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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

venerdì 21 novembre 2014

Il compito dell’AC nella società

Il compito dell’AC nella società


 Chiarito che noi laici di Azione Cattolica non siamo paraclero, ausiliari dei preti, dobbiamo sempre definire, e all’occorrenza ridefinire il ruolo, per cui ci siamo associati in parrocchia e sulla scena nazionale.
 Non stiamo insieme solo per perfezionarci spiritualmente e culturalmente, non siamo autoreferenziali, o almeno non dovremmo esserlo. Pensiamo di avere un compito da svolgere nella società, per questo si impegniamo anche in un percorso di autoformazione. Riteniamo di avere qualcosa da dire e da fare con gli altri, per influire nella società, per affermare in essa valori religiosi che sono anche valori di civiltà, qualcosa che serve per vivere meglio.
 Il compito principale dell’AC si svolge fuori degli spazi liturgici, innanzi tutto in ciò che ciascun associato fa nella società civile, nel lavoro, nella politica, nella cultura, nella famiglia ed anche nel tempo libero. Questa azione è tanto più efficace quante più sono le relazioni con gli altri settori della società, con l’altra gente. Ed è qui che il nostro gruppo parrocchiale presenta dei problemi. In particolare abbiamo troppo pochi giovani. Certo, da molto tempo ci è venuto a mancare il canale di reclutamento che portava dal secondo catechismo, quello che del post-Prima Comunione, al nostro gruppo. Nella nostra parrocchia infatti da molti anni prevale un’esperienza di società laicale molto diversa dalla nostra, e per certi versi antagonista ad essa, e questo pur senza esserle manifestamente ostile, ma semplicemente distante e indifferente. Un sentimento che mi pare reciproco. Apparteniamo a due mondi che non comunicano, che si ignorano. Gente passa accanto all’altra gente senza parlarsi, senza conoscersi veramente. Ciascuno convinto della superiorità della propria esperienza.
 Ma in realtà, per come l’AC è venuta crescendo nel post-Concilio, il nostro spazio di espansione dovrebbe essere al di fuori degli spazi liturgici, al di fuori della chiesa parrocchiale e delle sue pertinenze. E’ lì che dovremmo farci pescatori di esseri umani, secondo le consuetudini delle origini. In questo dovremmo migliorare. I più giovani del gruppo hanno più opportunità, in astratto, ma lo studio e il lavoro costituiscono un ostacolo in questo: si ha sempre la sensazione di non avere tempo. I più anziani il tempo ce l’hanno, ma non hanno le opportunità. Una persona più anziana, se non fa l’insegnante, ha relazioni vitali solo con i giovani della propria famiglia. Si può partire da lì.
 Dopo le temperie adolescenziale, che spesso causano un allontanamento dalla fede appresa in famiglia, arriva il momento in cui, anche spinti da curiosità indotte dall’attualità, ci si ripensa su. Cerchiamo di soddisfare questo bisogno. Ma cerchiamo, in questo, di migliorarci, di non presentare agli altri la religione secondo vecchi schemi e preconcetti. Il modo deve essere quello dell’apertura. Non siamo dei San Pietro sulle soglie del Paradiso, dei “doganieri” come dice il nostro vescovo, messi lì per dire chi deve entrare e chi non. Dobbiamo innanzi tutto conoscere gli altri e farci conoscere meglio.
 A volte, da anziani, non si ha più la voglia di imparare cose nuove, quelle che però servono per aggiornarsi e interpretare i segni dei tempi.   Uno strumento veloce e quotidiano per farlo ci è stato indicato dal parroco qualche domenica fa: è il quotidiano Avvenire. Chi ha più tempo a disposizione, cerchi di leggere gli articoli di approfondimento religioso su quel giornale.  L’edizione della domenica è molto ricca e, come sapete, la trovate sempre sul banchetto sulla destra uscendo dalla chiesa. Da domenica prossima mi propongo di acquistarla.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


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