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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

mercoledì 26 novembre 2014

Sfide dei tempi impreviste

Sfide dei tempi impreviste


  Al centro delle riflessioni svolte durante il Concilio Vaticano 2°, la grande assemblea deliberativa dei nostri capi religiosi giunti da tutto il mondo svoltasi in varie fasi (sessioni) tra il 1962 e il 1965, fu l’analisi di quelli che vennero definiti segni dei tempi. A questo lavoro fu trovata una base nei detti evangelici lì dove si fa riferimento all’agricoltore, il quale per programmare il suo lavoro nei campi scruta il cielo e cerca di predire che tempo farà. In religione si  è convinti che il dispiegarsi della storia degli esseri umani manifesti un disegno provvidenziale, dunque di origine soprannaturale: il capire  i segni dei tempi veniva inteso anche come uno sforzo per comprendere quella dinamica soprannaturale della storia e ciò venne proposto come metodo anche per il futuro.  D’altra parte la maggiore attenzione alla storia umana che si volle all’epoca sollecitare nei fedeli non si riguardava solo l’osservazione, ma comprendeva anche un richiesta di compartecipazione alle dinamiche sociali, bene espresso nella prima frase di uno dei più caratterizzanti documenti di quella grande assemblea di clero (con una minuscola e solo simbolica presenza di alcuni laici, senza potere deliberativo) degli anni sessanta, la Costituzione pastorale Gaudium et spes  (=la gioia e la speranza…]:
Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi  eco nel loro cuore”.
 L’altro grande tema di quell’assemblea fu quello dell’aggiornamento. Esso era strettamente collegato con il metodo dell’osservazione dei segni dei tempi. Si ritenne infatti che le nostre collettività religiose fossero rimaste indietro rispetto ai progressi conseguiti dall’umanità in vari campi e che oltre che osservare ciò che di nuovo la storia umana aveva prodotto occorresse anche imparare da essa. Questo atteggiamento fu la vera novità introdotta da quel Concilio quale direttiva per chi nelle nostre collettività esercitava il potere. Infatti, in fondo, venne chiesto a chi comandava in religione di essere insieme maestro e discepolo dell’umanità. Questo non era mai accaduto prima di allora. Se consideriamo, ad esempio, la prima grande legge promulgata dalla nostra gerarchia del clero in materia di impegno sociale dei fedeli, l’enciclica Rerum Novarum [=sulle novità (dei tempi)] del 1891, del papa Leone 13°, vediamo che in essa il legislatore manifesta di voler prescrivere soluzioni ai problemi sociali, in particolare all’ingiustizia sociale contro la quale combattevano i moti socialisti, traendole autonomamente dalla dottrina teologica di sempre, fondata sulle scritture sacre e sulla tradizione. L’atteggiamento che prevalse durante il Concilio Vaticano 2° fu molto diverso. Rese la nostra dottrina religiosa meno autoreferenziale. E iniziò un moto di apertura alla collaborazione dei laici nella formulazione di principi di azione sociale, fondata sul convincimento che essi avessero una maggiore competenza nelle cose dell’umanità, in ciò che nel gergo teologico viene definito come il temporale, che è semplicemente la storia umana nei suoi sviluppi nel tempo, contrapposta a ciò che in essa è manifestazione dell’eterno, il sacro,  visto come campo specifico del clero. La distinzione tra temporale  e sacro  è molto importante da un punto di vista teologico, anche se nella pratica presenta molti problemi. Infatti proprio quella distinzione consentì l’apertura  conciliare, quindi dei nostri capi religiosi, al progresso dei tempi nuovi, intesa come necessità di aggiornamento. Si prese coscienza che il temporale, la realtà al di fuori del sacro, era soggetto a mutamenti, quindi, in particolare, che le civiltà umane mutavano evolvendosi, e che anche in religione era necessario imprimere un moto analogo in quel campo se non si voleva restare indietro, privandosi della possibilità di incidere nei moti sociali contemporanei. Lo spazio del sacro  continuò però ad essere concepito come immutabile nel tempo. Questo rese possibile il superamento dei problemi creati all’inizio del Novecento dalle istanze del  movimento modernista, centrato sul tema dell’adattamento, in cui si voleva mettere mano, per adeguarlo allo spirito dei tempi, ad ogni aspetto dell’esperienza religiosa.
 Il quadro in cui si trovò a ragionare quell’assemblea deliberativa negli anni Sessanta fu quello di collettività religiose rimaste indietro  rispetto ai progressi, sociali e tecnologici, dell’umanità. Ci si propose quindi di partecipare a quelle dinamiche di progresso per innestarvi valori religiosi.
 Ai tempi nostri la situazione è inaspettatamente mutata, sul versante di ciò che si muove fuori degli spazi liturgici, del sacro. Si notano infatti nelle società umane evidenti segni di regresso in più campi, per cui le nostre collettività religiose e le loro ideologie sociali, profondamente segnate dal moto di aggiornamento innescato dal Concilio Vaticano 2°, si trovano ad essere, oggi,  in molti campi all’avanguardia sul fronte del progresso sociale. In realtà non sono andate poi molto avanti in quest’ultimo campo, ma risaltano improvvisamente per le dinamiche reazionarie innescate in varie parti del mondo. Da un lato si confrontano con le dinamiche politiche e ideologiche autoritarie prevalenti in oriente, d’altra parte con il fondamentalismo religioso che sempre più sembra prendere piede in Asia e in Africa.  La spettacolare manifestazione della nuova situazione si è avuta durante l’incontro del Papa, del leader palestinese  e del presidente israeliano in Vaticano dell’8 giugno scorso, accompagnati da esponenti religiosi delle fedi presenti in Palestina. In quell’incontro l’unico a ipotizzare veramente una possibilità di composizione pacifica dei conflitti in  quell’area del mondo, con la collaborazione delle religioni in essa operanti, è stato infatti il Papa. E poco tempo dopo quell’evento nel Vicino Oriente sono esplosi conflitti violentissimi molto caratterizzati in senso religioso, che hanno spinto tutte le parti coinvolte ad un ulteriore irrigidimento delle loro ideologie, anche su basi religiose.
 In sostanza non ci si può più aspettare di respirare  il progresso sociale nell’aria, come si pensava di poter fare negli anni Sessanta, perché le dinamiche globali che sembrano oggi prevalere appaiono di tipo reazionario. Esse avevano iniziato a coinvolgere anche le collettività di fede italiane. E non è un caso che queste ultime appaiano oggi come paralizzate di fronte alle esortazioni del loro nuovo sovrano religioso universale, venuto da molto lontano, da un ambiente sociale che, per essere in definiva arretrato più o meno  di una trentina d’anni rispetto all'attuale contesto europeo, ha conservato meglio, paradossalmente, gli ideali di progresso sociale, nel temporale, che caratterizzarono il moto di aggiornamento conciliare innescato negli anni Sessanta.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
  




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