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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 25 novembre 2014

Conciliazione

Conciliazione


[Nel 1887] usciva l’opuscolo del padre Tosti [Giuseppe Tosti, monaco benedettino e abate di Montecassino; fin dai moti rivoluzionari del 1948 si era speso per convincere il papa Pio 9° a rinunciare al potere temporale] «La conciliazione», che si diceva fosse stato approvato al papa. Il padre Tosti, che aveva già partecipato «col cuore e con la penna agli entusiasmi del ‘48» [cita un’opera di Arturo Carlo Jemolo], noto per il suo «caldo senso d’italianità e la più rigida sottomissione alla disciplina monastica»[cita la medesima opera], scriveva:
“Quando i popoli si reggevano a monarchia assoluta, i principi regnavano e governavano a un tempo e se usurpavano roba e ragioni della Chiesa, i papi sapevano a chi rivolgersi per farla restituire. Ma oggi i principi regnano e non governano. Il deposito delle leggi è nelle mani dell’universale, il governo è nella nazione; e se in quello è cosa malamente usurpata, il pontefice può dolersi di chi la usurpò, ma non può volgersi al principe perché gli sia restituita. Perciò richiesto il re d’Italia di restituire Roma al papa, non poté farlo perché non era più sua. Avrebbe dovuto riconquistarla con la forza al papa, strapparla dalle mani della nazione e scompaginar questa col ferro del parricida e con quello dello straniero. Quante stragi, quante rapine!”

[da: Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.139, Laterza,1979]

 Il Risorgimento italiano, il movimento culturale e politico per l’unità nazionale,  fu vivamente anticlericale, con toni polemici asprissimi, di cui non è rimasta, in genere, memoria collettiva, per l’efficace opera di correzione di tale memoria compiuta in epoca fascista. Giuseppe Garibaldi, il grande eroe dell’epopea risorgimentale italiana, arrivò a invocare un decreto che liberasse l’Italia dal papato. Mentre un giornalista e deputato del Regno d’Italia, Ferruccio Petruccelli della Gattina, scriveva, dopo la presa di Roma:
“La Chiesa cattolica è un’idea del passato, è un cadavere; che il cadavere si dissolva da sé senza la vostra responsabilità: abolite la Legge delle guarentigie [la legge con cui nel 1871 il Regno d’Italia aveva unilateralmente regolato le sue relazioni con il papato romano e concesso particolari immunità alle istituzioni pontificie] tra il papato e l’Italia: tra l’Italia e la tradizione nefasta del papato non resterà più nulla, tranne una maledizione reciproca. Impossessandoci di Roma colla forza  noi abbiamo, o signori, compiuta la più grande rivoluzione dei tempi moderni. Enrico VIII, Lutero avevano scacciato dai loro paesi il papa. Noi abbiamo  scacciato dal mondo  il papato temporale e messo lo spirituale nella necessità di morire. Noi abbiamo emancipato lo spirito umano  dall’autorità del papato. L’opera non è compiuta ancora”  [citato nell’opera di G. De Rosa sopra menzionata, che a sua volta riprende una citazione da P. Vigo, Storia degli ultimi trent’anni del secolo XIX,  1908].
 L’anticlericalismo del Risorgimento italiano non fu tanto, come i moti rivoluzionari francesi di fine Settecento, un fenomeno anti-religioso, ma essenzialmente una reazione alla posizione del papato in merito all’unità nazionale, che i nazionalisti italiani volevano costituire intorno alle vestigia culturali e storiche di Roma, la capitale dell’antico Impero Romano caduta nell’8° secolo della nostra era sotto il dominio temporale del papato, che l’aveva usurpata al potere dell’impero bizantino prima alleandosi con i longobardi e poi con i loro nemici carolingi.
  Allo scoppio del moti rivoluzionari francesi di fine Settecento, il papato romano era federato con le dinastie assolute dell’Europa continentale. Nei moti ottocenteschi per l’affermazione di monarchie costituzionali, esso, tranne che durante un’effimera parentesi sotto il regno del papa Pio 9°, rimase legato all’assolutismo monarchico, sia nella propria organizzazione interna, sia nei rapporti con gli altri stati. E ciò per le ragioni bene esposte dal  Tosti nel brano che sopra ho citato. Il papato confidava nelle dinastie monarchiche assolute per la  migliore e stabile tutela dei propri possedimenti e delle proprie ragioni. Esso ha invece nutrito sempre una profonda diffidenza verso il potere democratico, in ciò risentendo anche della concezione pessimista che della democrazia avevano gli antichi filosofi greci, che vi vedevano la manifestazione degli impeti emotivi delle folle, preda dei demagoghi, e le preferivano organizzazioni politiche dominate da legislatori-filosofi. Questa diffidenza dura tutt’ora, tanto che la nostra gerarchia religiosa, espressa totalmente dal clero, pur avendo accettato (ma solo dal 1991!, regnante Karol Wojtyla) il regime politico democratico come quello oggi preferibile, continua a rifiutare i principi democratici per la propria organizzazione.
 La ricostruzione del Tosti sul perché i re d’Italia Savoia non avessero accettato di restituire Roma al Papa non corrisponde alla realtà storica. A Vittorio Emanuele 2° di Savoia, uno dei protagonisti, con Cavour, Garibaldi e Mazzini, del processo di unificazione nazionale, e al suo successore Umberto 1° di Savoia non era mai passato per la mente di assecondare le pretese del Papa sulla città di Roma  e la loro ideologia in merito credo sia bene espressa dal motto “Ci siamo e ci staremo”, che fu in voga dopo la presa di Roma. In questo erano assolutamente in sintonia con il Parlamento nazionale, in cui, a causa del divieto pontificio di partecipare alla vita politica del Regno d’Italia impartito ai cattolici, i cattolici in linea con il Papa non erano rappresentati.
 Come superare la frattura tra i cattolici e il nuovo stato unitario e, in particolare, tra il papato e il nuovo potere politico insediatosi a Roma? Una volta compreso che l’aspettativa di un recupero di Roma al papato sulla base di pressioni internazionali o di rivolte popolari sarebbe andata frustrata, apparve chiara l’insufficienza dell’iniziale strategia intransigente del protestare e aspettare. Ma anche una conciliazione sulla base di una nuova federazione con la monarchia sabauda appariva impraticabile per l’acceso clima anticlericale che dominava il Parlamento del Regno d’Italia, sul quale nessuna influenza aveva il papato in quanto, con il divieto ai cattolici italiani di fare politica, si era precluso la possibilità di sponsor  politici in sede parlamentare. Rimaneva la strada di revocare quel divieto e di consentire ai cattolici la politica nazionale. Ma la profonda ostilità reazionaria del papato alle organizzazioni politiche di popolo impedì di percorrerla fino alle soglie della Prima guerra mondiale. La ragione? Il timore che, una volta aperte le porte alla democrazia, le tendenze democratiche rifluissero anche nei confronti della gerarchia religiosa, organizzata secondo criteri rigidamente assolutistici. L’ideologia democratico-cristiana, che sosteneva la conciliazione tra fede e democrazia di popolo, venne condannata dal Papa Leone 13°, con l’enciclica del 1901 Graves de communi re [=I gravi problemi sulle questioni economiche]. Lo stesso Papa, con l’enciclica Rerum Novarum [=sulla novità] del 1891, aveva condannato i moti socialisti per la risoluzione delle ingiustizie sociali. Il  papato era (è?) incapace di relazionarsi con il potere democratico, caratterizzato da un rapido avvicendarsi di persone al vertice dello stato. Vi vedeva una condizione di perenne incertezza, determinata dalla tirannia delle maggioranze di volta in volta mutevoli. La conciliazione  fu fatta quindi solo quando il potere dello stato cadde nuovamente nelle mani di un potere assoluto, quello del fascismo mussoliniano, che verso la fine degli anni ‘20 sembrava avere forte e duratura presa sulle masse. Fu una valutazione che si dimostrò gravemente errata. L’indebolimento della posizione del papato conseguita alla caduta del regime con cui esso si era federato determinò il papato ad accettare un compromesso con i democratici cristiani di De Gasperi, accreditati sulla scena politica post-fascista nazionale e internazionale per il loro importante ruolo nella Resistenza italiana, i quali, in cambio della non ostilità del papato alla nuova Repubblica democratica, riuscirono ad adoperarsi per salvare le immunità, i privilegi e il piccolo regno di quartiere che i Patti Lateranensi, gli accordi conclusi nel 1929 con il Regno d’Italia dominato dal fascismo mussoliniano, avevano concesso al papato.
 Ma una vera conciliazione tra la democrazia italiana e il papato deve, in un certo senso, ancora venire. Essa non potrà prodursi senza una profonda trasformazione dell’organizzazione del papato. Ciò però è al di là delle possibilità di intervento dei soli fedeli: deve prodursi necessariamente  per autoriforma gerarchica, per così dire per decreto pontificio. Così come, in definitiva, anche la Repubblica italiana non si è costituita con un atto rivoluzionario, ma, come è stato osservato, in un certo senso per decreto reale, con il decreti del Luogotenente del regno del 1944 e del 1946 con cui venne indetto il referendum istituzionale sulla forma del nuovo stato postfascista, monarchia o repubblica,  in esecuzione del cosiddetto Patto di Salerno dell’aprile 1944 tra la monarchia sabauda e i partiti antifascisti. I fedeli possono però collaborare a costruire il quadro culturale e ideologico del  mutamento e, innanzi tutto, iniziare a sperimentare nuovi modi di vivere collettivamente la fede sfruttando le possibilità che già ora sono state istituzionalizzate, ad esempio nell’organizzazione democratica dell’Azione Cattolica. Per dimostrare nei fatti che l’introduzione di forme di partecipazione democratica nell’organizzazione della nostra collettività religiosa non comporta la dissoluzione di quest’ultima. Ciò che invece  seriamente si  temette nel corso degli scorsi anni ’70, durante l’ultima travagliatissima e angosciosa fase del pontificato di Giovanni Battista Montini, e che fece calare sull’Italia, in un certo senso, il gelo polacco, come estremo rimedio.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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