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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

lunedì 17 aprile 2017

La radice politica dei problemi religiosi

La radice politica dei problemi religiosi


  Riporto in fondo il testo delle omelie del Papa nella Veglia Pasquale e nella Messa nel Giorno nella solennità di Pasqua.
  Eccone alcuni brani su cui vorrei iniziare una riflessione:
“[…] se facciamo uno sforzo con la nostra immaginazione, nel volto di queste donne [Maria di Magdala e l’altra Maria nel racconto della scoperta del Sepolcro vuoto in Mt 28,1-8] possiamo trovare i volti di tante madri e nonne, il volto di bambini e giovani che sopportano il peso e il dolore di tanta disumana ingiustizia. Vediamo riflessi in loro i volti di tutti quelli che, camminando per la città, sentono il dolore della miseria, il dolore per lo sfruttamento e la tratta. In loro vediamo anche i volti di coloro che sperimentano il disprezzo perché sono immigrati, orfani di patria, di casa, di famiglia; i volti di coloro il cui sguardo rivela solitudine e abbandono perché hanno mani troppo rugose. Esse riflettono il volto di donne, di madri che piangono vedendo che la vita dei loro figli resta sepolta sotto il peso della corruzione che sottrae diritti e infrange tante aspirazioni, sotto l’egoismo quotidiano che crocifigge e seppellisce la speranza di molti, sotto la burocrazia paralizzante e sterile che non permette che le cose cambino. Nel loro dolore, esse hanno il volto di tutti quelli che, camminando per la città, vedono crocifissa la dignità.
Nel volto di queste donne ci sono molti volti, forse troviamo il tuo volto e il mio. Come loro possiamo sentirci spinti a camminare, a non rassegnarci al fatto che le cose debbano finire così.
[…]
  Il nostro cuore sa che le cose possono essere diverse, però, quasi senza accorgercene, possiamo abituarci a convivere con il sepolcro, a convivere con la frustrazione. Di più, possiamo arrivare a convincerci che questa è la legge della vita anestetizzandoci con evasioni che non fanno altro che spegnere la speranza posta da Dio nelle nostre mani.
[…]
Il palpitare del Risorto ci si offre come dono, come regalo, come orizzonte. Il palpitare del Risorto è ciò che ci è stato donato e che ci è chiesto di donare a nostra volta come forza trasformatrice, come fermento di nuova umanità. Con la Risurrezione Cristo non ha solamente ribaltato la pietra del sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui.
[…]
 Ed ecco ciò che questa notte ci chiama ad annunciare: il palpito del Risorto, Cristo vive!
E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? […] a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù.
[…]
  In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù - è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità.
[…]
La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”.
  Nel proporvi queste meditazioni faccio riferimento anche ad idee che sono diffuse in parrocchia. In sintesi: viene rivisitato l’antico ebraismo e in qualche modo ce se ne appropria con una certa disinvoltura. La Pasqua ebraica racconta la storia di una emigrazione di molta gente di una certa etnia: se ne andò perché stava male nell’Egitto dominato dalle dinastie dei Faraoni.  Il problema erano le condizioni di lavoro, è scritto,  che si erano fatte molto dure. Usciti dall’Egitto gli antichi israeliti si trovarono a lungo nella condizioni degli attuali migranti  economici: infatti, stando a quel racconto, erano essenzialmente questo. Non avevano patria, né cittadinanza. Riuscirono a rimanere un gruppo coeso, al modo dei nomadi, che da quelle parti ancora ci sono. Questa condizione durò, secondo la narrazione biblica, fino a quando non si introdussero nella terra di Canaan, dove oggi ci sono lo stato di Israele e l’autorità palestinese, non la terra santa  da noi immaginata, e si conquistarono  militarmente un regno, poi frammentatosi in diverse entità politiche,  che dovettero difendere da molti invasori, infine soccombendo definitivamente ai Romani. Nello sforzo di organizzare regni giusti gli antichi israeliti colsero chiaramente la rilevanza religiosa dei problemi politici e viceversa. Questo è ancora molto attuale, in particolare nel nuovo ordine religioso della nostra fede. Il nostro problema di oggi, politico, non è organizzare uno nostro  stato da qualche parte,  ma di riorganizzare addirittura l’ordine politico mondiale su basi di giustizia: esso ha valenza specificamente religiosa perché riguarda la stessa sopravvivenza dell’umanità. Gran parte dei dominatori del mondo sono ancora oggi della nostra fede. Questo significa che gran parte degli sfruttatori sono gente che segue la nostra religione. L’Italia, una delle maggiori potenze industriali, è tra  i dominatori del mondo. Questo comporta una evidente responsabilità morale verso coloro che stanno peggio, dei quali il Papa ha fatto un elenco nelle omelie che ho citato. Quelli che stanno peggio sono gli  scarti  di un sistema che noi dominiamo. In religione questo è un peccato, ma noi ci autoassolviamo sostenendo che non ci possiamo fare nulla. E, anzi, inventandoci di sana pianta una sorta di neo-identità ebraica, immaginiamo di essere, collettivamente, tra gli sfruttati, tra quelli che stanno peggio e invochiamo la liberazione. Immaginiamo di essere tra gli oppressi  perché minacciati dalla contaminazione  del mondo di fuori: quindi ci barrichiamo  culturalmente per respingere l’attacco. In questo modo effettivamente lasciamo fuori quelli che stanno  realmente  peggio e che vengono tra noi chiedendo aiuto. Il Papa allora, e fa semplicemente il suo mestiere, ci rimprovera e noi, convinti sinceramente di essere quello che non siamo, diventiamo insofferenti delle sue tirate d’orecchi e lo invitiamo a non impicciarsi nelle cose della  nostra politica. E’ questo il succo di un discorso fatto in Francia da un’importante personalità. Non abbiamo forse il diritto di  difenderci? Ma il Papa ci ricorda che le migrazioni di quelli che vorremmo respingere, innanzi tutto privandoli della loro dignità umana, e ciò mentre paradossalmente vorremmo immaginarci una dignità  degli animali simile a quella umana che neghiamo agli umani, sono un  sottoprodotto, uno scarto, del sistema economico e politico di cui noi siamo i dominatori e principali beneficiari. Riteniamo in ciò di esercitare il nostro buon diritto  e siamo disposti a far guerra a chi minaccia questo nostro stile di vita. Il Papa parla di nostre ossessionate ricerche di sicurezza   e di smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui  e le critica.
  Ma non è solo il Papa a farci questo discorso. Abbiamo da confrontarci con sempre più grilli parlanti che si rivolgono a noi, pinocchietti  presuntuosi.
  Uno di essi è, ad esempio, Vladimiro Zagrebelsky, nel suo Diritti per forza, Einaudi, uscito quest’anno, anche in e-book, che vi consiglio.
 Scrive Zagrebelsky, nel capitolo Stili di vita:
“Se non si prenderà coscienza della valenza aggressiva dei diritti accampati da chi può nei confronti di chi non può,  nel mondo che ha un solo confine che cinge l’intera umanità, ci si disporrà ad annichilire quanti, vivendo con noi e vicino a noi, ci sottraggono dall’interno quello che consideriamo il nostro spazio vitale e minacciano il nostro «stile di vita». La guerra che un tempo si faceva da parte di eserciti schierati sulle linee delle frontiere esterne, gli uni di fronte agli altri, oggi si trasferisce all’interno, gli uni mescolati con gli altri. Nuove frontiere si creano  ormai dentro un unico spazio globale  in cui non esiste più una «casa del tutto nostra» e una «casa del tutto loro», ma tutti siamo tenuti  a regolarci come in una grande casa comune. Il motto «padroni a casa propria», con il quale si vuole negare l’evidenza delle interdipendenza che ci avvolgono da ogni parte e si vuol respingere al di fuori dei nostri pretesi confini esterni, restaurati con muri, filo spinato, cannoniere e divieti legali, i fattori di con-fusione che caratterizzano il tempo presente, è solo un patetico ricordo d’un tempo che non c’è più.”
  Scrive anche, Zagrebelsky, che il mondo globalizzato  è paradossalmente divenuto più piccolo, non ha più spazi vuoti, come per certi versi fu il ­West  nel Nord-America, dove fuggire  per sottrarsi all’oppressione e a condizioni di vita troppo dure, come fecero gli antichi israeliti, spingendosi nel deserto, abbandonando la civiltà egiziana. L’esercizio di ogni nostro  diritto  ha un’influenza, spesso negativa, da qualche altra parte e la globalizzazione dell’informazioni ce lo fa capire chiaramente: nessuno può dirsi all’oscuro. Gli oppressi rivendicano come diritto la giustizia, i dominatori il loro piacere: è chiaro che noi, nell’Italia di oggi, consumatori  innanzi tutto, siamo poco sensibili alla giustizia, perché siamo parte dei dominatori del mondo, gelosi innanzi tutto del nostro piacere. Che ci importa, infatti, come sono prodotti, con quale sofferenza umana, le merci e i servizi che ci danno piacere e che vogliamo sempre nuovi, pronti all’uso, rapidamente consegnati (le cronache segnalano che nei servizi di logistica, di consegna merci, talvolta si notano ritmi di lavoro particolarmente duri a fronte di paghe molto basse)? C’è un’etica da ricostruire, anche a livello personale. Il nostro peccato sociale  si manifesta innanzi tutto nel modo in cui siamo  consumatori. E’ un tema che mi pare piuttosto trascurato nella formazione religiosa, specialmente in quella dei più giovani, in cui, ad un certo punto, ci si sfianca (inutilmente) sulle faccende del sesso.
  Un altro dei grilli parlanti  di cui dicevo è stato il sociologo Zygmunt Bauman, che ci ha lasciato tanti testi interessanti, scritti con un linguaggio accessibile ai più e che spiegano realisticamente ciò che dobbiamo fronteggiare.
 In La società sotto assedio, del 2002, edito da Laterza, un altro testo che vi consiglio, scrive (pag.223-235):
“La «negazione» è la risposta a domande inquietanti quali «come reagiamo alla nostra consapevolezza dell’altrui sofferenza e cosa implica per noi tale  consapevolezza?»  - le  domanda che sorgono ogni qual volta «persone, organizzazioni o intere società acquisiscono informazioni troppo inquietanti, minacciose o astruse per essere pienamente assorbite o apertamente riconosciute. Questa informazioni vengono quindi in qualche modo represse, ripudiate, accantonate o reinterpretate» [cita Stanley  Cohen].
 […] colui che perpetra il male e colui che lo vede, lo sente, ma non muove un dito, si trovano  […] entrambi esposti  alla possibilità  che le loro azioni (o la loro passività) gli si possano rivoltare contro, essendo state dichiarate inique, esecrabili e punibili […] avvertono quindi  il pressante e perenne bisogno di negare in modo enfatico e perentorio.  […] Esistono molte forme di negazione della colpa (o di rivendicazione d’innocenza, che è la stessa cosa), ma gli argomenti impiegati sono straordinariamente simili […] Ridotti all’osso, tutti gli argomenti rivelano l’uno o l’altro dei due modelli: «Non sapevo», o «Non potevo farci niente». […]  Nell’epoca delle autostrade informatiche, le argomentazioni sull’ignoranza vanno rapidamente perdendo di credibilità […] E così, l’unica scusa che ci resta è «non potevo farci niente» o «non potevo fare di più». […] Lo stratagemma del «non potevo fare di più di quanto ho fatto» dissolve la colpa - penalmente perseguibile- associata alla perpetrazione di un misfatto nella universale e quindi esecrabile  ma non punibile  condizione dell’«essere spettatore». In un mondo fatto d’interdipendenza globale, la differenza tra spettatore e co-esecutore, complice o favoreggiatore dell’azione malvagia diventa sempre più tenue. La responsabilità per le disgrazie umane, per quanto distanti possano essere da chi ne è testimone, non può assolutamente essere negata, almeno in modo convincente. Mai, quindi, la domanda di varianti sempre nuove e più raffinate di negazione di responsabilità del tipo «non potevo farci niente» è stata così grande e in forte espansione come oggi.
[…]
  Praticamente nessuna azione umana, per quanto localmente confinata e compressa, può essere certa che non avrà conseguenze sul destino del resto dell’umanità, così come  qualsiasi segmento dell’umanità non può limitarsi a se stesso e dipendere totalmente solo dalle azioni dei suoi membri.
  Nel commentare il memorabile intervento del 1979 di Edward Lorenz, il cui titolo è da allora diventato una delle frasi più note del secolo scorso («il battito d’ali di una farfalla in Brasile può scatenare un tornado nel Texas”), Roberto Toscano afferma che «oggi la realtà dell’interconnessione globale impone, nelle relazioni internazionali, standard etici che vanno ben oltre un concetto di responsabilità strettamente legalistico. La farfalla non conosce le conseguenze di un suo battito d’ali; essa tuttavia non può escludere quella conseguenza. Passiamo così dalla nozione di responsabilità a un concetto simile, ma più restrittivo, quello di precauzione».
[…]
  La sofferenza «come appare in TV» è nella gran parte dei casi trasmessa attraverso le immagini dei corpi emaciati degli affamati e dai volti sfigurati dal dolore dei malati.  […] Nulla si sa e niente viene detto sulle cause  della carestie e delle malattie croniche. Non un minimo accenno alla costante distruzione dei mezzi di sussistenza  causata dal commercio  senza frontiere, allo smantellamento delle reti di sicurezza sociale sotto la pressione della finanza senza frontiere, o alla devastazione di terreni e comunità da parte di monoculture imposte dai mercanti di semi geneticamente modificati in stretta collaborazione con i missionari delle motivazioni economiche della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale. Piuttosto, un pervasivo e persuasivo suggerimento che «ciò che appare in TV» sia un disastro autoinflitto  abbattutosi su tribù distanti, esotiche e «molto diverse da noi» che si sono colpevolmente alienate una decente vita umana. E che - grazie a Dio (o alla nostra prudenza) esistono persone fortunate e di buon cuore come noi, fortunate perché sensibili e industriose, pronte a salvare lo sventurato dalle raccapriccianti conseguenze della sua sfortuna e della sua condotta insensata causata da ignoranza e indolenza.”
  Alla luce delle parole di Bauman, acquista un senso sinistro l’invito, che talvolta si fa in religione, a non pretendere troppo da sé stessi, perché in fin dei conti siamo peccatori ma lassù siamo amati lo stesso così come siamo, perché richiama l’argomento «non potevo farci niente» o «non potevo fare di più». Il punto non sta nell’amore  soprannaturale incondizionato, nonostante la condizione di peccato,  ma nel  non voler  pretendere troppo (abbastanza?) da noi stessi, quindi in questa autolimitazione tutto sommato arbitraria, ingiustificata,  nello sforzo di essere migliori,  per cui poi, in definitiva,  possiamo finire per «abituarci a convivere con il sepolcro, a convivere con la frustrazione»  e «di più, possiamo arrivare a convincerci che questa è la legge della vita».  Dovremmo proprio, invece,  pretendere un po’ di più da noi stessi. Ad esempio come  consumatori: ci sono modi sbagliati di esserlo. Bisogna prestare più attenzione  a come viene prodotto quello che compriamo, a quanta sofferenza ingloba.
  Animati dal «palpito del Risorto»  occorre invece, secondo l’esortazione del Papa, divenire “forza trasformatrice, come fermento di nuova umanità”   e “far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui”.  Non è cosa che si consegue magicamente, senza un nostro impegno collettivo. Se non ci spendiamo in questo, e innanzi tutto non ci formiamo a questo, la religione diventa inutile, “la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù.”  Dobbiamo lavorare per trasformare la realtà, con un impegno politico che ha anche un senso per la fede,  non cercare di  immedesimarci in un  qualche immaginifico gioco di ruolo a sfondo religioso.
 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



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Veglia Pasquale nella Notte santa
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Sabato Santo, 15 aprile 2017
  «Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro» (Mt 28,1). Possiamo immaginare quei passi…: il tipico passo di chi va al cimitero, passo stanco di confusione, passo debilitato di chi non si convince che tutto sia finito in quel modo… Possiamo immaginare i loro volti pallidi, bagnati dalle lacrime… E la domanda: come può essere che l’Amore sia morto?
  A differenza dei discepoli, loro sono lì – come hanno accompagnato l’ultimo respiro del Maestro sulla croce e poi Giuseppe di Arimatea nel dargli sepoltura –; due donne capaci di non fuggire, capaci di resistere, di affrontare la vita così come si presenta e di sopportare il sapore amaro delle ingiustizie. Ed eccole lì, davanti al sepolcro, tra il dolore e l’incapacità di rassegnarsi, di accettare che tutto debba sempre finire così.
  E se facciamo uno sforzo con la nostra immaginazione, nel volto di queste donne possiamo trovare i volti di tante madri e nonne, il volto di bambini e giovani che sopportano il peso e il dolore di tanta disumana ingiustizia. Vediamo riflessi in loro i volti di tutti quelli che, camminando per la città, sentono il dolore della miseria, il dolore per lo sfruttamento e la tratta. In loro vediamo anche i volti di coloro che sperimentano il disprezzo perché sono immigrati, orfani di patria, di casa, di famiglia; i volti di coloro il cui sguardo rivela solitudine e abbandono perché hanno mani troppo rugose. Esse riflettono il volto di donne, di madri che piangono vedendo che la vita dei loro figli resta sepolta sotto il peso della corruzione che sottrae diritti e infrange tante aspirazioni, sotto l’egoismo quotidiano che crocifigge e seppellisce la speranza di molti, sotto la burocrazia paralizzante e sterile che non permette che le cose cambino. Nel loro dolore, esse hanno il volto di tutti quelli che, camminando per la città, vedono crocifissa la dignità.
  Nel volto di queste donne ci sono molti volti, forse troviamo il tuo volto e il mio. Come loro possiamo sentirci spinti a camminare, a non rassegnarci al fatto che le cose debbano finire così. E’ vero, portiamo dentro una promessa e la certezza della fedeltà di Dio. Ma anche i nostri volti parlano di ferite, parlano di tante infedeltà – nostre e degli altri –, parlano di tentativi e di battaglie perse. Il nostro cuore sa che le cose possono essere diverse, però, quasi senza accorgercene, possiamo abituarci a convivere con il sepolcro, a convivere con la frustrazione. Di più, possiamo arrivare a convincerci che questa è la legge della vita anestetizzandoci con evasioni che non fanno altro che spegnere la speranza posta da Dio nelle nostre mani. Così sono, tante volte, i nostri passi, così è il nostro andare, come quello di queste donne, un andare tra il desiderio di Dio e una triste rassegnazione. Non muore solo il Maestro: con Lui muore la nostra speranza.
  «Ed ecco, ci fu un gran terremoto» (Mt 28,2). All’improvviso, quelle donne ricevettero una forte scossa, qualcosa e qualcuno fece tremare il suolo sotto i loro piedi. Qualcuno, ancora una volta, venne loro incontro a dire: «Non temete», però questa volta aggiungendo: «E’ risorto come aveva detto!» (Mt 28,6). E tale è l’annuncio che, di generazione in generazione, questa Notte santa ci regala: Non temiamo, fratelli, è risorto come aveva detto! Quella stessa vita strappata, distrutta, annichilita sulla croce si è risvegliata e torna a palpitare di nuovo (cfr R. Guardini, Il Signore, Milano 1984, 501). Il palpitare del Risorto ci si offre come dono, come regalo, come orizzonte. Il palpitare del Risorto è ciò che ci è stato donato e che ci è chiesto di donare a nostra volta come forza trasformatrice, come fermento di nuova umanità. Con la Risurrezione Cristo non ha solamente ribaltato la pietra del sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui.
  Quando il Sommo Sacerdote, i capi religiosi in complicità con i romani avevano creduto di poter calcolare tutto, quando avevano creduto che l’ultima parola era detta e che spettava a loro stabilirla, Dio irrompe per sconvolgere tutti i criteri e offrire così una nuova possibilità. Dio, ancora una volta, ci viene incontro per stabilire e consolidare un tempo nuovo, il tempo della misericordia. Questa è la promessa riservata da sempre, questa è la sorpresa di Dio per il suo popolo fedele: rallegrati, perché la tua vita nasconde un germe di risurrezione, un’offerta di vita che attende il risveglio.
Ed ecco ciò che questa notte ci chiama ad annunciare: il palpito del Risorto, Cristo vive! Ed è ciò che cambiò il passo di Maria Maddalena e dell’altra Maria: è ciò che le fa ripartire in fretta e correre a dare la notizia (cfr Mt 28,8); è ciò che le fa tornare sui loro passi e sui loro sguardi; ritornano in città a incontrarsi con gli altri.
  Come con loro siamo entrati nel sepolcro, così con loro vi invito ad andare, a ritornare in città, a tornare sui nostri passi, sui nostri sguardi. Andiamo con loro ad annunciare la notizia, andiamo… In tutti quei luoghi dove sembra che il sepolcro abbia avuto l’ultima parola e dove sembra che la morte sia stata l’unica soluzione. Andiamo ad annunciare, a condividere, a rivelare che è vero: il Signore è Vivo. E’ vivo e vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, hanno seppellito i sogni, hanno seppellito la dignità. E se non siamo capaci di lasciare che lo Spirito ci conduca per questa strada, allora non siamo cristiani.
Andiamo e lasciamoci sorprendere da quest’alba diversa, lasciamoci sorprendere dalla novità che solo Cristo può dare. Lasciamo che la sua tenerezza e il suo amore muovano i nostri passi, lasciamo che il battito del suo cuore trasformi il nostro debole palpito.

Domenica di Pasqua della Resurrezione del Signore
SANTA MESSA DEL GIORNO
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
Domenica di Pasqua, 16 aprile 2017


  Oggi la Chiesa ripete, canta, grida: “Gesù è risorto!”. Ma come mai? Pietro, Giovanni, le donne sono andate al Sepolcro ed era vuoto, Lui non c’era. Sono andati col cuore chiuso dalla tristezza, la tristezza di una sconfitta: il Maestro, il loro  Maestro, quello che amavano tanto è stato giustiziato, è morto. E dalla morte non si torna. Questa è la sconfitta, questa è la strada della sconfitta, la strada verso il sepolcro. Ma l’Angelo dice loro: “Non è qui, è risorto”. E’ il primo annuncio: “E’ risorto”. E poi la confusione, il cuore chiuso, le apparizioni. Ma i discepoli restano chiusi tutta la giornata nel Cenacolo, perché avevano paura che accadesse a loro lo stesso che accadde a Gesù.
  E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù.
  Oggi la Chiesa continua  a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù - è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”.
  Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.






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