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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 11 novembre 2014

Kèrigma – annuncio

Kèrigma – annuncio

“La riforma protestante fu essenzialmente una rivoluzione ecclesiologica: non un semplice attacco a questa o a quella struttura ecclesiale, ma un cambiamento radicale del significato e della funzione della chiesa. Per Lutero e Calvino la chiesa è il popolo di Dio, la comunità eletta e salvata per opera di Cristo, ma sia della salvezza che dei mezzi per realizzarla essi hanno un concetto profondamente diverso da quello insegnato dalla Chiesa cattolica. Essi non concepiscono la salvezza come santificazione mediante l’incorporazione in Cristo, ma soltanto come perdono conseguito con la fiduciosa accettazione della Parola di Dio. E per salvare l’umanità Dio non conosce altra via che quella della sua Parola; egli non ha bisogno né di mediazioni né di intermediari. E’ sempre e soltanto Dio che salva con la sua Parola; la chiesa non diviene mai canale, strumento di salvezza; essa è il soggetto recettivo della salvezza, la comunità dei salvati. Quelli che la chiesa cattolica considera strumenti di salvezza  (il potere di ordine e di giurisdizione, i sacramenti e le altre strutture), sono semplicemente dei segni di appartenenza alla Chiesa.
 L’ecclesiologia protestante è, quindi, sin dalle sue origini essenzialmente kerygmatica: è costruita intorno alla Parola di Dio, il messaggio (kèrigma) [kèrigma = parola greca che significa “annuncio”, “predicazione”) cristiano. Tuttavia il termine “kerigmatico” è di conio piuttosto recente: l’ha introdotto Karl Barth [teologo protestante svizzero; 1886-1968]  per caratterizzare la sua teologia, la quale si propone  non obiettivi speculativi e sistematici, ma squisitamente pastorali e missionari; vuole semplicemente servire all’annuncio del Vangelo. Naturalmente, se già tutta la teologia barthiana è kerigmatica, non può non esserlo la chiesa la’raldo della Parola di Dio.

[da Battista Mondin, le nuove ecclesiologie, pag.5, Edizioni Paoline, 1980]

 Concezioni riconducibili alla teologia di Karl Barth hanno avuto molta fortuna anche nella nostra confessione religiosa. L’importanza dell’annuncio, del kèrigma, ci è spesso sottolineata, così come l’esigenza di abbandonarsi alla Parola di Dio. Anche tra noi questa linea di pensiero è stata vista come un antidoto alle molte compromissioni con il potere politico delle nostre collettività religiose.
 I problemi, con la Parola di Dio, sorgono quando la si affronta più da vicino, uscendo dal generico. Si tratta infatti di interpretare scritture sacre risalenti all’antichità che sono piuttosto ostiche anche per i più sapienti. Da lì poi, con dei ragionamenti, si ricava quella che viene definita Parola di Dio. Nella nostra confessione religiosa si è stati particolarmente consapevoli delle difficoltà che si incontrano in questo lavoro. C’è chi lo ha demandato totalmente all’autorità religiosa e chi ci si è anche impegnato direttamente, assumendosene la responsabilità, ma chiarendo bene la provvisorietà dei risultati, trattandosi pur sempre di interpretazioni situate storicamente e condizionate dalla cultura e dalle personalità degli interpreti. In Azione Cattolica, conformemente alla dottrina prevalente, si sono seguite entrambe le strade. Si cerca di capire personalmente quale ciò che definiamo Parola di Dio tenendo conto anche dell’insegnamento delle autorità religiose.
 Dopo il Concilio Vaticano 2° i fedeli sono stati spinti a un contatto personale con le scritture sacre, al fine di trarne insegnamenti di vita e orientamenti per l’azione religiosa e non nella società. Spesso però, per tante ragioni, innanzi tutto perché impegnati in altre cose, non si è maturata una cultura sufficiente per comprenderle in modo affidabile. Non di rado si è piuttosto superficiali, ci si ferma al primo senso che balza agli occhi. Qualche volta ci si affida ai ricordi delle prediche del passato. In genere quando apriamo il libro sacro siamo piuttosto disorientati. E vedo di nuovo in voga l’uso medievale di aprire a caso la scrittura ritenendo in questo modo di sollecitare in qualche modo l’intervento soprannaturale per capire quale sia, oggi, la Parola di Dio per noi. E’ un metodo usato anche da Francesco d’Assisi, il quale però, appunto, era un uomo del medioevo. Francamente non mi soddisfa. Io non sono un uomo del medioevo.
 Alla concezione magico-spiritualista della Parola di Dio in Azione Cattolica si è preferita quella che impegna a un lavoro di mediazione culturale per far reagire i principi tratti dalle scritture sacre con la realtà in cui viviamo.  Questo è anche un modo di essere presenti nella società che è stato particolarmente fecondo in passato, ma che richiede un certo  sforzo che è insieme personale e collettivo. E’ una via faticosa. In generale concepiamo la collettività come strumento di salvezza anche religiosa. In questo la nostra concezione religiosa diverge abbastanza da quelle protestanti. Le si avvicina quando riteniamo che questo sia un lavoro per tutti, non solo per una classe di predicatori professionisti con mandato speciale.
 Nella concezione che vedo prevalente in Azione Cattolica (ma ve ne sono anche altre come in tutte le nostre collettività) l’impegno associativo è individuato nel costituire una forza sociale che abbia un influsso nella società in cui è inserita vitalmente nel senso di promuovere certi valori ai quali attribuiamo valenza religiosa. Parallelamente c’è l’obiettivo della autoformazione religiosa e culturale in vista dei quell’obbiettivo. Non si ritiene sufficiente l’annuncio e anche la sola predicazione.  Non perché, naturalmente,  non si abbia fiducia nel soprannaturale, ma perché si ritiene che il lavoro della mediazione culturale,  per animare  la società profana, fuori degli spazi liturgici, sia uno dei modi, in particolare quello affidato ai laici di fede, in cui si possono servire gli ideali religiosi. Vogliamo essere quindi mediatori, dove le ideologie kerigmatiche   rifiutano mediazioni.
  L’idea di essere mediatori  ci porta a richiedere un ruolo riconosciuto all’interno della nostra collettività religiosa. Non siamo quindi in polemica con l’autorità religiosa, ma in dialettica sì. Nell’organizzazione feudale del potere religioso all’interno delle nostre collettività di fede c’è ancora poco posto per il laicato. Le conseguenze sono molto negative e cominciano a notarsi in modo eclatante.
  Il lavoro  di mediazione culturale  significa accettare di confrontarsi con la storia in ci si vive.  Il kerigmatico rifiuta di farlo, tende a estromettere tutto ciò che ha carattere storico, come indebita contaminazione. Inoltre quel lavoro richiede una spazio per il mediatore. Il kerigmatico  non si pone tanti problemi e, in un certo senso, è come se vivesse già totalmente nel soprannaturale, in una realtà che agli altri appare piuttosto irrealistica. Il kerigmatico  proclama un comando religioso, ma l’uditore in genere non riesce a intenderlo bene.  A volte è veramente una parola che viene dall’aldilà.
  Tutti i risultati della mediazione culturale  in materia di fede  non devono mai essere presentati con carattere di assolutezza e definitività. Sono storicamente e culturalmente situati. La mediazione culturale  è un lavoro che deve essere sempre ripreso, di epoca in epcoa. In questo chi vuole impegnarsi nell’pera della mediazione culturale accetta il monito del kerigmatico, che sottolinea con particolare forza questo aspetto.
“Dio è il Dio sconosciuto. Come tale egli dà a tutti la vita, il fiato e ogni cosa. Perciò la sua potenza non è né una forza naturale né una forza dell'anima, né alcuna delle più alte o altissime forze che noi conosciamo o che potremmo eventualmente conoscere, né la suprema di esse, né la loro fonte, ma la crisi di tutte le forze, il totalmente Altro, commisurate al quale esse sono qualche cosa e nulla, nulla e qualche cosa, il loro primo motore e la loro ultima quiete, l'origine che tutte le annulla, il fine che tutte le fonda.[…] L'uomo si trova in questo mondo in prigione. Una riflessione alquanto profonda non può concedersi nessuna incertezza sulla limitazione delle nostre possibilità che sono qui e ora a nostra disposizione. Ma noi siamo più lontani da Dio, il nostro ingannarsi su di lui è più grande e le sue conseguenze sono sempre ancora più vaste di quante ci permettiamo di pensare. L'uomo è signore di se stesso.”

[da Karl Barth, Lettera ai Romani, 1922]

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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