera.
 Quando più tardi si farà la storia di questa enciclica, si comprenderà ancor più l’importanza di tale svolta nel suo pontificato e nella sua vita. Nelle nostre singole esistenza, come nei regni dei grandi della terra, ci sono momenti in cui tutto cambia senza che nulla appaia. Chi vuol capire Paolo VI dovrà, ne sono certo, riflettere su questa fase di passaggio. Paolo VI nel suo intimo (si trattò di un periodo patetico di cui fui uno dei rari testimoni) si poneva il problema della sovrappopolazione mondiale e della contraccezione, ma aveva da scegliere diverse strade. Poteva seguire il parere di una commissione da lui stesso nominata, favorevole all’orientamento del cardinale belga Suenens, e lasciare alla coscienza dei coniugi la scelta del metodo più conveniente per limitare il numero delle nascite. Era stata la scelta della chiesa anglicana. Poteva al contrario insegnare solennemente che, tra i metodi proposti, certi erano contrari alla legge morale naturale e alla disciplina cattolica, il che significava, per dirlo semplicemente, condannare la pillola.
 Paolo  VI  scelse la seconda soluzione, senza tener conto del parere della commissione. Occorre considerare che, se avesse scelto la prima, avrebbe guadagnato una considerevole popolarità, senz’altro più grande di quella di Giovanni XXIII. Avrebbe dato l’impressione di «liberare» l’amore. Si può dire che, all’intersecazione delle due strade, egli scelse per sé la via della croce. Lo fece per un senso di dovere di capo della famiglia umana, non solamente in quanto responsabile della fede e dei costumi del mondo cattolico, ma come responsabile del bene futuro della specie umana. Era convinto che ciò che si chiama la pillola guastava i meccanismi nervosi, che essa non era naturale, che non faceva appello al controllo di se stessi e che non si sapeva ancora quali effetti essa poteva avere sull’ereditarietà e la discendenza.
 Bisogna osservare che non condannava i metodi contraccettivi: egli sperava che i progressi della biologia e della fisiologia avrebbero permesso di trovarne alcuni che non mettessero in pericolo l’equilibrio nervoso e l’ereditarietà. Ma metteva in guardia l’umanità, come certi scienziati e medici, contro i procedimenti che non gli parevano conformi alla biologia e alla morale; pensava poi che, se questa generazione lo respingeva, una generazione futura l’avrebbe giustificato”

 [da Jean Guitton, Paolo VI segreto, pag.22-23, Edizioni San Paolo, 1985 (periodicamente ristampato), €15,00, disponibile in commercio]

 Riconoscere la santità in una persona significa renderne indiscutibili tutte le sue scelte? Riconoscerla in un capo religioso, significa prolungare la sua autorità anche dopo la sua uscita dalla scena della storia? Tra le ragioni per cui si fa santo un papa ci sono anche queste. Ma come fedeli noi non possiamo sentirci obbligati ad accettare queste conseguenze in tutto. Ad esempio, la beatificazione del papa Pio 9° non ci obbliga ad accettare o anche solo a giustificare una legge reazionaria e retrograda come il Sillabo (promulgato nel 1964: l’elenco delle affermazioni che secondo quel sovrano religioso contrastavano con la fede e che comprendono molti dei grandi principi di civiltà su cui le democrazie avanzate contemporanee si reggono).
 Il filosofo Jean Guitton fu a lungo amico personale del papa Paolo 6°, ebbe modo di conoscerlo molto bene, meglio della gran parte dei fedeli. Nel libro che ho citato ne parla liberamente e sinceramente, non oppresso dai sensi di colpa e dagli obblighi religiosi che limitano molto, in genere, ciò che si dice di quel Papa.  Scrive, in merito alla sua amicizia con Montini:
“Mi è impossibile dire che cosa io rappresentassi per lui: non ero un subordinato, un discepolo, un compatriota o uno  straniero, e neppure un parente o un amico d’infanzia. Non avevo nulla da chiedergli: egli non aveva nulla da darmi. Qui risiedeva il mistero della scelta inesplicabile, immeritata, che è l’amicizia allo stato puro, molto simile a ciò che nella fede si chiama grazia” (libro citato, a pag. 16).
 In merito alla decisione del Papa del 1968 sui metodi per limitare le nascite, Guitton ci narra quello che era già noto, vale a dire che fu una scelta personale del Montini adottata contro il parere dei consiglieri da lui stesso nominati per esaminare la questione, ma anche qualcosa di più, che invece non si sapeva, vale a  dire che fu presa su presupposti ancora più opinabili di quelli di teologia morale, vale a dire nella convinzione che la pillola, il farmaco utilizzato per la contraccezione chimica, per indurre una condizione di infertilità artificiale nella donna, avesse conseguenze negative sui meccanismi nervosi e sull'ereditarietà. Ma non sono stati questi aspetti quelli più gravidi di conseguenze, bensì la profonda sfiducia manifestata nei confronti dei coniugi di fede.
 Quell’enciclica provocò una lacerazione gravissima all’interno delle nostre collettività religiose, delle coppie coniugali di fede, nelle stesse psicologie delle persone di fede. Guitton ci dice che fu per il Papa come scegliere la croce. Per lui però fu una scelta consapevole. Per i coniugi cristiani fu molto diverso, fu come l’essere trascinati sulla croce senza capire bene il perché. La loro vita di fede ne fu fortemente travagliata. Certamente poi si cercava, come si dice, di farsene una ragione, di darsi delle spiegazioni razionali. Ma nessuna era ed è veramente convincente. In realtà, come accadde negli anni sessanta ai saggi nominati dal Papa per esaminare la questione, non c’è una risposta veramente soddisfacente che renda evidente perché ci si debba assoggettare, nella vita coniugale vissuta nella fede, a quella sorta di roulette russa  riproduttiva che era ed è ancora la scelta considerata moralmente lecita in base ai principi di quell’enciclica. I preti ci dicono che la gente in genere, anche quella di fede, non si attiene o non si attiene per tutta la sua vita biologicamente fertile a quell'orientamento morale, salvo minoranze fortemente motivate in senso riproduttivo o, appunto, in certi momenti della vita di una coppia.
 La decisione di Paolo VI in materia di strategie riproduttive venne seguita e, anzi aggravata, dal suo successore Wojtyla. Se ne fece materia di fondamentalismo religioso, che è oggi ancora molto diffuso nelle nostre collettività religiose. Esso, in definitiva, disconosce di fatto la qualità religiosa della maggior parte delle relazioni coniugali, proponendo una sorta di obiezione riproduttiva. In parole semplici: se si hanno solo  due o anche tre figli (come la gran parte dei coniugi di fede) è chiaro che non ci si è attenuti, che si è peccato. Se ci si fosse attenuti, se ne avrebbero avuti molti di più. Si sono rifiutati  i figli, non ci si è abbandonati alla  roulette riproduttiva. Ciò viene ritenuta manifestazione di egoismo, non di responsabilità riproduttiva. La colpa  è evidente, è, insomma, come scritta sulla fronte dei coniugi non sufficientemente fecondi, come il marchio d’infamia, una volta, su quella delle prostitute. Poi,  per misericordia, si accettano in chiesa anche le coppie peccatrici manifeste, quelle quindi che non hanno avuto un numero sufficiente di figli, così come per misericordia, si dice di ammettere anche quelle che non si sono sposate in chiese o che non si sono sposate del tutto e altre categorie di pubblici peccatori, come ancora sono considerati gli omosessuali che non praticano l'astensione totale.
 Questa misericordia  suona offensiva per i coniugi di fede, quelli che non solo si sono sposati in chiesa, ma che hanno improntato alla fede la loro vita coniugale. Arriveranno a capirlo i nostri capi religiosi? I presupposti non sono incoraggianti. I nostri capi religiosi appartengono tutti al clero e hanno una conoscenza indiretta,  quindi insufficiente, delle questioni sulla famiglia e, in particolare, di quelle riproduttive. In genere si mostrano sordi a ciò che giunge loro da chi della famiglia ha un’esperienza personale e diretta e, innanzi tutto, una esperienza, quella che loro, per loro scelte personali, si sono negata. E’ stato osservato che le famiglie di fede non sono state bene rappresentate all'ultima assemblea straordinaria del sinodo sulla famiglia. Come sono stati scelti quelli che dovremmo considerare i nostri rappresentanti e che, a quello che ho letto, si sono limitati in sostanza a ripetere il catechismo wojtyliano?
 Il punto centrale non è tanto stabilire quale metodo i coniugi debbano impiegare nelle faccende riproduttive, ma, innanzi tutto, stabilire se si debba  o non avere fiducia nei coniugi di fede nelle scelte riproduttive. Paolo 6° e i suoi successori non l’avevano. Ma, in questo, possono essere considerati uomini del passato.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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