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sabato 22 aprile 2017

Unire Cielo eTerra

Unire Cielo eTerra

La bandiera internazionale della pace


 Ho vissuto una vita tra gente di fede e mi sono fatto l’idea che non riesca ad essere veramente pacifica, benché talvolta pacificata. Del resto la pace è un obiettivo molto recente per l’umanità e anche per le persone religiose. Non si sa bene come arrivarci. Mi pare che la via migliore che si è escogitata sia stata quella di sopportare gli altri, provare a convivere con loro anche se si mostrano irriducibili a noi. La  bandiera della pace attualmente in uso è fatta di tante strisce orizzontali di diversi colori, tutte di dimensioni uguali, un arcobaleno. Ma la realtà degli esseri umani è molto diversa: non sono semplicemente accostati  gli uni agli altri, ma si integrano tra loro, cambiando per questa loro vicinanza. Per quanto talvolta si sforzino di rimanere tali, non sono mai sempre gli stessi. Le situazioni mutano costantemente e, quindi, la pace va sempre riscostruita più che mantenuta.
  In religione mi pare che tutti ce l’abbiano con qualcun altro o con il loro stessi di prima. Le polemiche infuriano. Risolverle  è un bel problema perché tutti sembrano avere una propria idea del Cielo e le sono molto affezionati. Come se la sono fatta? Spesso per sentito dire o per visto fare. A volte per averne letto. Non di rado si segue la corrente e allora conta abbastanza l’emotività. Si parla di amore  ed è vero che c’entra: ci si innamora  degli altri e anche della loro fede. Non siamo automi ma esseri viventi e c’è anche questo in noi e tra noi. Ma l’amore non è fatto per durare, questa è l’esperienza di chi lo ha vissuto più a lungo e vuole essere sincero con sé stesso su di esso. L’amicizia  lo è, ma richiede un impegno maggiore per conoscersi e capirsi meglio. In genere sorge per  affinità elettive, ci si sceglie  tra simili, ma che succede se l’amicizia tra diversi  è l’unica via per sopravvivere, come accade nell’umanità di oggi?
  Ma come fa la gente ad avere opinioni così nette sul Cielo? Nessuno l’ha mai visto, è scritto chiaro. E allora? Certo, si pensa che ce se ne possa fare un’idea, ma vediamo come in un antico specchio, in modo poco distinto, anche questo è scritto. Eppure basta aprire bocca tra noi che in genere si è ripresi e corretti. Se ci si spazientisce con l’opinione della maggioranza o di chi comanda in un certo momento non resta che prendere la porta in uscita, e volte te la indicano proprio. E non va meglio se si studia tanto. Trovatemi due teologi che la pensano proprio allo stesso modo! Dobbiamo credere quello che ci viene proposto di credere, come si legge nell’atto di fede? Questo è il principio gerarchico  della verità, nel senso di proveniente da gerarchi, che in passato ha fatto molto danno. Abbiamo vissuto la seconda metà del Novecento all’insegna dell’idea di aggiornamento: che verità è quella che deve essere aggiornata? In realtà si tratta di qualcosa di profondamente umano: è la  ricerca della verità, che è tutto ciò che ci è concesso di sperimentare nella nostra vita. Oggi si arriva ad ammetterlo anche in religione, nonostante secoli di ostentate sicurezze che hanno prodotto i risvolti tragici che conosciamo. Se uno è  in ricerca  si fa umile e accosta meglio gli altri, anche quelli più diversi, perché, chi sa?, forse qualche cosa hanno trovato nella loro   ricerca e, dialogando,  se ne può sapere di più. Un  dispensatore di verità, invece, mette gli altri nella condizione di decidere se prendere o lasciare, e se non prendono  li molla o, peggio, li combatte e comunque li  emargina, indica loro la porta in uscita. Inquinano, contaminano, sono l’erba cattiva che cresce in mezzo al grano buono, destinata alla fiamme, e nei secoli passati non si sono attesi gli ultimi tempi per passare a vie di fatto.  
  In realtà qualcosa del Cielo ci è dato sapere. Il nostro compito non è tanto di andare oltre quello, perché la rivelazione non è in nostro dominio, ma forse di unire Cielo e Terra, perché tra Cielo e Terra ci siamo noi e in noi ci sono tutti e due, dunque possiamo fare da tramite. Anche le cose della Terra ci sono in gran parte ignote: vanno ricercate  con pazienza e ciò che troviamo non sempre ci piace. Non è in fondo lo stesso con quelle del Cielo? Ciò che c’è sulla Terra e che non dipende da noi se non in minima parte lo chiamiamo natura. Vorremmo che fosse diversa e cerchiamo di spiegarci perché è così com’è. Perché la morte? Perché il dolore? Perché tutta questa violenza? Ora cerchiamo la pace, ma la natura è una realtà non pacificata e non pacifica. Vorremmo farne un bel giardino, come quello che immaginiamo ci fosse in un lontano passato, alle origini religiose di tutto. Ma neanche sforzandoci molto, anche in religione, ci riusciamo. E’ solo Utopia, un regno che non c’è da nessuna parte e mai ci sarà? Religiosamente intuiamo che invece c’è veramente, come in embrione, qualcosa e qualcuno che deve venire e che invochiamo. Ad un certo punto della mia formazione religiosa me ne parlarono:  sembra che debba scendere dall’alto a sostituire tutto quello che c’è ora. Si legge  nelle ultime pagine delle nostre scritture.
  Cielo e Terra: al dunque tutta la nostra scienza sembra che conti poco per averne ragione, per dominarli del tutto. Ma perché dovremmo farlo? Siamo solo creature. Si procede come a tentoni, provando e riprovando, sbagliando molto e cercando di correggersi. Passi avanti se ne sono fatti nella conoscenza realistica dell’universo, nelle cose del Cielo e in quelle della Terra, ma i migliori nostri gerarchi sono quelli che ci hanno guidato nella ricerca paziente ed umile: sono quelli che hanno fatto meno danno, nella scienza, in religione e in politica, insomma in ogni campo. Dunque perché accapigliarci tra noi, sulla grande e piccola scena, anche da noi in parrocchia, su questioni di parole? Se i più sapienti non sono approdati a nulla, mantenendosi superbi, come potremmo cavare qualcosa di più noi, blaterando confusamente e scagliandoci contro i nostri miseri apparati concettuali?
  La via non ci sarà indicata in sogno, né ci apparirà magicamente davanti, e la ricerca rimarrà ricerca, cercheremo ma non troveremo se non frammenti, la pienezza rimarrà un’intuizione, ci sarà data solo alla fine dei tempi, e allora non sarà opera nostra, sembra di capire. Scenderà dall’alto la città tutta di luce. Chissà come sarà… Che cosa rimane, dunque? E agàpe oudèpote pìptei, l’agàpe  non avrà fine, è scritto nel greco antico delle nostre origini, la benevolenza umana per cui si trova sempre un posto per tutti  al lieto convito è la cosa più grande, quella che non delude, non viene meno,  è la via,  questo è l’insegnamento della nostra antica sapienza, ed è veramente alla nostra portata, a partire dalle realtà di prossimità, ad esempio nella nostra parrocchia. In questo  far posto  agli altri sembra essere  l’anticipo del regno beato. E’ un moto contrario a quello dell’esclusione: infatti  si indica la porta in entrata.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,Valli

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