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domenica 30 novembre 2014

Fede religiosa come processo o irruzione del soprannaturale?

Fede religiosa come processo o irruzione del soprannaturale?

“La via  verso la fede è la via della fede. Sembra una tautologia, ma non lo è. Non possiamo cercare Dio per altre vie  che non siano la stessa via con cui cerca noi
[…]
Questa via della fede, come unica via per arrivare a Dio, è l’unica ancora adesso aperta all’uomo; anche per l’uomo moderno non c’è altra via per arrivare a Dio che la via della fede, la stessa via di Dio.
 La fede non può essere un atto semplicemente umano e tanto meno un processo, cioè uno sviluppo di atti umani.
[…]
 La fede quindi non si iscrive in una successione, sia pure generosa e incessante, di atti umani, ma irrompe repentinamente come puro dono di Dio, senza rapporto di causalità rispetto a quelli. Al dono deve certo corrispondere un ruolo da parte dell’uomo, un ruolo prevalentemente di predisposizione di alcune condizioni, e che è di risposta, di accoglienza, di abbandono totale. Ma la fede è irruzione, è un salto qualitativo, di abbandono totale.
[…]
Ogni volta che noi ascoltiamo la voce di Dio – e questo succede ogni volta che viene proclamato l’evangelo – la voce di Dio che risuona eternamente entra nel tempo, assume in sé il tempo, la nostra storicità, e ci immerge nell’eternità, spezza lo sviluppo dei nostri singoli atti storici e li traspone nell’eternità della sua Parola, plasmandoli  a sua immagine.
[…]
Noi favoleggiamo – perdonatemi se lo dico con slancio così appassionato – quando parliamo di un cristiano che ha raggiunto l’età adulta: ma quale età adulta? Psicologicamente adulta? Posso concedervelo. Sociologicamente adulta? Non avrò difficoltà ad ammetterlo, per quanto anche su questo ci sarebbe da dire. Noi però in questo modo facciamo una ricostruzione della storia a modo nostro: non si tratta di età adulta psicologica o sociologica, o comunque storica, in proporzione di un certo sviluppo culturale, ma si tratta di età adulta secondo la fede, che è tutt’altra cosa. Non è affatto dimostrato che l’età adulta secondo la fede sia in coincidenza con un’età adulta psicologica o sociologica o storica. L’età è adulta secondo la fede quando essa è il lampo che illumina non più in maniera intermittente ma in maniera quasi continua; quando l’irruzione di Dio e la voce che parla eternamente viene ascoltata dall’uomo giunto alla pienezza della statura di Dio in Cristo con minore discontinuità di quello che abitualmente non sia per la maggioranza degli uomini anche battezzati.

[da: Giuseppe Dossetti, Un solo Signore – esercizi spirituali, EDB, 2000]

  Il pensiero di Giuseppe Dossetti [1913-1996, capo della Resistenza emiliana, politico democristiano di primo piano, prete, figura importante nel Concilio Vaticano 2°, monaco] è stato molto importante per me, perché mi sono formato alla fede in  contesto familiare fortemente improntato ad esso.
  Gli è stato rimproverato di non essere stato un teologo, ma di aver scritto di argomenti teologici. In effetti nella sua prima vita fu professore universitario di diritto canonico, disciplina in cui si utilizza molta teologia ma che non è considerata teologica bensì giuridica. Indubbiamente però egli espresse anche una teologia della politica e poi della Chiesa e poi ancora di tutte e due insieme, nell’ultima parte della sua vita. Benché per capire il suo pensiero sia necessario una iniziazione teologica, non consigliava ai laici lo studio della teologia come via per la spiritualità personale: teneva sempre ben distinte le due cose.  E i brani che ho sopra citato sono tratti da un suo corso di esercizi spirituali tenuto a Camaldoli nel settembre 1969, quindi non voglio essere teologia, pensiero sistematico sulla fede comune, benché la contengano.
 L’argomento trattato nei passi sopra trascritti è di attualità. Infatti la fede viene spesso presentata come un processo,  o un cammino, o un metodo, per cui si cresce  nella fede, e si può anche arretrare. Per Dossetti, che si ispira anche ad alcune teologie dell’ebraismo, da Maimonide (12 secolo della nostra era) ad Abraham Heshel (1907/1972), non è così. Per lui la nostra fede religiosa è caratterizzata dall’irruzione  del soprannaturale, al modo di una illuminazione, e la scelta dell’essere umano è aderirvi o non.  Quello che Dossetti insegna per ciò che riguarda la fede personale, lo pensava anche per il dispiegarsi nella storia del disegno provvidenziale (leggete, su questo blog, il post  del 22-10-12: Micro-macro e la ricerca della felicità). Per lui la nuova Gerusalemme, la città manifestazione della realtà soprannaturale dell’universo e dell’umanità non conseguirà a un processo storico che è nelle nostre mani. Anche lì, secondo Dossetti, ci sarà l’irruzione  nella storia umana, dall’alto di una nuova realtà.
 Eppure, non è vero che la fede è anche qualcosa che  si apprende, quindi un fatto culturale? L’apprendiamo innanzi tutto dai nostri genitori, poi dal resto dell’ambiente familiare, poi nella società, in cerchie via via più vaste, mano a mano che le nostre relazioni si estendono. Nella società troviamo anche gli argomenti contro  la fede religiosa, gli ostacoli. La fede personale è sempre profondamente segnata dall’epoca in cui si vive. Non esiste una fede personale atemporale. Questa è la mia esperienza.
 La fede è anche qualcosa che si costruisce e si trasmette, di generazione in generazione, e in questo processo ognuno mette qualcosa di originale.
 C’è però effettivamente qualcosa che è al di fuori del contesto culturale in cui origina la fede, qualcosa che viene dall’alto? Ogni persona di fede sa che effettivamente c’è. C’entra la nostra emotività, c’entra il nostro intelletto, c’entriamo noi nella nostra particolare individualità, per cui, alla fine, dobbiamo riconoscere che in ciò che definiamo nostra fede personale c’è più di ciò che abbiamo ricevuto dall’ambiente familiare e, in genere, sociale che ci ha plasmati.
 Qualche volta mi pare che i cammini di spiritualità che ci vengono proposti siano un po’ come una sorta di gioco dell’oca: un percorso ben definito, delle tappe chiare, segnate sulla carta, un punto di arrivo che nel gioco è ben fissato mentre in quei percorsi tende ad allontanarsi indefinitamente. Si buttano i dadi e si avanza, ma si può anche arretrare. L’altra metafora che è utilizzata è quella della salita di un monte: si sale, ma si può anche cadere; allora ci si rialza e si riprende a salire. Chi è più avanti  tira su chi è più sotto o più indietro. Dov'è in tutto questo l’irruzione  del soprannaturale?
 Nella mia esperienza, la fede è invece un po’ un’esperienza come quella degli scout-esploratori  del vecchio West, che se ne andavano oltre le frontiere, vivendo in nuovi mondi, e poi tornavano indietro e facevano da guida alle carovane dei coloni e alle colonne militari. Nel loro vagabondare nella frontiera a volte sposavano donne indiane e vivevano nelle loro tribù. Nel loro viaggio non c’erano strade, erano loro stessi  a tracciarle. La fede religiosa, insomma, nella mia esperienza,  è sempre esposta a delle  novità. Tutto alla fine sarà fatto nuovo, così è scritto. E tuttavia, effettivamente, questa novità sarà una sorpresa, una scoperta, non è distintamente prevedibile con nel gioco dell’oca, perché non dipende solo da noi, non è un nostro prodotto, esula dalle nostre programmazioni  e dai nostri metodi o tirocini iniziatici.
 E’ più facile, raggiunto un risultato, ripercorrere idealmente la serie delle cause da cui è scaturito: di solito da questo esame a ritroso le cose appaiono più chiare e lo sviluppo storico, quello personale e quello collettivo,  più coerente, comprensibile come processo. L’apertura  della fede mi pare riguardi essenzialmente il futuro. E i segni dei tempi mantengono sempre, visti dall'oggi, una qualche indecifrabilità.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli



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