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sabato 8 novembre 2014

L’inutile fissazione per il pensiero unico

L’inutile fissazione per il pensiero unico


“La prima tentazione è rappresentata dalla chiusura e dalla contrapposizione nei confronti di un mondo così pluralista. Si concepisce lo stare dentro il mondo come una parte che si oppone alle altre, secondo il criterio: «pour se poser il faut s’opposer» [=si cerca di affermare l’identità nell’opporsi]. Si tratta di concepire una «identità senza relazione», anzi si sacrifica la relazione sull’altare dell’identità. Si è convinti  che la linea di demarcazione tra ciò che è bene e ciò che è male passi tra la Chiesa e il mondo, senza accorgersi che invece essa è trasversale, perché attraversa sia la Chiesa che il mondo. La missione evangelizzatrice rischia di essere autoreferenziale, cioè circoscritta dentro i circuiti della Chiesa come istituzione visibile.
 La seconda tentazione è quella opposta: liquefarsi nella pluralità delle opinioni e stare dentro il mondo come una delle tante realtà che esso contiene. Il fondamento teorico di questa scelta consiste nella convinzione che diversamente il cristiano viene rifiutato dal mondo come un corpo estraneo. Per agire dall’interno e compiere la propria missione, occorre prima di ogni cosa farsi accettare e questo non avverrà mai fino a che non ci si integra nel sistema che si vuole migliorare dall’interno. Siamo di fronte ad una «relazione senza identità» e si sacrifica l’identità sull’altare della relazione. La missione è stare accanto, condividere: un dialogo senza annuncio di Gesù Cristo.
 Esiste una tentazione intermedia: va bene stare dentro il mondo, ma ci sono dei «valori che non sono negoziabili». Si tratta di un altro mantra che risponde a quello dell’autonomia. Dunque sì stare dentro il mondo, ma fino ad un certo punto, delimitando dei confini invalicabili.  Ora è vero che ci sono dei valori non negoziabili, ma ciò che fa problema al cristiano non è l’affermazione di questo principio, ma la sua attuazione che è sempre e necessariamente interpretata storicamente e mediata nella società. Si veda il valore della vita e l’anestesista rianimatore che deve decidere con tutta urgenza se sia più conforme al valore della vita rianimare o no una persona con un certo danno cerebrale. Quale il confine tra eutanasia e accanimento? Mi pare che l’aspetto problematico intervenga proprio quando si tratta di interpretare i valori: qui non sempre le scelte sono identiche”.
[dall’articolo di Cataldo Zuccaro, Il Concilio davanti a noi, pubblicato sul numero1-2/2014 di Coscienza, la rivista del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale]

 Tra noi, in religione, si dà molta importanza all’ortodossia, che, in genere, a parte un ristretto ambiente di intellettuali teologi per i quali essa è un obiettivo sempre da riscoprire e da costruire di epoca in epoca sulla base di uno sforzo personale e del dialogo, viene individuata nel pensarla nei limiti del pensiero normativo promulgato, quindi proposto come doveroso, dal nostro massimo sovrano religioso e dai suoi feudatari. Gran parte dei problemi che la nostra religione ha causato nel mondo, in particolare tra gli europei, per cui essa oltre che radice  della civiltà europea ne può essere anche considerata come uno dei flagelli, sono storicamente derivati dal fondamentalismo con cui questa esigenza è stata fatta valere socialmente. Per nostra buona sorte siamo però nati nel secolo giusto, in cui una certa libertà di pensiero in materia di fede non produce più le tragiche conseguenze che si rischiavano in altre epoche e su certi argomenti si può quindi ragionare serenamente. In particolare di questi tempi siamo addirittura invitati a farlo proprio a chi comanda in religione. E, dunque, facciamolo. Questo recherà danno alla compattezza delle nostre collettività religiose? Storicamente ha sicuramente recato più danno avere duramente contrastato la libertà di pensiero in religione.
  La fissazione, direi l’ossessione, per l’ortodossia è stata originaria nella nostra esperienza di fede, risale alle origini e traspare chiaramente negli scritti attribuiti a Paolo di Tarso. Si manifesta con toni durissimi negli scritti di quegli autori ai quali è attribuito il titolo di Padri della Chiesa. E’ stata fatta propria dai nostri sovrani religiosi e considerata, anche in tempi moderni, come parte caratterizzante del loro ministero, tanto da avere uno delle suoi più eclatanti sviluppi nell’Ottocento, con l’imposizione del dogma paradossale dell’infallibilità pontificia, con il quale da allora abbiamo iniziato una difficile convivenza.   In Italia esso ha comportato problemi gravissimi perché ha pesantemente interferito nelle polemiche seguite alla realizzazione dell’unità nazionale mediante soppressione del dominio temporale dei Papi romani, spingendo i cattolici italiani, per obbligo religioso, ad assecondare la disastrosa strategia politica del Papato, quindi all’intransigentismo verso le istituzioni politiche del Regno d’Italia e alla conseguente emarginazione politica. Nel secondo dopoguerra la teologia più accreditata e la saggezza dei nostri sovrani religiosi ne ha fortemente limitato le conseguenze negative.
 Superare una tara che risale alle origini non è facile. Ma non è sicuramente impossibile. Di fatto storicamente ci si è sempre in qualche modo riusciti e questo ha determinato l’evoluzione del nostro pensiero religioso che, bisogna sottolinearlo, non corrisponde più del tutto a quello delle origini. Del resto sarebbe strano il contrario. E’ come per tante altre cose, ad esempio per il diritto romano, che ancora è alla base di molta pare dei nostri concetti giuridici, ma senza pretendere che leggi di duemila anni fa siano ancora vigenti ai tempi nostri. E’ solo in questo modo che quelle che possiamo francamente considerare bizzarrie del nostro pensiero religioso sono potute rimanere come punti di riferimento per la nostra vita di oggi: se ne sono infatti salvati, con un’opera di mediazione culturale, i principi che esse avevano incorporato. Noi oggi, ad esempio, non siamo più obbligati a pensare che la Creazione sia stata ultimata proprio in sei giorni  di calendario, ma teniamo ferma l’idea che il Creato abbia un senso per gli esseri umani proprio perché concepito come “creato”, quindi non conseguente solo a una cieca evoluzione di forze della natura.
 Dal punto di vita dell’evoluzione delle società umane, le esperienze più feconde della nostra fede religiosa si sono avute nell’ibridazione con altre culture umane, a cominciare con quella con la cultura ellenistica, che ha prodotto la nostra teologia fondamentale, che ancora oggi riteniamo valida. L’autoritarismo ideologico, spesso storicamente esercitato in forme che oggi definiremmo delinquenziali, ha creato molti problemi e non è stato mai veramente essenziale nel mantenere un certo collegamento tra le diverse concezioni religiose, di modo che si possa riconoscere che esse fanno tutte riferimento ad una medesima fede. La nostra fede è infatti sopravvissuta anche alle maggiori divisioni che si sono storicamente prodotte e che non si è riusciti a ricomporre su base autoritaria, quindi ai grandi scismi.  Un certo ruolo può invece essere riconosciuto al centralismo religioso come agenzia culturale, come motore di trasmissione di una tradizione. Esso viene ancora esercitato ai tempi nostri, ma non con metodi in  genere meno autoritari. Bisogna però riconoscere che un ruolo analogo viene esercitato anche da altre agenzie culturali, che non pretendono di agire in una sorta di regime di monopolio.
 Uno degli esercizi di laicità che si possono utilmente fare in un gruppo di Azione Cattolica è quello del libero confronto di idee, che naturalmente non significa tirar fuori la prima cosa che passa per la mente, ma ragionare insieme sulle cose, confrontarsi consapevolmente con una tradizione ricevuta e farsene interpreti nel mondo di oggi. Se si considerano i problemi del passato, si capisce la grande importanza di questo lavoro. Esso è però necessario per farci crescere nella società, per esercitare su di essa quell’influsso che corrisponde alla missione assegnata specificamente ai laici di fede. Non è però cosa facile, in particolare con le abitudini indotte nel passato. Spesso i nostri dialoghi religiosi si limitano ad essere commentari della strabordante produzione letteraria dei nostri sovrani religiosi. Essi sono quindi ancora dominati dal principio di autorità. Per cominciare a ragionare su basi diverse, potremmo provare a cambiare i libri di testo. A prendere come basi per costruire ragionamenti altra letteratura, o la nostra concreta esperienza di vita. Per quanto oggi possa suonare strano, il nostro pensiero sociale di fede non è stato fatto solo dai nostri sovrani religiosi. Riscoprendolo in tutta la sua estensione potremmo renderci conto dell’importanza che nella sua evoluzione ha avuto la gente comune, non appartenente all’ordine feudale al quale ancora attribuiamo, almeno formalmente, il monopolio del governo religioso.


Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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