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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 24 novembre 2014

Intransigentismo

Intransigentismo

“Secondo gli intransigenti, non  si poteva giungere a nessun compromesso con la “rivoluzione” e con lo Stato liberale, che faceva arrestare e processare i vescovi, che colpiva gli ordini religiosi, che negava l’«exequatur» [provvedimento con cui si ratificava la nomina, rendendola efficace anche per l’ordinamento statale] alla nomina di vescovi zelanti [=filopapali attivi in politica]. La tattica da seguire non era perciò che una, quella indicata dal capo degli intransigenti, dal cardinale Antonelli [= Giacomo Antonelli, ultimo segretario di stato dello Stato pontificio], il segretario di Stato di Pio 9°. Quando, nel 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia [=la conquista militare dello Stato pontificio da parte del Regno d’Italia il 20 settembre 1870], Ruggero Bonghi (filosofo e politico napoletano) fu invitato dal ministro Correnti [=Cesare Correnti, ministro della pubblica istruzione del Regno d’Italia]  a visitare le biblioteche di Roma, si recò a rendere omaggio all’Antonelli, che egli aveva conosciuto già nel 1948, all’epoca della sua permanenza nella città pontificia [=Roma] come segretario di ambasciata della Lega Italiana [il progetto di una coalizione politica antiaustriaca degli stati italiani che il Bonghi era stato incaricato, dal sovrano del Regno delle Due Sicilie, di negoziare a Roma con il Papa]. Fu subito ricevuto dal segretario di Stato, ed il discorso cadde naturalmente sulla condizione di cose creata, pochi giorni prima, dall’ingresso delle truppe italiane in Roma. L’Antonelli affermò che il Papa non uscisse dal Vaticano, perché l’uscire sarebbe stato un riconoscere e sancire quanto era stato fatto contro di lui. Da parte del papa – egli sostenne -  bisognava mantenere il diritto intatto e incolume, poiché la di lui forza stava in quel diritto. Spiegò perché i cattolici non dovevano recarsi alle urne, e al Bonghi, che accennava alla possibilità di trattative tra la Santa Sede e il governo italiano, rispondeva:
“Ma che trattative, mio caro signore. Con chi si tratta quando si tratta col governo italiano? Prima che la trattativa sia intavolata, il governo è bello e cambiato! E poi, come si può avere più fede negli uni che negli altri?”
E concluse dicendo: “Non vi è che una risoluzione possibile: protestare e aspettare?”.
“Protestare e aspettare”, questa fu la bandiera dell’intransigentismo cattolico per alcuni anni, dopo la caduta del potere temporale. E in questa attesa nessun incontro con i cattolici liberali.
 L’acutizzarsi della questione romana e la preoccupazione destata in seno alla Chiesa dal formarsi di correnti filo-liberali influirono anche sul livello culturale della grande massa dei cattolici, laici e preti, inibendo loro una ricerca e un’attenzione più aperta sugli indirizzi degli studi moderni. Il più delle volte la cura pastorale rivelava una mentalità da «ancien régime» [il tipo di regime politico basato sull’assolutismo regio che aveva preceduto la Rivoluzione francese e i regimi politici ispirata ai suoi ideali] “fondata cioè sulla fiducia nell’autorità più che sulla persuasione, preoccupata soprattutto di tenere lontano dai fedeli ogni influsso pericoloso, chiudendoli in una specie di ghetto cattolico» [cita G.Martina, Sguardi al clero italiano e alla sua azione pastorale verso la metà dell’Ottocento, pubblicato sulla rivista Humanitas, aprile 1964, pag. 452]. Lo sforzo pastorale era rivolto  «soprattutto a eliminare gli influssi nocivi, più che a irrobustire la fede dei praticanti preparandoli a contrattaccare le nuove idee» [cita il medesimo articolo].

[da: Gabriele De Rosa, Il Movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.45-46,  Laterza, 1979, non più in commercio]

 Storicamente tra la fine del Settecento e la fine dell’Ottocento, un secolo, gli orientamenti culturali e politici dei cattolici passarono dall’ultramontanismo, la rigida fedeltà ai dettami del Papa in particolare nell’opporsi all’influsso dell’illuminismo e dei movimenti politici scaturiti dalla Rivoluzione francese, al neoguelfismo, il movimento che intendeva promuovere l’unità culturale e politica degli italiani sulla base di valori culturali di origine religiosa e sotto il primato  del Papa,  e infine all’intransigentismo, il movimento centrato sulla reazione all’affronto politico fatto dal Regno d’Italia con il sopprimere militarmente lo Stato pontificio, il dominio laziale del Papa in Italia con capitale Roma.
  Sia l’ultramontanismo che l’intransigentismo furono dominati da un moto di chiusura verso le idee culturali e politiche dei tempi nuovi, in particolare dal rifiuto del liberalismo e dai regimi democratici da esso ispirati. Possiamo invece considerare il neoguelfismo come una anticipazione dell’esperienza democristiana del Novecento. Esso fu gelato dalla brusca virata contro il costituzionalismo [il movimento teso a temperare con istituti democratici l’assolutismo regio] maturata durante il regno del papa Pio 9° e dalla dura condanna del liberalismo contenuta nell’enciclica di quello stesso Papa Quanta cura[=Con quanta cura e pastorale vigilanza i Romani Pontefici Predecessori Nostri…],  del 1848, e nell’allegato Sillabo, l’elenco delle concezioni (in gran parte riconducibili al liberalismo) condannate in quanto ritenute contrarie alla fede religiosa.
 L’intransigentismo, con il senno del poi, può essere considerato una vera tragedia per le genti di fede italiane, avendo impedito loro di avere il ruolo determinante che avrebbero potuto esercitare per lo sviluppo del nuovo stato unitario nazionale, con  la loro massa e il loro sviluppo culturale e sociale. Ruolo che esse poterono avere solo nella seconda metà del Novecento, nella quale i democratici cristiani furono fondamentali per la costruzione della nostra nuova Europa, da Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer fino a Helmut Khol e ai tempi nostri, in cui costituiscono il gruppo maggioritario del Parlamento europeo.
 I caratteri fondamentali dell’intransigentismo  sono quelli sunteggiati sopra nel brano del libro di De Rosa. Manifestazione di perdurante intransigentismo può essere considerata l’ideologia politica dei valori non negoziabili, promossa dal papa Benedetto 16°. Essa trova ancora autorevoli fautori in Italia, benché non abbia più il sostegno pontificio, dal 2013.
 Quando, tra le due guerre mondiali, il papato decise di abbandonare l’ideologia politica dell’intransigentismo, tra due linee transigenti, quella dell’impegno del laicato in democrazia, promossa da Luigi Sturzo, e quella del compromesso con un dittatore, il Mussolini, scelse la seconda, concludendo, nel 1929, una serie di accordi con il Regno d’Italia dominato dal fascismo storico, sentiti da molti come disonorevoli. La grande maggioranza degli italiani della nostra fede, compresi quelli associati nell’Azione Cattolica, lo seguirono. Fu l’apogeo del clerico-fascismo. Monumento visibile di questa epoca è la Città del Vaticano, il simulacro di regno temporale di cui il Papa è re e in cui la stragrande maggioranza dei fedeli è considerata  straniera e non ha voce.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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