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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

martedì 25 aprile 2017

Ribelli

Ribelli


La Preghiera del ribelle 

di Teresio Olivelli, resistente e ribelle italiano (1916-1945)


Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, 
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa, 
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita, 
dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: 
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.
Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell'ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell'indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell'amarezza.
Quanto più s'addensa e incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa' che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti: ``Io sono la resurrezione e la vita'' rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.

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  Il 23 aprile scorso, a Milano, sono stati presentati i due libri con tutti gli scritti di Lorenzo Milani, pubblicati dall’editrice Mondadori nella collana I Meridiani. Chi fu Lorenzo Milani? Potrete saperne di più leggendo la sua biografia sul Web a questo indirizzo: 
http://www.treccani.it/enciclopedia/lorenzo-milani-comparetti_(Dizionario-Biografico)/ 
  Il Papa, in occasione dell’evento, ha inviato un videomessaggio che trovate trascritto qui sotto.
  E’ importante che un Papa ci abbia invitato ad accostarci al pensiero di Lorenzo Milani  con affetto,  come a quello di un testimone di Cristo e del Vangelo. Tenendo conto che la Chiesa fu la prima persecutrice di Milani, in sostanza emarginandolo proprio a causa di ciò per cui oggi lo addita come testimone di Cristo e del Vangelo. Le si accodarono anche altri. Milani fu processato dalla giustizia penale italiana per un articolo scritto in risposta  all'ordine del giorno dei cappellani militari della Toscana in congedo, pubblicato dalla Nazione del 12 febbraio 1965 (p.11), in cui si proclamava che essi consideravano «un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta "obiezione di coscienza" che, estranea al comandamento cristiano dell'amore, è espressione di viltà». Lo trovate sul Web a questo indirizzo: 
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_d.htm 
Successivamente scrisse anche al Tribunale penale che lo giudicava. Potete trovare sul Web il testo della sua lettera all’indirizzo: 
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/milani/l_obbedienza_non_e_piu_una_virtu/html/milani_e.htm 
  Perché è importante l'invito del Papa? Perché un Papa impersona la Chiesa di sempre. E’ tradizione che un Papa non ne smentisca esplicitamente un altro, in particolare trattando di personalità religiose e quindi di temi che implicano questioni di fede. Quindi il suo giudizio rimarrà stabile. 
  Il Papa, all’inizio del suo videomessaggio, ha ricordato che Milani scrisse di non volersi mai ribellare alla Chiesa. E ha tenuto a precisare che la sua inquietudine non fu frutto di ribellione. Ed effettivamente Milani accettò di essere confinato in una piccolissima parrocchia di montagna dal suo vescovo. Anche da lassù la sua luce di grande anima  continuò a brillare, ispirando molti nell’indifferenza dei più. 
  Nella Chiesa non si è fatti santi se ci si ribella alla gerarchia. Dunque, il fatto che il Papa abbia attestato che Milani non era ribelle è un buon inizio.
 Ma è tanto grave ribellarsi?
 Oggi è la festa della Liberazione in cui si celebra la Resistenza storica al fascismo italiano e agli occupanti nazisti. Eventi che si produssero come fatti di massa tra il 1943 e il 1945. Anche prima vi furono resistenti, ma erano molto di meno. Gli italiani furono in massa fascisti, guidati a ciò dalla loro Chiesa. 
 Oggi chiamiamo partigiani  quei resistenti di allora, ma loro in genere si definivano ribelli. Qui sopra ho trascritto la Preghiera del ribelle  di uno di loro, il resistente cristiano Teresio Olivelli. Ho incollato anche la pagina di una pubblicazione promossa dall’Olivelli e dai suoi compagni di lotta, intitolata  Il ribelle. “Non lasciarci piegare … dà la forza della ribellione ... ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”, così pregava Olivelli. Celebrando la Resistenza, noi celebriamo una ribellione. Da essa è sorta la nostra Repubblica democratica. La ribellione  non era solo rivolta, ma affermazione di principi umanitari che poi sono stati scritti nella nostra Costituzione, come quello che il lavoro  è al centro del moto di liberazione  delle masse e quindi del nostro sistema politico e istituzionale. Celebrando la Resistenza storica, facciamo anche autocritica perché per gli italiani il fascismo è sempre stato, ed è ancora, una forte tentazione. Il Papato romano non ne è mai stato capace, anche se, oggettivamente, essendosi storicamente federato con il regime fascista ed avendo recepito parti importanti della sua ideologia, doveva considerarsi tra gli sconfitti della guerra di resistenza. Il culmine di questo processo si raggiunse con Achille Ratti e con la sua enciclica Il quarantennale, del 1931, in occasione dell’anniversario dei quarant’anni dal primo documento della moderna dottrina sociale, l’enciclica Le novità, del 1891. In essa troviamo l’apprezzamento dell’ordinamento corporativo fascista in particolare per “la repressione delle organizzazioni e dei conati socialisti”. 
  C’è un’evidente continuità tra la politica dei clerico-fascisti degli anni Trenta e la persecuzione di Milani trent’anni dopo. Ma nemmeno un Papa, giuridicamente al vertice di tutto, riesce a concedersi un’autocritica in merito. Egli, al tempo della repressione contro Milani, era trentenne e gesuita: ha quindi l’età per farla e i gesuiti dell'epoca furono tra i più duri e implacabili critici del Milani. 
  La persecuzione contro Milani fu uno spreco umano e religioso enorme, del resto nella linea di tanti altri casi come il suo prima di lui. Dobbiamo seguirlo nella sua mansuetudine verso coloro che uno come Aldo Capitini, anche lui grande anima, chiamava, ribellandosi, gerarchi religiosi? Se si fosse ribellato, non gli sarebbe più stato consentito di fare il prete e quindi avrebbe perso i suoi ragazzi. Sarebbe stato un insegnante senza più scolari. Nessuna grande anima  deve essere più posta in questo dilemma. Penso che occorra avere la forza di ribellarsi  a cose come queste. 
“L’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni” scrisse però Milani ai suoi giudici:
  A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito.   
  L'umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c'è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell'umanità la chiama legge di Dio, l'altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell'una né nell'altra non sono che un'infima minoranza malata. Sono i cultori dell'obbedienza cieca.
  Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che essi non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi, che i loro delitti li pagherà chi li avrà comandati.
  E invece bisogna dir loro che Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima, che vede ogni notte donne e bambini che bruciano e si fondono come candele, rifiuta di prender tranquillanti, non vuol dormire, non vuol dimenticare quello che ha fatto quand'era «un bravo ragazzo, un soldato disciplinato» (secondo la definizione dei suoi superiori) «un povero imbecille irresponsabile» (secondo la definizione che dà lui di sé ora).
(carteggio di Claude Eatherly e Günter Anders - Einaudi 1962).
  Ho poi studiato a teologia morale un vecchio principio di diritto romano che anche voi accettate. Il principio della responsabilità in solido. Il popolo lo conosce sotto forma di proverbio: «Tant'è ladro chi ruba che chi para il sacco».
  Quando si tratta di due persone che compiono un delitto insieme, per esempio il mandante e il sicario, voi gli date un ergastolo per uno e tutti capiscono che la responsabilità non si divide per due.
  Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto qualche migliaio di corresponsabili diretti: politici, scienziati, tecnici, operai, aviatori.
  Ognuno di essi ha tacitato la propria coscienza fingendo a se stesso che quella cifra andasse a denominatore. Un rimorso ridotto a millesimi non toglie il sonno all'uomo d'oggi.
  E così siamo giunti a quest'assurdo che l'uomo delle caverne se dava una randellata sapeva di far male e si pentiva. L'aviere dell'era atomica riempie il serbatoio dell'apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si pente.
  A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore.
  C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole.
  Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto.
  A questo patto l'umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.
   Si fa un esame di coscienza e ci si avvede del tanto conformismo che impronta le nostre vite. Quante cose sarebbero potute andare diversamente se ci fossimo veramente ribellati, non solo a parole. E invece per quieto vivere spesso ci si fa da parte. Così, grandi anime  come il Milani finiscono emarginate. Che sarebbe stato se si fosse insorti in massa, in religione, per il trattamento che gli fu riservato? “Dacci la forza della ribellione!”, bisognerebbe pregare in certi casi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
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Ode a Kesserling

LO AVRAI CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÚ DURO D'OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI S'ADUNARONO
PER DIGNITÀ NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI TROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Piero Calamandrei (Firenze 1889 - 1956)

Nota dal sito Web:
http://www.santannadistazzema.org/sezioni/la%20memoria/pagine.asp?idn=1380


Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring (1885-1960), comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli. un monumento in suo onore. A tale impudente ed offensiva affermazione rispose Piero Calamandrei (1889-1956), giurista, docente universitario e Padre Costituzionalista, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. 


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