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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

giovedì 27 novembre 2014

Sovversivi

Sovversivi


 “Il 18 settembre 1897 Di Rudinì  [presidente del consiglio dei ministri] inviò una circolare di prefetti invitandoli a considerare come sovversive le manifestazioni cattolice che attentassero «alle istituzioni e ai regolamenti che ci reggono» e a considerare come «pericolose per l’ordine pubblico al pari di quelle dei sovversivi» le conferenze delle associazioni cattoliche.
[…]
«Protesta dello stomaco» venne detta l’agitazione tumultuosa che si diffuse in tutta l’Italia nel maggio 1898 con una rapidità, come scrisse il Colajanni, «prodigiosa». Sommosse scoppiarono contemporaneamente al Nord come al Sud, al grido: «pane e lavoro!». I disordini, invero, avevano come causa immediata il rincaro del prezzo del pane; ma una carestia assai acuta aveva incominciato a diffondersi, specie nelle campagne, sin dall’autunno del 1897.
[…]

I moti del maggio 1898 non furono un moto socialista. Eppure, secondo i moderati, la causa della rivolta  sarebbe stata nella propaganda dei partiti sovversivi: socialisti, repubblicani, anarchici e clericali.
 […]
Due paure dominavano, ormai, i pensieri della classe dirigente liberale, cortigiane e militaresca, ammalata di autoritarismo: quella del socialismo, in cui, come scriveva il De Viti, la borghesia italiana vedeva la critica dei suoi privilegi economici, fatta in forme sensazionali e capaci di trascinare le masse; e quella del clericalismo intransigente, che con il suo astensionismo, co il suo rifiuto di correre in aiuto del moderatismo borghese, sembrava che non attendesse altro che il crollo dello Stato liberale.
[…]
Circolava già fra i giovani il nome nuovo della democrazia cristiana; nuclei attivissimi di preti e laici, seguaci di Romolo Murri [prete e politico], esistevano un po’ in tutte le regioni. Albertario [Davida Albertario, prete e giornalista; direttore del quotidiano L’osservatore cattolico] aveva aperto le colonne del suo giornale a molti di questi giovani. Ma il presidente dell’Opera [Opera dei Congressi, il coordinamento delle associazioni di impegno sociale e culturale dei cattolici: 1876-1904], Paganuzzi, era diffidente: riteneva che non ci fosse nulla da cambiare nei vecchi programmi. Inutilmente Radini Tedeschi, vicepresidente dell’Opera, lo invitava, ancora un mese prima dei moti popolari, ad abbracciare «un programma più deciso di azione popolare»
[…]
L’ondata reazionaria si abbatté sull’Opera, mentre essa dormiva ancora nel caldo letto delle sue vecchie formule paternalistiche. L’uomo che era più esposto per la sua dura polemica antiliberale, per il suo atteggiamento di sfida contro i benpensanti, l’Albertario , fu arrestato e processato. La maggior parte dei comitati diocesani e  molti comitati parrocchiali furono sciolti dai prefetti.

[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia; dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.170-176,Laterza, 1979]

 Il Risorgimento italiano, il moto per l’unificazione nazionale, aveva avuto in Giuseppe Mazzini, repubblicano, l’ideologo del nazionalismo come rivoluzione popolare, sociale e politica, con connotazioni religiose non clericali espresse nel motto Dio e popolo. Prevalsero tuttavia, con il Cavour e il Garibaldi, le correnti politiche che vedevano nell’unità d’Italia sotto la dinastia savoia e in un parlamento eletto democraticamente il punto di arrivo dei moti nazionalisti.
 Ai tempi nostri, dopo tanti anni in cui l’orientamento politico prevalente delle persone di fede italiane si è manifestato come moderato, se non addirittura come conservatore, si fa fatica a immaginare le nostre collettività come impegnate in un disegno di riforma sociale. Eppure fu proprio questo che scaturì dalle esperienze di impegno collettivo sociale che in religione si fece in Italia nell’ultimo quarto dell’Ottocento. La riforma sociale fu al centro del lavoro di Giuseppe Toniolo. L’efficacia nella società di questo composito movimento fu molto limitato dai divieti posti dalla gerarchia del clero, sempre profondamente diffidente verso tutto ciò che si veniva costruendo nella società civile al di fuori del suo diretto controllo. Era una gerarchia piramidale, come in fondo ancora è, che centrava tutta la sua ideologia sociale sul ruolo del papato romano, sull’appoggio alle sue rivendicazioni politiche e sulla tutela dei privilegi sociali delle organizzazioni del  clero. Non dobbiamo nasconderci che la nostra Azione Cattolica nacque nel 1906 sulle ceneri dell’Opera dei Congressi, che  fu sciolta dal papa Pio 10° nel 1904,  dopo l’ultimo suo drammatico congresso del novembre 1903 in cui si erano scontrate duramente correnti democratiche cristiane e cattolici intransigenti  secondo le rigide direttive pontificie di allora.  
  Ma non furono solo i moti di riforma sociale a fare considerare  politicamente  sovversive le attività dei circoli di gente della nostra fede, al pari degli agitatori socialisti, ma fondamentalmente le rivendicazioni legittimiste del papato che rivoleva un potere temporale sul Lazio e su Roma. La composizione tra reazione politica e clericopapismo si ebbe solo negli anni ’30 del Novecento, dopo il Patti lateranensi conclusi dal papato con il regime mussoliniano. I disegni di riforma sociale su ispirazione religiosa poterono nuovamente dispiegarsi solo con la caduta del fascismo, del 1945. Tra il 1904 e il 1945 essi furono come congelati.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in  San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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