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giovedì 20 novembre 2014

Dimensione sociale delle questioni religiose. Religione in movimento?

Dimensione sociale delle questioni religiose. Religione in movimento?


 Si dice che la religione è un fatto sociale, nel senso che viene appresa nella società, si manifesta anche come fatto collettivo e propone alle singole persone di fede, per i problemi delle loro vite, soluzioni che hanno a che fare con le loro condotte sociali. Riconoscere la dimensione sociale di una religione, significa necessariamente ammetterne una evoluzione nel tempo, perché nessuna società rimane a lungo uguale a sé stessa, composta com’è di masse di individui che come singoli e nelle loro interazioni con gli altri sono soggetti inevitabilmente a cambiamenti  anche piuttosto rapidi, che possono caratterizzare anche molto profondamente le collettività in cui sono inseriti. C’è un’evoluzione naturale, demografica, dovuta al ricambio generazionale e alle migrazioni di popolazioni, che può portare a mutare, ad esempio, la proporzione tra giovani e anziani o certe caratteristiche etniche,  e una evoluzione culturale, dei costumi, delle tecnologie, delle concezioni, delle conoscenze, insomma una evoluzione che riguarda la civiltà di una società umana. Questa dimensione evolutiva delle società è un fatto naturale, vale a dire che non l’abbiamo costruita noi esseri umani, l’abbiamo trovata già in essere quando siamo emersi dal mondo animale pervenendo ad un’autocoscienza sociale, per cui siamo diventati capaci di riflettere su noi stessi e sulle collettività in cui siamo inseriti. Per certi versi, però, in religione siamo portati ad attribuirvi una valenza negativa, perché preferiremo pensare alla fede religiosa come a qualcosa di ancorato a una assetto stabile e permanente dell’universo e della società. Questo ha creato storicamente molti problemi, nel momento in cui le conoscenze scientifiche, più o meno dal Cinquecento, hanno iniziato a fare luce sulla dimensione evolutiva della natura e delle culture umane. A lungo in religione si è cercato di fare resistenza, rimanendo ancorati ad antiche concezioni formatesi nella filosofia greca a partire dal 4° secolo dell’era antica che ebbero un rilevantissimo nella formazione di quella che ancora consideriamo la teologia fondamentale della nostra fede, i cui concetti cardine si formarono in epoca ellenistica, che come fenomeno culturale si protrasse fino al 5°- 6° secolo della nostra era. Ancora oggi questo disagio verso i fenomeni sociali evolutivi è molto forte. I cambiamenti sociali vengono spesso considerati manifestazioni di tendenze degradanti.
 Per altri versi però nella nostra ideologia religiosa c’è molto forte l’elemento del movimento, inteso come occasione di maturazione personale e sociale. E’ la cultura dell’Esodo. In quest’ottica ci concepiamo come viaggiatori.  Del resto il nostro primo Maestro fu un predicatore e guaritore itinerante. L’idea di missione sta proprio in questo: muoversi e girare tra la gente parlando di fede e risanando. Una persona della nostra  fede pensa sempre di stare andando sempre da un posto a un altro. E’ sempre  in cammino e in questo camminare pensa di rinnovarsi. E’ quindi insoddisfatta del posto in cui sta, della condizione che sta vivendo. L’ideologia del pellegrinaggio sta proprio in questo. E’ molto antica, in quanto preesisteva sicuramente alla nostra fede. C’era anche, in particolare, quando gli europei credevano nelle antiche fedi politeistiche. Ma nella nostra fede ha assunto connotati particolari, perché il pellegrinaggio viene concepito essenzialmente come un ritorno, quindi come una  via di conversione interiore, caratterizzata da un tornare al bene. La troviamo espressa, ad esempio, nella parabola del figliol prodigo, o, come si preferisca dire oggi, del  padre misericordioso. Il problema è che nella nostra civiltà il viaggio in genere non può mai essere un ritorno  ma è effettivamente un viaggio verso terra incognita, verso l’ignoto, verso una dimensione che spetta a noi costruire. In un certo senso non c’è un padre ad attenderci, ma noi stessi dobbiamo costruirci una dimensione paterna, costruendo società animate da sentimenti benevoli al modo di quelli che amiamo trovare nelle nostre famiglie. In un certo senso quindi questi viaggi in cui ci impegniamo, e innanzi tutto il grande viaggio in cui l’intera società in cui siamo immersi è coinvolta, sono anche un uscire da una condizione di minorità  per elevarsi alla paternità, ma direi meglio alla genitorialità feconda, alla condizione adulta. Quindi poi al termine individuale di questo viaggio, che collettivamente non ha mai fine, non ritroviamo un padre, ma ci ritroviamo padri/madri. Questo, del resto, a ben rifletterci, corrisponde alle dinamiche naturali delle vite umane. Ma non è bene inteso da coloro che invece costruiscono il viaggio, il cammino, come un indefinito percorso di minorità, dove si è sempre soggetti e contenuti da altra autorità paterne e, ritornando all’ideologia dell’Esodo, la  vera liberazione  non arriva mai. Perché accade? Perché in passato si è visto in questo la manifestazione della vera fede, in questo essere soggetti ad una sorta di grande padre mitologico, che in realtà, ben lungi dall’evocare realtà soprannaturali, era una struttura sociale integralmente costruita a fini contenitivi. Ai tempi nostri si comincia a discuterne più liberamente e apertamente e da ciò ne sono derivate le proposte per ristrutturare l’organizzazione dell’ufficio papale, dove insediamo i nostri grandi padri terreni.
 Ma, allora, non c’è nulla di eterno? Duemila anni di storia di fede possono sembrare molti se paragonati alla durata di una vita umana e possono quindi evocare l’eternità. Ma sono meno di un battito di ciglia nella storia dell’universo. E sono ancora una parte molto piccola della nostra evoluzione naturale come specie. Mentre costituiscono una parte più significativa, seppure ancora minoritaria, della storia delle civiltà umane, quando le società umane oltre a tramandare delle culture iniziarono a lasciarne traccia esplicita in documenti scritti, circa seimila anni fa. Porsi il problema dell’eternità significa guardare la cosa per ciò che riguarda il passato e per ciò che riguarda il futuro. Senz’altro la nostra fede ha avuto un inizio,  sotto questo punto di vista non è quindi eterna, e le nostre capacità di previsione non si spingono a comprendere tutto  il più lontano futuro dell’umanità. Tanto che l’angosciosa domanda “La fede ci sarà ancora alla fine dei tempi?” risuona anche nei nostri scritti sacri. Certo è che ha dato luogo a un imponente fenomeno per radunare tutta l’umanità in un solo popolo benevolente e collaborante e può ipotizzarsi che questa sua caratteristica, essendo molto vantaggiosa per la specie, consentendole di consentire la vita sul pianeta a un numero grandissimo di individui, possa mantenerla molto a lungo vitale nelle società umane. E questo anche se storicamente abbiamo assistito al declino e alla fine di religioni, come, in particolare, quella politeistica dell’antichità greco-romana, animata da una profonda spiritualità e che coinvolse molto profondamente le moltitudini stanziate intorno al Mediterraneo.
 Ma, in definitiva, noi dobbiamo veramente preoccuparci di costruire qualcosa di eterno? O invece, per ciò che a noi specificamente compete, dobbiamo  cercare di governare il cambiamento, l’evoluzione, secondo gli ideali di fede, in modo da impedire che le società umane evolvano da famiglie benevolenti a spietate macchine umane? L’eternità non è alla nostra portata, ci può solo arrivare come dono  soprannaturale, come la Gerusalemme celeste narrata alla fine dell’Apocalisse, che giunge dall’alto.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli






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