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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 22 novembre 2014

Effetti collaterali negativi e controindicazioni

Effetti collaterali negativi e controindicazioni


 L’esperienza storica ha insegnato che le religioni possono avere molti effetti collaterali negativi e controindicazioni e questo può dirsi anche della nostra esperienza religiosa. In passato ogni grande civiltà integrava un sistema religioso, ai tempi nostri è meno vero. Per certi versi questa è considerata una grande conquista di civiltà, perché consente di integrare in un solo popolo genti di diverse fedi religiose. E ha anche innescato nella nostra fede religiosa un moto per aprire un dialogo con altre religioni storiche costituite, a livello di capi religiosi, con incerti e alterni risultati. Questo movimento è analogo a quello dell’ecumenismo, che riguarda solo varie confessioni della nostra stessa fede religiosa e mira innanzi tutto a superare l’inimicizia del passato e poi ad avvicinare e rendere compatibili le varie concezioni di fede. In questi campi si sono ottenuti importanti risultati. I nostri capi religiosi sognano anche di raccogliere tutte le greggi sotto l’autorità di un unico pastore e qui le cose si fanno molto più problematiche, perché in genere, e anche nella nostra confessione religiosa, l’ideologia di un pastore-imperatore religioso, risalente all’inizio del secondo millennio della nostra era, è considerata obsoleta. Ma perché voler radunare tutti sotto l’incontestabile autorità di un uomo solo? Questa è stata la soluzione organizzativa che è stata individuata in epoca medievale e rinascimentale per contrastare alcuni importanti effetti collaterali negativi dell’esperienza religiosa e alcune  sue controindicazioni. La medicina è stata vista nell’ortodossia, non intesa però solo e tanto come retto pensiero,  ma come pensiero conforme al volere di un uomo solo ispirato per via soprannaturale. Si è trattato di uno sviluppo storico piuttosto controverso e che è culminato nel 1870 con la promulgazione del dogma dell’infallibilità del pontefice romano, avvenuta nel mezzo di quello che appariva come la fine di un mondo, anzi proprio la fine del mondo, in una Roma assediata dalle truppe del Regno d’Italia inviate da un sovrano civile che voleva completare l’attuazione dell’unità nazionale stabilendo a Roma il centro del suo potere, per stabilire una sorta di continuità morale e ideologica con i fasti dell’antichità. Egli poi si insediò nel palazzo del Quirinale, dove per secoli avevano risieduto i papi, rendendo ancora più evidente lo sfratto  dato al papa-re, come veniva chiamato in precedenza. La reazione dell’autorità religiosa ebbe, da allora,  conseguenze drammatiche per la vita degli italiani, che non si sono del tutto risolte neppure oggi, costituendo un importante effetto collaterale negativo della nostra esperienza religiosa contemporanea: il suo potenziale contrasto con l’ordinamento civile democratico. Altri effetti collaterali negativi della nostra fede religiosa dipendono da particolari accentuazioni che si stabiliscono nella vita di fede. Essi si stanno manifestando, ad esempio, nelle questioni riguardanti le regole da dare nelle  convivenze d’amore delle coppie e le questioni, in senso lato, riproduttive. In questi campi la nostra fede religiosa, anzi meglio l’influenza della nostra organizzazione religiosa guidata da una certa ideologia religiosa, ha determinato un insoddisfacente stallo a livello legislativo, che ha frustrato esigenze di normazione provenienti dalla società civile.
  La fede religiosa può avere anche controindicazioni? Certamente. Le ha quando suscita attese irrealistiche o conduce a un’interpretazione irrealistica dei fatti storici, producendo arbitrarie estrapolazioni. La fede non risolve magicamente tutti i problemi e ogni processo storico è la risultante dello scontro di forze conflittuali nella quale difficilmente, e comunque solo a posteriori, può essere individuata una coerenza. C’è ad esempio chi ha voluto vedere nel crollo del potere sovietico, a cavallo tra gli scorsi anni ’80 e ’90, il dispiegarsi di un disegno provvidenziale, ma si è visto, dagli effetti che ne sono usciti, che si è invece trattato di un sviluppo storico molto umano.
 Ma tutte queste chiacchiere come possono riguardare un gruppo parrocchiale di AC come il nostro?
 C’entrano con la nostra vita di gruppo perché uno degli esercizi di laicità che siamo chiamati a praticare è quello di cercare di contrastare in modo nuovo effetti collaterali negativi e controindicazioni della vita di fede. Non attendendo la voce del pastore, ma escogitando e sperimentando noi stessi nuove soluzioni. I pastori  infatti, in molti campi, attendono da noi le soluzioni. A noi laici infatti, come riconosciuto all’inizio degli anni ’60 dai nostri capi religiosi di allora durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), compete specificamente quella che in gergo teologico viene definita l’animazione del temporale, quindi il comprendere e l’organizzare secondo valori religiosi tutto ciò che si muove fuori degli spazi liturgici, delle nostre chiese e loro pertinenze. Per la verità questa distinzione tra “preti competenti nelle chiese e laici fuori delle chiese” non è del tutto rigida nell’ideologia conciliare, innanzi tutto perché i nostri capi religiosi (del resto decidevano tutto loro) si sono riservati il potere di intervenire praticamente in tutto e poi perché in Italia storicamente abbiamo avuto preti molto competenti nelle questioni temporali. Ricordo ad esempio la figura di Luigi Sturzo. Ma nell’ideologia religiosa corrente il prete è considerato sempre una sorta di mandatario del papa, un suo funzionario subordinato, per cui i suoi spazi di libertà finiscono in genere incompatibili con il pieno esercizio di una cittadinanza democratica civile: sono molte le cose che al prete sono vietate in quanto appartenente ad un’organizzazione religiosa molto rigida, accentrata, autoritaria. Se un prete vuole esercitare a pieno la sua cittadinanza civile incontro di solito diversi problemi e ricordo ad esempio quelli che ebbe con il suo vescovo un prete-politologo-politico di grande levatura intellettuale, religiosa, politica come Gianni Baget Bozzo.
 Uno dei più importanti effetti collaterali negativi da contrastare è l’intolleranza a sfondo religiose nelle nostre stesse collettività religiose. In altri contesti nazionali queste ultime sono oggetto di intolleranza, nel nostro ne sono travagliate al loro interno. Accade spesso che quando si decide di approfondire e intensificare la propria vita di fede si diventi fondamentalisti su certi aspetti religiosi concepiti come valori non negoziabili, per cui, non negoziando, ci si limita a fronteggiarsi (nel migliore dei casi) o addirittura ci si scontra. L’esercizio di laicità che vi propongo è quello invece di ammettere poter di rimanere in buone relazioni con gente che non la pensa come noi su diversi argomenti e poi anche di riuscire a mantenere un dialogo con loro. E se quegli altri non ci pensano proprio a dialogare con noi? Può accadere. Il moto delle esperienze fondamentaliste è quello della chiusura. Ma il risultato che vogliamo ottenere non è quella di una immediata effettiva pacificazioni, che non è totalmente nelle nostre mani, ma di fare un tirocinio di tolleranza, per poter tenere la porta aperta a chi vuole entrare e per poter incontrare quelli che ci terranno le porte aperte.
 Qualche volta, nelle nostre riunioni, ci limitiamo ad ascoltare o, quando diciamo la nostra, lo facciamo senza tener conto del pensiero degli altri. Abituiamoci, quando esprimiamo una nostra opinione, a prendere in rassegna anche il pensiero degli altri, e non solo per segnare con la matita blu gli errori che a nostra avviso contiene. Cerchiamo, quando esponiamo un’opinione, di non richiamarci solo al principio di autorità, ma ad argomentare più a fondo, cercando di far risaltare meglio i valori di fede che vogliamo incarnare in una certa decisione di vita, le fonti da cui li traiamo e il ragionamento che seguiamo per definirli. Cerchiamo di considerare, nel trattare delle questioni di vita, anche l’esperienza collettiva che ne abbiamo fatto, senza tagliare corto con partiti presi e pregiudizi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli







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