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domenica 16 novembre 2014

L’istituzione e la comunità

L’istituzione e la comunità


 Nella sociologia moderna è diventato un luogo comune contrapporre due tipi di relazioni sociali: il tipo di «società» formalmente e rigidamente organizzata e il tipo della «comunità» fondata sui legami spontanei, informali. La distinzione risale al sociologo Tedesco Ferdinand Tönnies che l’ha formulata nel modo seguente: “E’ una «comunità» tutto ciò che nelle creazioni del pensiero o della rappresentazione sociale degli uomini è naturale e spontaneo; «società», tutto ciò che è l’effetto dell’arte (nel senso di tecnica sociale organizzata) [ …]. Come, per esempio, la differenza tra il baratto e il commercio, l’ospitalità amichevole e l’industria alberghiera, la produzione esercitata per i bisogni del produrre e la prodizione capitalista”.
 Questa distinzione è stata assunta dai teologi per designare due diversi modelli ecclesiologici: quello detto appunto societario e quello comunitario. Il primo definisce la chiesa come società perfetta [=una società come quella civile, con un popolo, un ordinamento di leggi, un’autorità costituita e strutturata gerarchicamente], il secondo definisce la chiesa come comunione di vita divina.
 “Semplificando un po’, possiamo affermare che la concezione della chiesa come «comunità di carità» è stata l’idea principe della teologia dei primi dieci secoli, senza per questo ispirare ad essa un trattato «de ecclesia» [=latino: “sulla chiesa”] sistematico  [=non ci si è costruita sopra una corrispondente teologico/giuridica sull’organizzazione dell’istituzione come tale]. Lo studio sistematico delle strutture giuridiche non prende il suo pieno avvio che all’inizio del medioevo, e soprattutto in occidente” [da C. Philips, La chiesa e il suo mistero nel Concilio Vaticano 2°, 1967]. Solo dopo il concilio di Trento la concezione giuridico-istituzionale-societaria prevale definitivamente e continuerà a dominare fino alla prima guerra mondiale”.

[da: Battista Mondin, Le nuove ecclesiologie,  pag.69, Edizioni Paoline, 1980]

 Spesso si ha l’idea che la struttura istituzionale della nostra collettività religiosa risalga alle origini e quindi, appartenendo alla tradizione più antica e originaria della fede, debba considerarsi immodificabile, faccia parte del deposito  di fede che deve essere tramandato intatto. In realtà, come scrive Mondin nel brano che ho citato sopra, non è così. L’organizzazione della nostra collettività religiosa come noi oggi la vediamo cominciò a prodursi nel secondo millennio dell’era della nostra fede, in epoca dominata dal feudalesimo, ma fu anacronisticamente consolidata solo in epoca successiva, nell’Europa del  Cinquecento, quando ormai le strutture feudali erano recessive sul continente, e solo verso la metà del Novecento cominciò a essere messa in questione. Il Concilio Vaticano 2° (1962-1963) rappresentò un tentativo di modificarne l’assetto, ma esso riuscì solo in parte, fondamentalmente perché non si riuscì a immaginare che in ambito religioso potesse prodursi un fenomeno di passaggio dal feudalesimo ad un ordinamento democratico analogo a quello che si era manifestato nelle società civili. Quindi rimasero sostanzialmente  intatte le strutture feudali della nostra gerarchia del clero, accentuandone ideologicamente l’aspetto paterno, per cui si cercò di far assomigliare i nostri gerarchi religiosi più a padri di famiglia che a signori medievali. L’intera umanità venne assimilata a una famiglia, in cui c’erano dei padri che esercitavano l’autorità come ancora negli anni sessanta del secolo scorso la esercitavano appunto i padri. L’abbandono dell’ideologia della signoria medievale fu manifestato in modo molto eclatante dall’abbandono, da Giovanni Battista Montini in avanti, dell’uso del triregno, la pesante corona papale, rappresentante un’autorità imperiale sul mondo intero e su ogni potere della Terra, esercitata dai papi in nome di Cristo, quali suoi vicari, vale a dire luogotenenti.  Ne potete ammirare una fotografia sul WEB all’indirizzo
 In sostituzione dell’idea di democrazia come struttura nel quadro della quale legittimare, esercitare e subire l’autorità, dal Concilio Vaticano 2° in avanti si è cercato di affermare l’ideologia comunionale.
 Scrive Mondin nel libro sopra menzionato (pag.27), citando il teologo G. Dejaifve:
Secondo  Dejaifve i tratti più originali dell’ecclesiologia del Vaticano 2° sono: «distinzione tra regno di Dio e chiesa»; la chiesa è soltanto l’inizio, il «germe» e non ancora la piena realizzazione del regno; «comunionalità»: c’è parità essenziale tra tutti i membri della chiesa, in quanto godono tutti delle stesse grazie fondamentali e degli stessi doveri; in tal modo «non è temerarietà parlare qui d’una autentica ‘democrazia’ soprannaturale, di cui lo Spirito Santo, in ognuno, è garante, nonstante la diversità dei compiti»; «sacramentalità»: il mistero della chiesa è caratterizzato come il sacramento dell’unione con Dio e dell’unità dell’intero genere umano: «Tale aspetto sacramentale caratterizzerà tutti gli elementi di questa comunione ecclesiale e le conferirà la sua struttura ontologica, prima di ogni considerazione giuridica ivi predominante» [da G.Dejaifve, «L’ecclesiologia del Concilio Vaticano 2°», 1973]; «cattolicità»: intesa non tanto in senso quantitativo bensì qualitativo, ossia come attitudine ad abbracciare il molteplice e a far spazio al diverso: «per essere veramente il segno di salvezza nell’universo, il popolo di Dio deve essere insieme uno e diverso, secondo la diversità dei popoli» [G.Dejaifve, opera citata]; «politicità» ossia attenzione per i problemi socio-politici che interessano l’umanità: «la chiesa prende coscienza della propria missione temporale nel mondo come condizione della salvezza totale e della unità del genere umano» G.Dejaifve, opera citata].
 Dopo il Concilio Vaticano 2° ci fu un effettivo trasferimento di autorità dal clero ai laici, anche se la struttura gerarchica formale della nostra confessione religiosa continuò ad essere monopolizzata dal clero secondo la piramide preti-vescovi-papa. Questo tipo di autorità laicale venne esercitata nei movimenti e associazioni che si produssero assai numerosi dagli anni Sessanta in poi, venendo a caratterizzare fortemente la stagione post-conciliare. Essa fu esercitata secondo due modelli, quello del paternalismo autoritario basato fondamentalmente sulla cooptazione, per cui i padri  di un gruppo sceglievano tra i loro sottoposti i loro successori, e quello democratico, che caratterizza la nostra Azione Cattolica, in cui chi esercita un ministero nel gruppo viene eletto dalla base e deve seguire gli indirizzi della maggioranza (non  è, in questo senso, padre). In entrambi i casi si cerca in genere di risolvere le frizioni all’interno dei gruppi e con la gerarchia formale del clero richiamando gli aspetti di mondo vitale  dell’associarsi per ragioni di fede, vale a dire una unità affettiva originaria al modo di quello delle famiglie. In questo quadro l’autorità paterna  della gerarchia del clero ha modo di intervenire senza essere posta in discussione, almeno dal punto di vista formale. In qualche caso questa che possiamo considerare una nuova organizzazione gerarchica è addirittura riuscita a sovrapporsi a quella formale del clero. E si è assistito anche ad attività dei gruppi laicali, o laico/clericali, per influenzare  l’elezione del massimo nostro sovrano religioso, sponsorizzando  propri candidati. 
 Di fatto il modello di autorità paternalistico/autoritario è recessivo, non va bene per la società contemporanea. Dovrà essere modificato, insieme alle vestigia del modello feudale. La ragione per cui questi modi di esercitare l’autorità devono essere cambiati è che sono infecondi, sono sempre meno efficaci nel generare la fede. Rendono le nostre collettività religiose delle esperienze residuali, ad esaurimento, destinate a un pubblico anziano o a comunità-fortezza-rifugio di fondamentalisti religiosi. Come sostituirli, senza provocare l’esplosione delle nostre collettività religiose, è un problema assai serio, che negli anni ’70 si manifestò chiaramente, angosciando gli ultimi anni di Giovanni Battista Mondini, ma che non fu risolto. Se ne rimandò la soluzione congelandolo. Esso oggi si intreccia con analoghi problemi che si manifestano nelle società civili, dove le grandi democrazie di popolo europee sembrano in difficoltà a vantaggio di modelli statali autoritari che stanno affermandosi nell’universo russo e in Oriente.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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