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venerdì 7 novembre 2014

Problemi nell’azione sociale

Problemi nell’azione sociale

“Dopo la caduta del dominio temporale dei papi  e la  legge delle guarentigie, che fu rifiutata da Pio 9° con l’enciclica «Ubi nos» … nel marzo 1871, alla domanda «se nelle circostanze attuali ed in vista di tutto ciò che si sta consumando in Italia a danno della Chiesa sia espediente ricorrere alle elezioni politiche», la Penitenzieria Romana rispose: «non expedire» [latino = non conviene].
 L’astensionismo  da questo momento divenne un   fatto qualificante del cattolicesimo militante: i cattolici che non lo seguivano furono sempre più criticati.
 Con il 1874 non vi fu più possibilità di equivoci.  La Penitenzieria Romana, alla domanda dei vescovi se fosse da permettersi ai cattolici di recarsi alla urne, rispose: «Attentis omnibus circostantiis, non expedit» [latino = valutate tutte le circostanze non conviene».
Le tappe successive dell’evoluzione  del «non expedit» furono: il 24-4-81, dichiarazione di Leone 13° che il «non expedit» suonava come vero e proprio divieto. Nel maggio del 1889 Leone 13° consegnò a mons.Bonomelli di propria mano alcuni quesiti sul «non expedit» … Nel 1883 la Sacra Penitenzieria  in una lettera ai vescovi sulla gravità della colpa in caso di violazione della norma astensionistica, rispose che nei casi particolari avrebbe giudicato secondo i principi teologici. Il 30 giugno 1886 un decreto del Santo Uffizio stabilì che «non expedit prohibitionem importat» [latino= quando si dice “non conviene” si vuole intendere che “è vietato”].
E’ difficile stabilire sino a che punto il «non expedit» sia stato rispettato dai cattolici militanti, ancor più difficile  stabilire se abbia influito nel comportamento genereale del corpo elettorale. Secondo il Candeloro, tenuto conto del fatto che le forze clericali organizzate erano consistenti soprattutto nell’Italia settentrionale  e centrale, il «non expedit» «esercitò una notevole influenza e contribuì a stimolare l’astensionismo spontaneo di una parte dell’elettorato e a renderlo, per così dire, permanente, rallentando l’aumento della percentuale dei votanti, che forse senza il «non expedit» sarebbe stato più rapido”.

[da Gabriele De Rosa, Il movimento cattolico in Italia – Dalla Restaurazione all’età giolittiana, pag.61-63, Laterza, 1979]

 Le ricostruzioni della storia del movimento cattolico in Italia edite da enti religiosi o da questi controllate e destinate al grande pubblico presentano in genere una realtà pacificata, cercando di sorvolare sulle dure divisioni e aspre controversie che invece in modo pressoché continuo la caratterizzarono.
 Una delle decisioni più storicamente più gravida di conseguenze fu quella che va sotto il nome di “non expedit”, di cui tratta il brano del libro dello storico cattolico De Rosa che ho sopra citato, adottata da un’articolazione della Curia Vaticana, la Penitenzieria romana, ma riconducibile direttamente ai Papi regnanti Pio 9° e Leone 13°.  Essa volle spingere i cattolici italiani su una linea di intransigenza  verso il nuovo stato unitario, il Regno d’Italia, nel tentativo, irrealistico e anacronistico, di recuperare il piccolo stato papale nel Lazio. Intransigenza, in questo caso,  significò il rifiuto insieme dell’ideologia politica del nuovo stato e delle sue istituzioni rappresentative.  Ma questa linea si innestava sulla precedente ideologia antidemocratica sviluppata dalla gerarchia clericale italiana dalla fine del Settecento. Questo contesto rese più facile, nel secolo successivo, la conciliazione con il fascismo storico del Mussolini e l’asservimento dei cattolici al disegno autoritario di quest’ultimo. Quella conciliazione  ci costò anche l’istituzione a Roma, della Città del Vaticano, il simulacro di stato in cui ogni cattolico, salvo le poche centinaia di suoi cittadini, è straniero.
  La vita di Giovanni Battista Montini, prima e dopo il suo mandato papale, fu un esempio delle difficoltà incontrate dai cattolici nell’azione sociale e politica e, al tempo stesso, delle strategie per il loro superamento.  Un processo che si presenta anche nella storia dell’Azione Cattolica.
 La prima, drammatica ed eclatante manifestazione di quei problemi si ebbe alla fine dell’Ottocento con le discussioni che animarono l’Opera dei Congressi, l’organizzazione che costituiva il coordinamento delle aggregazioni di ispirazione cattolica impegnate nel sociale. L’oggetto del contendere era l’impegno politico. Era possibile immaginare una democrazia cristiana, intesa come ideologia di ispirazione religiosa? Non si lasciò che il popolo cattolico lo decidesse da sé. L’Opera dei Congressi fu sciolta e l’idea di una democrazia cristiana condannata dal papa Leone 13° con l’enciclica Graves de communi re (= le serie di discussioni [sulle questioni economiche]).
 La nostra attuale Azione Cattolica nacque dopo qualche anno per ricompattare il laicato cattolico intorno alla linea, ancora a quell’epoca  intransigente, del papato. Tuttavia la nuova organizzazione, per merito dell’opera paziente di Giuseppe Toniolo, riuscì ad avere anche un’altra impostazione, vale a dire quella  di ricerca di strategie per superare l’isolamento e anche la discriminazione dei cattolici italiani provocate da quella linea intransigente, innanzi tutto promuovendo un progresso culturale delle masse cattoliche che le mettesse in grado di reggere le sfide della modernità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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