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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 6 novembre 2014

Esperti in umanità?

Esperti in umanità?

“E un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità. La Chiesa si è quasi dichiarata ancella dell’umanità, proprio nel momento in cui maggiore splendore e maggiore vigore hanno assunto, mediante la solennità conciliare, sia il suo magistero ecclesiastico, sia il suo pastorale governo: l’idea di ministero ha occupato un posto centrale. Tutto questo e tutto quello che potremmo dire sul valore umano del Concilio ha forse deviato la mente della Chiesa del Concilio verso la direzione antropocentrica della cultura moderna? Deviato no, rivolto sì”.

[Dall’omelia pronunciata dal papa Paolo 6° in occasione della chiusura del Concilio Vaticano 2°]

 Diciamo di avere una particolare sollecitudine verso gli esseri umani, di essere, come si dice, esperti di umanità. Eppure sperimentiamo crescenti difficoltà e incomprensioni nella società in cui, come collettività di persone di fede, siamo inseriti. E’ solo perché gli altri sono cattivi? Chiediamocelo.
 A volte  certe pretese dottrinarie appaiono come disumane. Nella pratica naturalmente le cose vanno diversamente. Così, in fondo, dobbiamo riconoscere di essere incoerenti. Ma non pensiamo di essere veramente cattivi.  Certe volte è perché tendiamo ad autoassolverci, sminuendo l’importanza di reali nostre mancanze. Anche questo indubbiamente è umano, ma è cosa da cui correggersi. Altre volte, riflettendoci bene su, non riusciamo a capire il senso di certe rigidità, fissazioni e addirittura ossessioni. E’ un po’ come quando leggiamo che un’adultera è lapidata in Oriente. In fondo la lapidazione c’è anche nei nostri scritti sacri. Ma non la consideriamo più come una pratica religiosa consigliate, nella società in cui viviamo. Non è così? Lo stesso accade per molte altre cose. Perché, ad esempio, le nostre collettività religiose devono essere organizzate secondo una struttura feudale? Perché non possono vivere la democrazia, che regge le società più avanzate del mondo? Perché l’unica libertà che in dottrina sembra ammessa è quella di decidere liberamente di rinunciare alla propria libertà personale? E si potrebbe proseguire a lungo.
 Il metodo del Concilio, quello dell’apertura, è stato per molto tempo, troppo tempo, riposto in cantina come arma pericolosa. Questa è, in fondo, l’origine dei problemi che viviamo. I nostri preti che non ci sono più, la gente che si sente estranea in chiesa, collettività che appaiono assediate dall’esterno. Un’esperienza religiosa poco vitale, come certe chiese del centro in cui si entra senza sentire neanche più l’impulso a farsi il segno della Croce.
 In religione siamo portati ad addebitare tutto ai preti, ma non dovremmo. E’ mancato un nostro valido e attivo contributo, come laici di fede. E’ vero che siamo stati scoraggiati dal fornirlo, ma questa non è una scusa accettabile. Superare tali difficoltà rientra, in fondo, nei doveri di collaborazione al lavoro collettivo che gravano su noi laici. E’ l’emarginazione clericale dei laici che non va. Ad essa bisognava e bisogna reagire.
 In concreto, cerchiamo, quando ragioniamo tra noi di fede, di non adeguarci passivamente agli schematismi clericali. Cerchiamo di approfondire le questioni e soprattutto di non prendere come riferimento degli stereotipi,  giovani, i politici, gli omosessuali, i divorziati, ma le persone nella loro concreta umanità, come le conosciamo veramente nella nostra esperienza di ogni giorno.
 Ho notato, ad esempio, che quando si parla dei giovani, le opinioni variano molto quando si parla dei giovani in generale, come sterotipo, tutti  sesso-discoteca-alcolici-turpiloquio, e quando invece si parla dei nostri  giovani. In quest’ultimo caso si è portati a non applicare loro le pretese clericali, in particolare quelle sfiancanti di polizia sessuale.
 E’ necessario uno sforzo, quando si manifestiamo come persone di fede, per superare una certa superficialità e approssimazione che si nota nei nostri discorsi.  Cerchiamo di informarci meglio e di parlare a ragion veduta. Di solito ci attendiamo che il prete, tra noi, abbia l’ultima parola su tutto. Non dovrebbe essere così nel campo in cui i laici esercitano un ministero loro proprio. Non aver sufficientemente reclamato il nostro diritto di parola ha reso spesso poi le nostre collettività religiose povere proprio in quell’umanità di cui pensano di essere esperte.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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