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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

sabato 29 aprile 2017

Il penultimo modello

Il penultimo modello

Il cellulare Nokia che ho usato a lungo. I nostri adolescenti hanno la sua età


   Se mettiamo in questione il modello di sviluppo di una società, mettiamo in discussione anche noi che ci viviamo dentro e che, muovendoci in mezzo ad essa e avendo relazione con gli altri, la impersoniamo, siamo  quella società che ha bisogno di una  riforma,  se non di una rivoluzione. L’enciclica  Laudato si’ è molto esplicita nel dirci questo, molto più di altri documenti dell’analoga letteratura degli ultimi vent’anni. Serve quindi un’auto-critica. Se ne è sempre stati convinti in religione, ma l’ecclesialese, il confuso gergo fatto di parole della teologia orecchiate qua e là e infilate in un discorso per dargli una certa apparenza seria, serve ad allontanare l’obbligo, respingendo cortesemente al Cielo l’appello che dal Cielo viene. Ci si riconosce impotenti  a cambiare le cose, perché colpiti da  mali sociali, che sovrastano le forze delle persone e le determinano in modo irresistibile. Collettivamente, in religione, si ritiene di non avere la competenza  ad agire, perché non è corretto fare politica  con la fede. Tutto questo va, naturalmente, a nostra giustificazione. E chi siamo noi? Noi siamo l’Europa, l’Occidente, i popoli più potenti della Terra, quelli che hanno insegnato a tutti gli altri che pensare, che produrre, come commerciare, come vivere, come vestirsi, chi odiare, chi amare, in quale Cielo credere, chi è buono, chi è cattivo, quali sono i confini dei popoli. Noi siamo quelli degli stili di vita  intoccabili, disposti a scatenare conflitti apocalittici pur di mantenerli tali. Questo ordine di idee viene duramente criticato nell’enciclica Laudato si’. Esso contiene anche una sincera auto-critica. Più forte essa si avverte nel precedente documento La gioia del Vangelo, l’esortazione  apostolica del 2013 che è stata vista come una sorta di programma della missione del nuovo Papa. Anche le stesse istituzioni religiose ne sono necessariamente coinvolte, anche se sotto questo aspetto si è stati molto meno espliciti. In questo campo si  è proceduto per fatti concludenti, con il rifiuto delle insegne imperiali, della reggia, di certi segni esteriori.
 L’auto-critica meno seria è quella che si tiene sulle generali. Se ci si interroga sulle realtà di prossimità, più prossime a noi stessi, la faccenda si fa difficile.
  Il potente nuovo Signore d’oltre Oceano dice che sarà difficile evitare una guerra catastrofica molto vicino alle frontiere cinesi e sta mandando contro i suoi nemici una potente armata. Un conflitto laggiù cancellerebbe probabilmente il nostro stile di vita  qui in Italia, perché la gran parte delle cose di uso comune ci viene proprio da quelle parti. Eppure non vedo grande agitazione in giro. Non crediamo più alla reale possibilità di una guerra che ci coinvolga, perché l’ordine europeo creato pazientemente e faticosamente dagli anni Cinquanta scorsi ci ha preservati a lungo da esperienze simili. Però ora ce ne vorremmo tirare fuori, per difendere casa nostra. Siamo consapevoli che non si possono avere contemporaneamente le due cose, casa nostra  che sia solo  nostra  e la pace? Ma questa dimensione è ancora su scala troppo grande per coinvolgerci realmente, nel senso di attivarci a fare qualcosa. Qualcun altro provvederà… Non è sempre accaduto così? Eppure in genere si è convinti dello scadimento progressivo della qualità della nostra politica. Siamo proprio sicuri di aver riposto la nostra di fiducia nei capi giusti, in persone competenti, che hanno un’idea realistica di come procedere, che non si determinano solo valutando statisticamente, secondo indagini di mercato,  ciò che noi,  che ci affidiamo a loro proprio perché ne sappiamo troppo poco, mostriamo di preferire oggi? Un’auto-critica sarebbe forse necessaria.
   In una scuola si dà un compito in classe sulla dipendenza  dai telefoni cellulari e sul loro scorretto uso. In uno dei fogli si legge che chi scrive non può più fare a meno  del telefonino e non capisce che male c’è. La dipendenza,  appunto, consiste nel  non poter più fare a meno di qualche cosa. Ci sono cose delle quali per natura non possiamo fare a meno, come l’aria da respirare e il cibo. Altre delle quali, nella nostra civiltà, non possiamo più fare a meno perché  ci servono realmente  per agevolarci nella vita, ad esempio l’automobile o l’autobus per muoverci in città, ma anche il telefono cellulare usato come telefono, per parlare con altra gente. Se però noi diventiamo dipendenti  da applicazioni, da programmi, che girano sul telefono cellulare, e che sostituiscono o falsano relazioni personali fondamentali, la questione  è diversa. Una persona molto giovane facilmente può cadere in questa dipendenza, appunto perché immatura. Tanto è vero che alcune applicazioni non accettano utenti che abbiano meno di sedici anni. Ma talvolta sono gli stessi genitori a incoraggiare i figli a barare, a inserire un’età maggiore. La dipendenza  che si genera non è dal cellulare, ma da quelle applicazioni che sono gestite da potenti organizzazioni commerciali, le quali studiano sistematicamente come far fare alla gente ciò che a loro conviene. Le applicazioni sul cellulare solo apparentemente sono gratuite, servono per determinare le nostre vite, e ci riescono, specie con i più giovani. La dipendenza  sgancia dalla vita reale e getta in una vita virtuale, immaginaria, molto simile  a quei videogiochi a cui si è acculturati fin dalla prima infanzia. La vita virtuale,  però, non esiste. Ciò che esiste è la dipendenza e il cambiamento degli  stili di vita  nella  vita reale. Il principale cambiamento indotto  è quello di rinchiudersi in circoli chiusi, ad ammissione selezionata: così funzionano le reti sociali  che mi vengono in mente. Quindi poi si parla, anzi si scrive e ci si scambia foto e musica, solo con i propri simili. Questo risponde ad un’esigenza commerciale di selezione dei consumatori per indirizzare più efficacemente le proposte di vendita e, soprattutto, per suscitare nuovi bisogni artificiali. Ma disintegra la società civile. E’ un fatto che si può osservare anche nei più piccoli. Da bambino, in cortile qui alle Valli, giocavo con una trentina di coetanei ed erano bei giochi proprio perché ci si giocava in tanti. Tutto procedeva con un ordine, per così dire, naturale. Se osserviamo invece i nostri figli oggi, quando sono in molti, vediamo che spesso tendono ad isolarsi o a interagire in gruppetti molto piccoli, di quattro o cinque. E tutti hanno in mano un telefono cellulare dell’ultimo modello. Quando noi più anziani tiriamo fuori  nostri, si sorprendono perché sono di modelli precedenti. Gli  ultimi modelli  hanno applicazioni più fascinose e, soprattutto, nuove. Se uno è dipendente,  cercherà sempre l’ultimo modello di tutto. Sapremmo fare autocritica e accontentarci del penultimo modello, resistendo alle sollecitazioni delle potenti reti commerciali che cercano di controllarci?  C’entra qualcosa questo sforzo con la guerra che il potente nuovo Signore d’Oltreoceano ritiene prossima nel lontano Oriente?  Quel rischio di guerra dipende da come va il mondo oggi, da chi è controllato, ed è controllato dallo stesso sistema dal quale derivano le applicazioni dalle quali molti sono diventati  dipendenti  e che controllano gli stili di vita  di tanta gente. Gli indirizzi dei dominatori del mondo e di quelli dei nostri neo-stili di vita applicazioni-dipendenti sono spesso i medesimi.
   La parrocchia potrebbe essere un buon posto per liberarsi da certe dipendenze. Infatti lì ci si incontra nella vita reale. Questo blog non ha altro scopo che quello di portarvi lì. Usa una  rete sociale, di quelle che possono creare dipendenza, per portarvi fuori dal mondo virtuale. Se non pensate, prima o poi, di farlo, perdete il vostro tempo, tutto quello che leggete qui non vi sarà di alcuna utilità: uscite e non tornate più, starete meglio. Ma in passato mi è sembrato che in parrocchia in qualche cosa  si sia preso un po’ a modello il mondo virtuale, in particolare nella selezione  degli utenti. E’ l’idea della comunità-circolo chiuso, ad ammissione limitata, dietro prove di fedeltà, nel quadro di un contorno piuttosto immaginifico. La vita di fede può essere effettivamente trasformata in un specie di gioco di ruolo, si presta, se ci si lascia prendere la mano senza tenere a mente l’antica sapienza che noi chiamiamo propriamente tradizione, e che non ha nulla a che vedere con etnia e costumanze culturali e gli strascichi desolanti di certi passati, ma che significa mantenere un certo reale  legame con le origini e fare memoria purificata, quindi con il proposito di discostarsene,  di tutti gli errori che storicamente si sono fatti e che hanno prodotto tanto dolore, in modo da non ripeterli. Ora le cose stanno velocemente cambiando da noi, ma in qualche modo per intervento dall’esterno, come quando c’è un incendio e arrivano i vigili del fuoco. Non mi è parso di cogliere alcuna autocritica. Forse perché ancora non ci si incontra realmente, ciascuno è ancora chiuso nel suo mondo immaginario e le nostre app  non parlano tra loro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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