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lunedì 3 aprile 2017

Salvare la religione dall’inutilità

Salvare la religione dall’inutilità

   Le religioni su base etnica si manifestano più brutali. Hanno un seguito nel mondo più sviluppato essenzialmente come rifugio e consolazione degli emarginati. I legami familiari, quelli alla base delle etnie, sono primordiali. Ma uscire dall’esclusione sociale richiede una conquista culturale che non è sempre facile e lo è di meno quando le differenze non sono solo culturali, ma anche somatiche: il colore della pelle, un certo profilo del viso e via dicendo. Il collegamento con le religioni di origine muta con il progredire dell’inclusione sociale del credente. Se però non mutano le stesse religioni, esse ad un certo punto diventano inutili, o addirittura degli ostacoli.
  Il caso della nostra religione è esemplare: è cambiata moltissimo nei due millenni della sua storia, anche se i teologi individuano delle continuità, che certamente ci sono. Questo fenomeno è collegato al fatto che, anche nel nostro mondo, la religione ha sostenuto una civiltà e ha contribuito a progettare le società civili, quindi ha dovuto tenersi al passo con i tempi. Se ne potrebbe, ad un certo punto, fare a meno? Si è tentato di farlo, perché essa ha creato molti problemi, ha molte controindicazioni. E’ un esperimento sociale che è stato attuato con molta determinazione nell’Europa orientale finita sotto il dominio del regime sovietico e in tutta la parte asiatica dell’Unione sovietica, con una forte presenza musulmana. Si è visto, però, che, contrastando, spesso con successo, le religioni, l’ideologia dominante, quella del marxismo-leninismo, virava essa stessa verso la religione, per riempire un vuoto che si dimostrava insopportabile, creandosi in particolare dei nuovi papi-dio. Si parlò, a questo proposito, appunto, di culto della personalità. Senza mantenere una dimensione religiosa sembra che gli esseri umani non riescano proprio ad andare avanti, in particolare ad affrontare serenamente il problema della loro fine individuale e la prospettiva del succedersi delle generazioni. In questo quadro è religioso ciò che consente di non ridurre il vivente a puro strumento, a macchina sociale. Mediante la religione il vivente diventa persona e reclama una propria dignità. Ed è proprio quella della dignità sociale l’attuale frontiera della maggior parte delle religioni diffuse nel mondo più sviluppato.
  Ogni religione che ha espresso storicamente una civiltà reca con sé un complesso strumentario concettuale, una propria cultura, che è fatta anche di etica e di riti. Questo non è sufficiente per salvarla dall’inutilità, nel progredire dei tempi. Ne occorrono aggiornamenti  e vere e proprie  riforme,  per tener conto delle novità, in latino delle "rerum novarum " (traduzione: le novità)che è appunto l'inizio e il titolo del primo documento della dottrina sociale,  diffuso nel 1891, dopo circa un secolo di tentativi prevalentemente reazionari. La nostra religione esprime una teologia molto evoluta che serve proprio a rendere contemporanea una cultura sedimentatasi in due millenni, che reca tracce di un pensiero anche molto più antico. Fin dove ci si può spingere, senza innovare talmente da staccarsi  da una tradizione? In questo, il contesto biblico è molto importante, nonostante che la stessa comprensione delle Scritture abbia avuto una evoluzione, in particolare negli ultimi due secoli. La cultura religiosa deve reagire  con l’altra cultura sua contemporanea, nel senso di sviluppare un dialogo di mediazione. In passato, più o meno dalla metà del Settecento, si è invece inteso il reagire  come un contrastare, esprimendo quindi culture religiose politicamente reazionarie. In chimica, quando gli elementi reagiscono, sviluppando una reazione, significa che si  combinano. In questo appunto consiste la difficile arte della mediazione culturale.
  Una religione ingenua e immediata, un po’ come quella che si coglie nella predicazione di un personaggio molto importante per la nostra spiritualità come il nostro Francesco d’Assisi, diventa progressivamente inutile, perché, appunto, si manifesta incapace di quella mediazione  che consente l’aggiornamento  e la  riforma. E, infatti, tra i seguaci del santo di Assisi ci furono e ci sono ancora esponenti della più grande teologia: è questo, paradossalmente, che ha in gran parte determinato il successo della spiritualità francescana.
 I problemi culturali possono disorientare, perché richiedono uno sforzo di comprensione. In un tempo come il nostro, di veloci cambiamenti sociali e, appunto, culturali, perché le società umane si avvicinano, si combinano e quindi  reagiscono, questo impegno è molto più serio che in altre epoche.  Questo significa che la cultura religiosa non  è, in genere,  sufficiente a orientarsi e, in particolare, ad esprimere un’etica adeguata. Rinchiudersi in forme tribali di religiosità o addirittura fare della religione solo una medicina dell’anima non salverà la religione dall’inutilità e, forse, dall’estinzione. Storicamente sappiamo che molte radicate religioni sono svanite. Gli antichi erano gente molto religiosa, anche se noi, presuntuosamente, li consideriamo ora pagani. Ma la loro religione è divenuta inutile. Eppure essi vi facevano affidamento allo stesso modo in cui noi ancora confidiamo nella nostra.
  Ecco che, allora, l’esserci privati della bella biblioteca che c’era in parrocchia non è stata una decisione illuminata e, progettando il nuovo corso, dovrebbe trovare posto anche un programma di acquisizione libraria. Perché, altrimenti, l’aggiornamento  riuscirà piuttosto problematico. Su che cosa ci si forma?
 Leggiamo un testo come l’enciclica Laudato si’ e incontriamo tante questioni che riguardano le società contemporanee che bisognerebbe approfondire, ragionandoci insieme. Non è una semplice ripetizione di cose già scritte e risapute. Ci sono importanti  novità, rerum novarum, che sono quelle dei tempi nostri, cruciali per la nostra comune sopravvivenza.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

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