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domenica 2 novembre 2014

Oltre una religione di contenimento

Oltre una religione di contenimento



  Ogni giorno, in religione, ci rendiamo conto che è necessario un mutamento di idee e di prospettive, ma abbiamo qualche difficoltà ad immaginarlo e soprattutto a progettarlo in concreto. Del resto per lungo tempo, dopo quella che è definita “la primavera del Concilio”, siamo vissuti in un’epoca in cui la nostra creatività laicale non era granché apprezzata. E, bisogna riconoscere, noi laici di fede  vi ci si siamo accomodati senza porci in definitiva tanti problemi. E’ venuto il tempo di risvegliarci, di riattivarci? E’ una cosa che, passati i primi entusiasmi, potrebbe anche  scoraggiare, perché è faticosa, come lo sono tutte le scelte di libertà.
  Passando in rassegna i vari problemi da risolvere, mi balza agli occhi quello che tiene lontane dai nostri ambienti liturgici molta parte delle persone più giovani, vale a  dire una concezione della religione come struttura di contenimento delle passioni, istinti, desideri umani. Uno dei suoi aspetti più critici è quello dell’eccessiva, direi ossessiva, insistenza sulle questioni di moralità sessuale, quando ci si rivolge agli adolescenti e ai ventenni, ma anche più in là. E’ un modo di pensare che ha qualche fondamento biblico. Lo abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo e poi esso è transitato anche nella fede degli arabi: lo troviamo espresso al parossismo nei crudeli costumi che vediamo praticati, ad esempio, nelle zone di guerra al confine tra Siria e Iraq.  Guardandoli da lontano li ripudiamo, ma non ci rendiamo conto che sono manifestazione di una ideologia che anche noi pratichiamo ancora, anche se in forme meno violente. La civiltà europea contemporanea impedisce quegli estremi, che comunque in passato ci sono stati.  Ma se una cosa ha fondamento biblico, come superarla? E’ una questione che ciascuno può proporre ai teologi.  Osservo che i nostri scritti sacri sono un cimitero di costumi morali che sono stati nei secoli tranquillamente superati: negli stessi scritti biblici si nota una evoluzione dell’etica, così come di altre concezioni, ad esempio quelle cosmologiche. Ma non è solo questo. Nei secoli della nostra fede abbiamo superato, sulla base di una riformulazione della teologia biblica, molti costumi a fondamento biblico vigenti ancora nel primo secolo della nostra era, in cui si sono formate le tradizioni confluite negli scritti neotestamentari. Ad esempio l’uso di lapidare le adultere. Il nostro primo Maestro, in un brano evangelico, mostra di non scandalizzarsene, di non ritenerle una orribile barbarie, come noi oggi invece facciamo.
 La religione come struttura di contenimento sociale parte dall’idea che la società senza una fede religiosa comune sarebbe abbandonata alla violenza di tutti contro tutti e ad ogni eccesso. Ai tempi nostri in Europa viviamo governati da istituzioni laiche, nel senso di non improntate esplicitamente ad ideologie religiose, ma la società  rimane ordinata e pacifica. C’è un diritto molto sofisticato e preciso che dice ad ognuno che cosa può o deve fare. Sono state poi istituite, e sono efficaci, organizzazioni pubbliche per far rispettare l’ordine. Le violazioni sono represse validamente. La giustificazione sociale della religione come struttura di contenimento non ha più senso. Eppure viene ancora riproposta in varie forme. Ad esempio nell’educazione dei più giovani. Talvolta si promette ai genitori di raddrizzare  i loro figli affidati alle nostre strutture per la formazione religiosa di base. In genere poi non si riesce a mantenere questo impegno e così si genera sfiducia.
 L’ideologia religiosa del contenimento sociale viene applicata anche per giustificare il mantenimento di una struttura feudale del clero. Senza questo sistema di potere veramente anacronistico, si sostiene, non sarebbe possibile tenere unito il gregge. L’esperienza delle altre confessioni della nostra fede, saldamente radicate nella società, dimostra il contrario.  
 Gli esseri umani sono intrinsecamente morali, tendono a vivere secondo un ordine morale, a darsi un ordine morale. Varia poi, nella storia, il contenuto della moralità. E’ una cosa evidente, di cui facciamo esperienza ogni giorno.
 E’ vero che storicamente la nostra fede religiosa  è stata impiegata per rafforzare la moralità sociale. Ciò ha avuto anche aspetti molto negativi, perché concezioni morali storicamente datate sono, come dire, rifluite indebitamente nel deposito di fede, in ciò che veniva considerato essenziale, irrinunciabile. Ad esempio per ciò che riguarda la posizione delle donne nella società.
 Ma la nostra fede ha anche altre potenzialità che vanno riscoperte. Esse sono state alla base di quella cultura dei diritti umani che è stato il grande dono che l’Europa ha fatto all’umanità intera. Oggi però, in genere, non riusciamo più a coglierne il significato religioso.  Anzi non di rado vi cogliamo contrasti con la nostra fede religiosa, e invece molte volte il contrasto è con le incrostazioni che l’hanno appesantita nell’attraversare la storia umana.
 La fede religiosa ci spinge oltre ogni frontiera, oltre ogni limite e barriera che separano gli esseri umani. Ci spinge a cercare di vincere l’inimicizia. Questo aspetto della nostra fede  è molto più attuale. Lo vediamo espresso molto bene nei documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) in cui si presenta l’obiettivo religioso di fare di tutta l’umanità un popolo solo animato da sentimenti fraterni. La dinamica delle società globalizzate in cui siamo inseriti ha questa potenzialità. Assistiamo a un profondo rimescolamento tra culture, favorito dai nuovi mezzi di comunicazione e dalle nuove e sicure vie di migrazione anche intercontinentale. Ci si sposta di più, si comunica di più, ci si conosce meglio. La dignità della persona è sempre meno legata a una appartenenza nazionale e a una bandiera, ognuno se la porta con sé, insieme all’I-Pad e alla carta di credito, dovunque vada. Stiamo sperimentando un modo nuovo di vivere da esseri umani, qualcosa di veramente nuovo, che non c’era mai stato prima. Una situazione storica che presenta grandi opportunità di bene, ma anche dei rischi. La complessità dell’organizzazione globale delle società umane, nel loro complicato intersecarsi, rende l’intera umanità come una specie di macchina di sofisticata tecnologia, qualcosa di simile ai nostri elaboratori elettronici. In questo contesto gli esseri umani corrono il rischio di essere considerati solo parti di questa macchina.  Potrebbe essere, in fondo, una schiavitù di tipo nuovo, in una società che garantisce il massimo livello di benessere e di sicurezza mai raggiunto dall’umanità, ma a costo di ridurre l’essere umano alla sola sua dimensione di ingranaggio, e di ingranaggio  desiderante, utile fino a che funziona come tale, cellula di pura  produzione e consumo. In questo contesto la fede religiosa afferma che non di solo pane vive l’essere umano. Ciò vale in ogni relazione umana. C’è sempre un di più che va cercato. E’ in questo  di più, in questo che fu definito supplemento di anima, che sta la perenne attualità della nostra fede religiosa. In questo ordine di idee la religione non tanto  è un limite, quanto un arricchimento.  Tuttavia l’attuale teologia proposta ai fedeli laici la presenta essenzialmente come limite e in ciò è obsoleta. E infatti non sa parlare di libertà: quando ne parla passa subito ai limiti della libertà, la quale in quest’ottica consisterebbe nel decidere liberamente di rinunciare alla propria libertà. Non è indispensabile pensarla così in religione.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli




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