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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 15 aprile 2017

Sabato Santo, il giorno dell’attesa


Sabato Santo, il giorno dell’attesa

miei appunti da una meditazione sul Sabato Santo svolta dall’Assistente ecclesiastico nella riunione del gruppo parrocchiale di AC dell’11-4-17 (testo non rivisto dall’AE - riflette la mia capacità di comprensione delle parole dell’AE)



Nella foto: una grossa pietra rotonda a chiusura dell’apertura di un antro nella roccia, pietra che si pensa sia simile a quella descritta nei racconti evangelici della sepoltura del Crocifisso (immagine ripresa in Israele)
 
 Il Sabato Santo  è una metafora (un’immagine che richiama  una situazione diversa ma simile) della nostra vita. I vescovi italiani hanno consigliato di osservare la pratica del digiuno (fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po' di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate - si veda la Costituzione Apostolica, Convertitevi, del papa Paolo 6°, diffusa nel 1966) anche nel Sabato Santo, fino alla Veglia di Pasqua e c’è una sapienza in questo, in questo richiamare a una sopriatà di vita..
  L’immagine della pietra rotolata davanti al Sepolcro evoca sentimenti di pesantezza, oppressione, staticità: può richiamare la nostra condizione nel mondo.
  Il Sabato Santo è il giorno dell’attesa e del grande silenzio. E’ un giorno aliturgico (=senza liturgia), in particolare senza celebrazione dell’Eucaristica. Nel Sabato Santo non si consuma il pane Eurcaristico. La Chiesa sosta tra l’Ufficio delle Letture del primo mattino e la Veglia Pasquale della sera. E’ in giorno in cui si è anche vicini al dolore di Maria, della madre; giorno tra il dolore e la gloria che noi conosciamo. Noi infatti sappiamo che cosa è successo dopo la morte del Crocifisso e beneficiamo dei frutti dell’evento pasquale. Sappiamo che dopo la morte c’è la Resurrezione, ma non è mai semplice, anche oggi,  stare tra il dolore e la gioia in attesa che le cose si risolvano.  Vivere il Sabato Santo come la chiesa ci consiglia è vivere bene la nostra vita.

I DISCEPOLI SONO SMARRITI
Perché il loro Signore e Maestro è stato ucciso, il suo appello alla conversione non è stato ascoltato, le autorità lo hanno condannato e non si vede via di scampo o senso positivo da dara a tale evento.
  Si ha l’impressione che Dio sia divenuto muto, che non parli, che non suggerisca più linee interpretative della storia.
  A ciò si aggiunge la vergogna per essere fuggiti e per avere rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente. Manca ogni prospettiva di futuro. Non si vede come uscire da una situazione di catastrofe e di crollo delle illusioni.

  Al cospetto di un Dio morto ci chiediamo “Dove sei Dio?”.
  Capita anche a noi di provare la vergogna di essere fuggiti e di non avere la prospettiva del futuro. Dopo la morte del Crocefisso mancava la prospettiva del futuro: appariva essere la fine di tutto.  L’atteggiamento dei Discepoli di Emmaus, come ci viene narrato in Lc 24, 13-31 era quello dei discepoli nel Sabato Santo.
Lc 14, 13-31
 [13] Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, [14] e conversavano di tutto quello che era accaduto. 
[15] Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. [16] Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 
[17] Ed egli disse loro: "Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?". Si fermarono, col volto triste; [18] uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?". 
[19] Domandò: "Che cosa?". Gli risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; [20] come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. [21] Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. [22] Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro [23] e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.  [24] Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto". 
[25] Ed egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! [26] Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". 
[27] E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
[28] Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 
[29] Ma essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino". Egli entrò per rimanere con loro.
 [30] Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. [31] Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 
  Anche Maria fu protagonista in quel giorno, ma con un atteggiamento diverso.  Maria fa memoria della vita del Figlio e rimane fedele, ha fiducia nella Promessa.  E’ fedele nell’attesa,  mentre i fedeli si scoraggiano.  Maria ha una prospettiva che le viene dalla fede. Maria è la donna della memoria: anche a noi è utile fare memoria della vita del Crocifisso.
Maria è
donna fedele
donna della memoria
donna della speranza

 Maria non sapeva come sarebbe andata a finire, ma la fede la portava a sperare.
 Ci accade talvolta di non avere la sensazione che Dio è presente, ci accorgiamo di lui quando è passato: lo vediamo di spalle.

dalla Lettera pastorale per l’anno 2000/2001 La Madonna del Sabato Santo, di Carlo Maria Martini, all’epoca arcivescovo di Milano.
“La percezione di una forza che ci ha accompagnato in momenti duri, anche quando non la sentivamo e ci sembrava di non possederla, è una esperienza vissuta da tutti noi. Ci pare a volte di essere abbandonati da Dio e dagli uomini, e però, rileggendo in seguito agli eventi, ci accorgiamo che il Signore aveva continuato a camminare con noi, anzi a portarci sulle sue braccia. Ci succede un po’ come a Mosè sul Monte Oreb: egli riuscì a vedere qualcosa della gloria di Dio, che desiderava tanto contemplare (“Mostrami la tua gloria!”, Es 33,18) solo quando era già passata (cfr Es 33, 19-22).

  Il nostro Sabato Santo deve consistere nell’attendere e nello sperare, facendo memoria dei tempi in cui abbiamo constatato la presenza divina.
 Attendere sperando è speranza attiva.

IL NOSTRO SABATO SANTO
-attendere: ci sono delle situazioni in cui nella vita sembra che Dio non parli, sia muto, e noi dobbiamo solo attendere che gli eventi cambino.
-sperare: ma perché l’attesa sia fruttuosa è necessario esercitare la speranza, che attiva la memoria dell’azione di Dio nella nostra vita

  Dobbiamo fare memoria di quando Dio ha agito nella nostra vita, e attendere sperando, anche se non sempre agirà come vorremmo: Dio comunque non ci abbandona mai, anche quando le cose non sembrano andare bene.
  Dopo la notte viene l’aurora.  Il Sabato Santo  è come l’aurora  della Pasqua e il nostro atteggiamento deve essere quello dell’attesa dell’alba, del nuovo giorno. Il passaggio di Dio nella nostra vita è l’aurora del giorno nuovo fatto da Dio per noi.

Aurora in  un bosco (foto da Web)

appunti  di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.


Vediamoci tutti alla Veglia Pasquale, alle 10, stasera! Buona Pasqua a tutti

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